L'intervista L’ex capo della polizia: «In piazza serve comprensione reciproca, come a Roma»
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Franco Gabrielli, ex capo della polizia – Lapresse
Franco Gabrielli, 66 anni, un curriculum da brividi: capo della polizia, direttore del Sisde e dell’Aisi, prefetto di Roma, sottosegretario alla presidenza del consiglio, autorità delegata per la sicurezza della Repubblica. In gioventù fu militante della Dc. Di recente ha scritto un libro, con Carlo Bonini, per Feltrinelli: Contro la paura. Manifesto per una sicurezza democratica. Fama da «sbirro buono», come si dice nei romanzi noir, dove nulla è come sembra. Malgrado le apparenze. O forse proprio come le apparenze. «Poliziotto democratico» è la versione ufficiale. Si fa il suo nome come ministro degli interni – almeno – di un ipotetico governo del campo largo. Troppo presto per parlarne, comunque. Adesso, piuttosto, si parla molto di un tema che conosce bene: l’ordine pubblico. Gli scontri in Val di Susa, i fatti di Bologna, il caso SpinTime a Roma. Situazioni diverse, gestioni diverse. Problemi ovunque.
Partiamo dalla Val di Susa.
La Val di Susa ci accompagna da tempo. Lì c’è una protesta animata da persone che abitano quei luoghi e che è assolutamente pacifica. Poi ci sono delle derive violente, come abbiamo visto con l’ultimo episodio, un attacco compiuto con modalità che definirei militari. Io credo che in una situazione di dittatura opporsi a un regime anche con la forza abbia un suo fondamento e lo abbiamo visto nella nostra storia, ma qui viviamo in democrazia e non credo sia il caso di offrire giustificazioni ai violenti. Anche perché sono loro che poi finiscono per fare i titoli dei giornali, oscurando le ragioni delle proteste. E anche altri fatti: in Val di Susa si è dimostrato che provvedimenti come il fermo preventivo non servono a niente.
Sul fermo preventivo ci torniamo. Ma andiamo un attimo avanti: a Bologna ci sono stati dei tafferugli di natura diversa. Meno organizzati e più spontanei.
A Bologna è successo un fatto grave, la morte di Abderrahim Fakir, e il sindaco ha, credo correttamente, convocato una piazza. E poi, anche lì, una frangia violenta si è resa protagonista di scontri con le forze dell’ordine. La manifestazione era stata ampiamente e significativamente pacifica, ma poi i titoli, appunto, sono stati altri e si è scatenata una dura campagna contro Lepore. Alla fine credo che i violenti siano i migliori alleati di chi vuole la deriva securitaria.
A Roma, invece, da giorni c’è una strada in centro piena di persone, di tende, di iniziative: è il presidio davanti a SpinTime. La polizia è presente ma è integrata nel paesaggio della protesta. Nessuno scontro.
Ci sono a Roma responsabili dell’ordine pubblico il cui obiettivo è conciliare interessi diversi e considerano l’uso della forza come soluzione estrema. Del resto l’ordine pubblico dovrebbe servire a garantire il dissenso e questo succede quando è fatto di dialogo e comprensione reciproca.
Il fermo preventivo? Pericoloso e inutile, lo abbiamo visto con gli scontri in Val di Susa. Il governo fa propaganda ma la realtà lo smentisce: così si producono rabbia e paura
Però non sempre è così. Lo scorso autunno, con le manifestazioni per la Palestina, abbiamo avuto piazze molto simili in tutta l’Italia ma a volte ci sono stati scontri e altre no. Perché?
Prendiamo la famosa partita di basket tra Virtus Bologna e Maccabi Tel Aviv, ne parlo anche nel libro: in quella situazione addirittura è stata pubblicamente sconfessata dal governo l’autorità di pubblica sicurezza locale, che aveva provato a dialogare, soltanto per affermare un principio fine a se stesso. In 21 anni di carriera in polizia ne ho passati 15 in piazza ad occuparmi di ordine pubblico e ho sempre pensato che andava bene quando nessuno si faceva male e le ragioni della protesta erano garantite.
Ma c’è chi invece cerca la deriva securitaria e produce in continuazione norme sempre più stringenti sull’ordine pubblico. Prima diceva dell’inutilità del fermo preventivo…
Torniamo in Val di Susa. Lì per me la verità è che se tutti avessero condannato le violenze ora saremmo qui a parlare di altro, cioè magari del merito di alcuni provvedimenti, come il fermo preventivo. Ricordiamo che questa norma venne proposta dopo le proteste per Askatasuna a Torino e ci era stato detto che con questa non si sarebbero più verificati episodi del genere. Ma la realtà si è incaricata ancora una volta di dimostrare la fallacia della propaganda: se non si applica questo fermo preventivo là dove si prevedono incidenti e si sa pure da dove provengono, significa non avere la più pallida idea di come si gestisce l’ordine pubblico.
