Appalti La riforma della legge 231/2001 renderà più difficile il contrasto al caporalato e allo sfruttamento
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Commemorazione morti sul lavoro – Foto Ansa
I favori del governo alle aziende che sfruttano gli operai in appalto si portano dietro una scia di morti sul lavoro. Nella settimana in cui il consiglio dei ministri ha vagliato la riforma della legge 231/2001, che vuole togliere la responsabilità legale alle imprese in cima alle catene di manodopera, ci sono stati sei decessi. Tre sono avvenuti nel giro di poche ore in Calabria, Emilia-Romagna e Toscana.
Tra venerdì e sabato a Calanna (Reggio Calabria) un elettricista di 40 anni, impiegato in una ditta privata, è stato folgorato mentre installava le luminarie per una festa di paese; a Salto di Montese (Modena) un operaio 60enne è stato schiacciato da un muletto mentre lavorava nel cantiere di un’abitazione; a Campi Bisenzio (Firenze) un impiegato in una fabbrica di imballaggi è stato travolto da un pallet che si è ribaltato. Aveva 61 anni. Mercoledì la stessa sorte era toccata a un 44enne ad Avenza di Carrara, ucciso dalle lastre di marmo che gli sono cadute addosso mentre le stava spostando. A questi si aggiungono i due giovani morti per malori dovuti probabilmente al caldo estremo, lunedì un bracciante 19enne mentre raccoglieva i pomodori a Stagno Lombardo (Cremona) e venerdì un muratore 35enne in un cantiere edile nel padovano, poi spostato come un pacco perché non aveva un contratto.
Le tragedie accendono i riflettori non solo sul mancato rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro e delle ordinanze anti-caldo, ma anche sulle responsabilità legali delle aziende che si avvalgono di dipendenti in appalto o ricorrono al caporalato. La legge 231 prevede la «colpa di organizzazione» e impone ai committenti di verificare che le imprese appaltatrici non impieghino lavoratori irregolari. Se passerà la riforma, fortemente voluta da Confindustria, questo obbligo sarà eliminato e le aziende appaltanti non risponderanno più delle violazioni di società terze sulle norme fiscali, previdenziali e di sicurezza sul lavoro.
L’articolo principale nelle 70 pagine della bozza di legge licenziata martedì riguarda l’inversione dell’onere della prova, che renderà quasi impossibile sanzionare un’azienda per i reati di caporalato o sfruttamento dei lavoratori. E anche se si dovesse arrivare a processo, le imprese potranno estinguere il reato prima della condanna pagando una sanzione. Il ddl prevede anche la riduzione retroattiva delle pene per omicidio colposo sul lavoro e meccanismi premiali per le società che correggono le carenze interne che hanno favorito i reati.
Tutto sembra scritto per compromettere i processi in corso a Milano e Prato sulle catene di appalti nell’industria dell’abbigliamento, le inchieste sui colossi della logistica e gli accertamenti sulle tech company che si avvalgono dei rider per le app di consegna cibo a domicilio. Stravolgendo l’impianto della legge 231 si disincentiverebbero i pm che cercano di contrastare gli illeciti nelle filiere e si deresponsabilizzerebbero le grandi aziende della logistica, della grande distribuzione e della moda. A scapito dei più deboli, ovvero i lavoratori sfruttati, precari e sottopagati.
Il ministro della giustizia Nordio racconta la vicenda al contrario: ieri, durante le commemorazioni per il 70° anniversario dell’incidente di Marcinelle in cui persero la vita 136 minatori, il guardasigilli ha detto che «per evitare il ripetersi di tragedie e per rafforzare ulteriormente l’azione di questo governo nella tutela dei lavoratori, abbiamo approvato il ddl di riforma della disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche prevista dal decreto 231/2001.
Il provvedimento tutela aziende e lavoratori mettendo al centro la prevenzione e la protezione sul posto di lavoro». In realtà, fa presente il responsabile della Cgil Alessandro Genovesi, il governo vuole «stravolgere l’attuale impianto della norma secondo il principio per cui un committente può anche non sapere che chi lavora per lui impiega lavoratori irregolari, viola le norme fiscali e previdenziali o peggio, mette a rischio la vita dei dipendenti. E se non lo sa non è più un suo problema. Siamo alla legalizzazione dell’assenza di responsabilità».
