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Poveri ma bellici Istat e Bce: le contraddizioni che il governo rimuove. Mentre Giorgetti invoca il «dovere» di destinare 22 miliardi alla difesa, il manifatturiero resta in crisi e le famiglie a basso reddito finiscono in rosso. I 14 miliardi alle rinnovabili: c’è il rischio che coprano progetti in essere in un paese che non sa spendere

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0314b28b-cdb5-4394-ada1-7fa95574b381 Il Ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni – LaPresse

Il governo Meloni ha un problema con il «dovere». Il concetto è stato evocato l’altro ieri in parlamento dal ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti per giustificare l’investimento di altri 21,7 miliardi di euro per il riarmo. «Sarà anche impopolare e difficile – ha detto – Ma dal dovere non si scantona, non si scappa, non si diserta». A guardare i dati sulla produzione industriale resi noti ieri dall’Istat, e quelli della Banca Centrale Europea sul caro energia che erode i risparmi degli italiani che hanno i salari fermi al palo, sembra invece che il governo stia scappando dai propri doveri e non affronta la crisi industriale, sociale e climatica in corso. Ci si indebita non per rifinanziare un Welfare in dismissione, o per abbassare le tasse aumentate per il drenaggio fiscale, ma per arricchire lobby militari e super-profitti. Il tutto infiocchettato con i 14 miliardi di euro destinati a una «sicurezza energetica». Soldi da spendere tra il 2027 e il 2028 in un paese che ha dimostrato di non sapere impiegare appieno fondi del Pnrr in cinque anni. Figuriamoci in due.

E POI C’È LA REALTÀ. L’Istat ieri ha misurato a giugno un calo mensile dell’1% nella produzione industriale, un calo dello 0,7% dei beni di consumo (in diminuzione per il settimo mese consecutivo) e del 2,1% nella produzione delle macchine dove gli investimenti rappresentano un indicatore importante delle aspettative delle imprese. Interi settori manifatturieri sono al collasso: il tessile che arretra del 7,1%. Parliamo di un settore che include abbigliamento, pelle e accessori dove lavorano migliaia di piccole imprese. Segnali positivi sono invece arrivati da un settore in crisi da tempo come l’elettronica (+4,5%) e l’automotive (+3,2%: risultato migliore dal primo semestre 2023). Per l’Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica (Anfia) un ruolo l’ha avuto l’ecobonus per i nuovi veicoli commerciali leggeri a basse emissioni. Gli autoveicoli sono 302 mila, il 13,4% in più rispetto a gennaio-giugno 2025. «Il sistema manifatturiero o non ha ancora imboccato un percorso stabile di crescita» ha detto la Cna. I cali della produzione sono in corso da quando il governo Meloni è entrato in carica nel 2022.

NEGLI ULTIMI MESI c’è stato un singulto e il bilancio del primo semestre mostra una crescita che però l’Istat ha definito «modesta»: +0,5% rispetto allo stesso periodo 2025. Il dato sale a un illusorio +1,1% solo considerando l’indice grezzo al lordo dei giorni lavorativi. Al netto del calendario a giugno però resta in negativo a -0,6%.

SI INCROCIANO crisi diverse: quella strutturale di un paese che ha rinunciato a una politica industriale da 40 anni, non investe e fa pagare la ricchezza di pochi ai salari dei molti, e quella congiunturale provocata dalla guerra di Trump contro l’Iran che ha aumentato i prezzi dell’energia e tagliato le gambe ai redditi (lo si vede dal calo dei beni di consumo). La conferma è venuta ieri dal bollettino economico della Banca Centrale Europea (Bce) secondo la quale la spesa per bollette e carburanti assorbe il 9% del bilancio mensile delle famiglie a basso reddito contro una media del 5,5%. Senza riserve finanziarie, queste fasce sociali registrano un tasso di risparmio mediano negativo (-5,8%) e perdono il potere d’acquisto a causa dell’inflazione e della mancanza di rinnovi contrattuali adeguati. Sono i problemi che non sono stati risolti dall’esecutivo in carica. Forse perché ha un senso del dovere che non permette di vedere chi ha perso i diritti.

«C’È IL RISCHIO concreto che i 14 miliardi attivabili nelle energie rinnovabili, le uniche in grado di abbassare le bollette e di garantirci l’autonomia energetica, finiscano per finanziare progetti esistenti – sostiene il segretario confederale Cgil Christian Ferrari – E ci indebitiamo per aumentare la spesa in armi: una scelta che non garantirà maggiore sicurezza, ma contribuirà soltanto ad allontanare la pace». «Dopo quattro anni di governo Meloni, con Adolfo Urso alla guida del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il bilancio è quello di un vero e proprio disastro – ha detto Annamaria Furlan, già segretaria della Cisl, oggi senatrice di Italia Viva – Continuare a minimizzare i dati o a rinviare le decisioni significa condannare il paese a un progressivo declino industriale». Il calo industriale è «un’agonia che verrà interrotta solo quando il governo Meloni toglierà il disturbo» ha detto Mario Turco, vicepresidente dei Cinque Stelle.