Ma dove si dovrebbe applicare questo fermo preventivo?
Forse semplicemente dovremmo prendere atto che oltre ad essere pericoloso è anche inutile.
Intanto continuano a uscire provvedimenti sulla sicurezza.
Ormai abbiamo perso il conto. Vediamo tanti arresti mentre la popolazione carceraria è arrivata a quota 65.000 persone che vivono in condizioni disumane. Ma del carcere non se ne parla mai, se non quando ci finisce qualcuno noto alle cronache…
Parliamone.
Chi aumenta le pene e il numero di detenuti rende il carcere la sentina della nostra cattiva coscienza, quando in realtà è l’elemento che qualifica una civiltà. Se non vogliamo prenderla in maniera così idealistica, comunque, possiamo dire che buttare le persone in prigione sapendo che ne usciranno peggiori è controproducente. Serve solo a produrre insicurezza.
Lei sarebbe favorevole a un qualche provvedimento di clemenza per i detenuti?
Bisogna assolutamente deflazionare la situazione carceraria, magari a cominciare da chi ha pene residue molto basse. Questo al di là dei provvedimenti generalizzati. Non solo per un fatto ideale, l’articolo 27 della Costituzione parla chiaro, ma proprio per un fattore di sicurezza.
Però?
Però perdiamo molto tempo. Abbiamo passato mesi a parlare della separazione delle carriere della magistratura, ignorando i problemi della giustizia. A partire dai suoi tempi. Le sembra normale che certe volte le pene vengano eseguite a distanza di anni, quando magari la persona interessata ha già intrapreso un altro percorso di vita?
A me no.
Neanche a me. E il punto è che tutto questo produce solo paura e rabbia.
I decreti sicurezza hanno aumentato il numero dei detenuti. Nelle carceri si vive in modo disumano e chi ci entra poi ne esce peggiorato
La paura che genera domande forse eccessive di sicurezza. La rabbia nelle piazze e sui social.
Le cito tre dati per darle l’idea di quanto sia tossico il dibattito in questo momento. Due italiani su tre approvano il comportamento del gioielliere Mario Roggero, anche se chiunque veda i video di quello che ha fatto capisce quello che è successo: un comportamento che non è consentito nemmeno alle forze di polizia, praticamente un’esecuzione. Poi: più del 50% considera gli stranieri una minaccia. E infine: al referendum dell’anno scorso sulla cittadinanza, che serviva non a renderla più accessibile ma solo a ridurre i tempi per chiederla, il 40% ha votato no. Persone che tendenzialmente dovrebbero essere più sensibili a certi temi, visto che la destra aveva invitato i suoi elettori ad andare al mare…
Questo cosa significa?
Che c’è una narrazione tossica che si alimenta della strumentalizzazione dei casi di cronaca. Non è un caso che tutti o quasi i provvedimenti sulla sicurezza degli ultimi anni siano arrivati sull’onda di un fatto mediatico.
In esergo al suo libro leggiamo una frase di Christa Wolf: «Non c’è menzogna troppo grossolana a cui la gente non crede, se essa viene incontro al suo segreto desiderio di crederci».
È il tema del nostro tempo. Si rincorrono gli umori più che i ragionamenti. Ma questo non vuol dire prestare attenzione ai bisogni. È una modalità fraudolenta di fare politica. Ci sarebbe bisogno d’altro, cioè di una politica che contribuisca a riconnettere la pancia con il cervello, per così dire.
Come si fa?
Se parliamo di sicurezza, a me piace dire che serve un approccio strabico: un occhio sul presente e uno sul futuro. Non mi piace sentir parlare di percezione, perché le paure esistono di per sé e bisogna attrezzarsi a rispondere. Non basta citare le statistiche per dire che certi timori sono infondati. Prendiamo questo governo: avevano promesso il blocco navale sugli sbarchi ma la ricetta è rimasta quella di prima e il lavoro sporco continuano a farlo i paesi di imbarco, con tutte le variabili dei loro equilibri instabili. Bisognerebbe lavorare sui canali di ingresso legale e con i paesi d’origine, ma questo richiede tempo e la propaganda non può mai aspettare.
E adesso?
Adesso il governo si vanta dei suoi numeri sugli sbarchi, frutto di condizioni che non siamo in grado di governare, e allo stesso tempo si riparla del blocco navale. Perché c’è paura di Vannacci e perché le elezioni si avvicinano. Non si pensa quindi a governare i problemi, ma a rilanciare parole d’ordine che risultano gradite alla pancia.
