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Palestina Israele ordina di non restituire i corpi alle famiglie per utilizzarli «quando servirà». Non è la prima volta. Molti sarebbero membri di Hamas e di altri gruppi che hanno partecipato agli attacchi del 7 ottobre, tanti altri sono civili di Gaza, o rapiti in Cisgiordania e 13 hanno la cittadinanza israeliana

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ee7dd154-fd36-4b71-83c4-7c51d3b0ca9c A man walks past graves containing the bodies of unidentified Palestinians returned from Israel as part of the ceasefire deal during their burial in Deir al-Balah, Gaza Strip, Friday, Feb. 13, 2026. (AP Photo/Abdel Kareem Hana)

Esercito e servizi di sicurezza israeliani chiedono di mantenere sotto sequestro i corpi di 1.700 palestinesi rapiti e rinchiusi nelle celle frigorifere di Tel Aviv. Il capo dello Shin Bet, David Zini, ha dichiarato che, nonostante non vi siano più ostaggi israeliani da poter eventualmente scambiare, i corpi potrebbero comunque servire più in là.

Una forma di rapimento preventivo, strategicamente vano alle condizioni attuali, inutilizzabile se non in un ipotetico futuro, che causa sofferenze e immane dolore a centinaia di famiglie palestinesi che non possono dare sepoltura ai propri cari.

ISRAELE TRATTIENE sistematicamente corpi di palestinesi almeno dal 1967. Da anni Tel Aviv ha adottato decisioni che autorizzano il sequestro dei corpi come leva negoziale per ottenere la restituzione degli israeliani detenuti a Gaza. Una pronuncia del 2017 permetteva il trattenimento dei cadaveri per la restituzione dei corpi di due soldati e due civili trattenuti a Gaza dal 2014.

Quella politica è stata progressivamente ampliata, estendendo la base legale per trattenere i corpi anche di palestinesi non legati ad Hamas – ma accusati genericamente di aver compiuto «attacchi» – uccisi dai soldati o morti nei centri di detenzione. Tuttavia, in seguito agli ultimi scambi di ostaggi e prigionieri, dal 26 gennaio 2026 non ci sono più israeliani sotto sequestro a Gaza.

Per questo, ad aprile l’Ufficio del procuratore di Stato ha chiesto pareri ai vertici militari, legali e della sicurezza in vista di una nuova decisione del gabinetto. A rendere urgente la questione sono state le petizioni presentate dalle famiglie palestinesi e dai gruppi legali per ottenere la restituzione dei corpi. Secondo l’ong Adalah, con il ritorno di tutti gli ostaggi è venuto meno il presupposto che aveva consentito alla Corte suprema di autorizzarne il trattenimento. Servirebbe una nuova decisione del governo.

ZINI PORPONE di cambiarne la logica: non più corpi da scambiare per riportare a casa ostaggi, ma una riserva permanente di cadaveri da usare nell’eventualità di futuri rapimenti. E l’esercito è al suo fianco in questa battaglia.

Secondo le fonti del quotidiano israeliano Haaretz, sarebbero 1.700 i resti in mano a Tel Aviv, la maggior parte apparterrebbero a membri di Hamas e di altri gruppi che hanno partecipato agli attacchi del 7 ottobre. Ma tanti altri sono cadaveri di palestinesi «non coinvolti» in combattimenti, centinaia sono stati rapiti in Cisgiordania e 13 hanno la cittadinanza israeliana. A tal proposito, il consigliere legale dello Shin Bet ha assunto una posizione che si discosta leggermente da quella del capo dei servizi segreti interni: ritiene che non vi siano basi legali per trattenere i corpi dei palestinesi non coinvolti nell’attacco.

Centinaia di famiglie non conoscono la sorte dei propri cari rapiti dall’esercito. Molti non sono mai stati identificati, come le centinaia restituiti a Gaza senza indicazioni su dove fossero stati prelevati né su quando e come fossero morti. Anche i decessi in custodia spesso non sono comunicati. È accaduto al giornalista palestinese Ehab Diab, sequestrato a Gaza City nel dicembre 2023: solo in questi giorni i genitori hanno saputo che era morto in una prigione israeliana già nel settembre 2024. Israele ne trattiene ancora il corpo.

Per ammissione delle stesse autorità israeliane, di alcuni corpi si sono perse le tracce. Come Ra’ja Samur, lavoratore di Gaza sequestrato in Israele dopo il 7 ottobre e morto in carcere senza accuse. Dopo una lunga battaglia giudiziaria, alla famiglia sono stati consegnati resti che il Dna ha dimostrato non essere i suoi. La procura dello Stato ha infine ammesso di non sapere dove sia il corpo.

NEL 2026 ADALAH ha presentato nuove petizioni per ottenere la restituzione di altri corpi. Tra questi Walid Daqqa, morto in carcere nel 2024 dopo 38 anni di detenzione; Ahmad Erekat, ucciso a un checkpoint nel 2020; e Wadia Elyan, 14 anni, ucciso nel 2024.

Intanto a Qusra, nei pressi di Nablus, i coloni israeliani hanno intrappolato un’altra famiglia palestinese nella propria casa. Lo stesso avamposto che impedisce a Youssef Hassan, a sua moglie e alle due figlie di 2 e 4 anni di uscire, blocca ora anche Qusai Abu Ridi e suo figlio di 18 anni.

A entrambe le famiglie i coloni hanno tagliato acqua ed elettricità. Insieme ai soldati impediscono ad attivisti e giornalisti di raggiungere le abitazioni e a nessuno è permesso portare cibo. L’assedio ha lo scopo di costringere i palestinesi ad abbandonare le proprie case, così che i coloni possano rubarle.