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Frontiere Viaggio nel poverissimo quartiere di Ceuta, dove i migranti arrivati dal Marocco si nascondono, in un fragile equilibrio con una comunità che la Spagna ha abbandonato: scuole a pezzi, campetti senza reti, giovani senza lavoro né troppe speranze

66d1d3e0-41e3-4477-bc57-46bf407739c0 I migranti si radunano in un’area adibita a magazzino vicino al confine tra Spagna e Marocco, nell’enclave spagnola di Ceuta – (AP Photo/Bernat Armangue)

 

El Príncipe Alfonso è la ratonera di Ceuta, il trappolone urbano a un passo dal valico di El Tarajal. In qualsiasi altro luogo dell’exclave, il dispositivo di gestione della frontiera opera secondo una logica vettoriale e prevedibile: pattuglie, accerchiamenti, raduni coatti e il cosiddetto pastoreo che riaccompagna la massa verso il Marocco in poche ore. Nel Príncipe, no.

La densità dell’abusivismo edilizio, la trama minuta di case autocostruite e una secolare rete informale di solidarietà e commercio oppongono una resistenza passiva alla visibilità dello Stato. Qui il confine è una spugna che assorbe e trattiene.

Sotto questa superficie si accumula la pressione di numeri imponenti. La Città Autonoma di Ceuta – appena 18,5 chilometri quadrati – gestisce oltre 3-4mila persone bloccate in un limbo giuridico e logistico, entrate a nuoto o via terra lungo le scogliere di Benzú e Tarajal. La dimensione della tragedia emerge dal conteggio drammatico delle croci in mare: il bilancio ufficiale provvisorio parla di almeno 88 corpi recuperati, mentre organizzazioni come Caminando Fronteras stimano fino a 140 vittime totali compresi i dispersi.

IN QUESTA PENOMBRA stratificata vive Yassin. Viene da Targha, ha la serenità paradossale di chi si trova al centro della tempesta e dorme da dieci giorni nell’abitacolo di un’auto abbandonata. Si è fatto accettare dalla geografia del quartiere con la naturalezza dei sopravvissuti, parla al telefono con i genitori per mostrare la normalità dell’anomalia e circonda di sorrisi il proprio stato di sospensione. I suoi amici mettono in posa i corpi davanti all’obiettivo con la gioia immediata di chi sente di avercela fatta, anche se «farcela», qui, significa soltanto aver guadagnato qualche giorno di latenza prima di essere riassorbiti.

L’illusione dell’accoglienza ha margini strettissimi. Il Centro di Permanenza Temporanea per Immigrati (Ceti), progettato per 512 posti, è crollato sotto un sovraffollamento superiore al 300%, costringendo le autorità a stipare centinaia di persone in tendopoli di emergenza presso la zona industriale o a lasciarle all’addiaccio. Ancora più critica è la situazione dei minori non accompagnati: la rete cittadina ne registra oltre 500 a fronte di una capacità ordinaria di 132 posti.

Il bambino che ti prende per mano per accompagnarti da una famiglia non sta compiendo un gesto di cortesia: sta attivando la micro-procura di controllo del territorio. L’interrogatorio che ne segue è rapido, pragmatico: chi sei, da dove vieni, fai parte di una ong, hai una telecamera? Poi la raccomandazione che suona come una sentenza: «Stai attento, ti potrebbero rapinare».

Poco distante, un ragazzo spagnolo musulmano esplicita la regola non scritta della convivenza transfrontaliera. Tra il 5 e il 6 agosto, le cronache della Jefatura Superior de Policía hanno registrato l’arresto del latitante «Pleita» e il ricovero di un 39enne accoltellato al costato dopo un litigio per strada. «Finché si comportano bene e portano rispetto va bene – dice con calma fredda – ma se esagerano, qui la gente deve farsi sentire».

È la frattura interna all’emigrazione stessa: da una parte la comunità storica del Príncipe – cittadini spagnoli di fede musulmana, incastrati tra narcotraffico e disoccupazione giovanile oltre il 60% – e dall’altra la nuova marea di connazionali che preme per trovare riparo, portando con sé la disperazione di chi non ha più nulla da perdere.

ARRAMPICANDOSI verso il cuore alto del barrio, tra cubi di edilizia popolare schiacciati dal caldo, questa tensione trova una rudimentale forma di autogoverno. Sul cemento rovente di un campetto da calcio era stato improvvisato un recinto fatto di transenne di plastica rossa, teli per schermare il sole e un’infinità di materassi: uno spazio nato per proteggere donne e ragazze dai rischi della strada, gestito e autofinanziato dai residenti.

Quando l’arrivo di altre trecento persone ha fatto esplodere la capienza, si è reso necessario il trasferimento in un impianto più grande. Lo sgombero ha rivelato l’estetica della deprivazione urbana: la struttura smontata ha messo a nudo un recinto privo persino delle porte da calcio, reti strappate dove giocare significa rischiare di perdere il pallone nei burroni. «A Ceuta ci sono diversi campi moderni; com’è possibile che per fare accoglienza debbano usare il nostro, che cade a pezzi?», commenta un residente.

Oltre le centinaia di presenze nel campetto, esiste un secondo livello di invisibilità: decine di giovanissime sono nascoste nelle case private. La paura dei rimpatri le spinge alla clausura nelle stanze buie dell’abusivismo. Domina un radicale analfabetismo giuridico: ignorano i propri diritti e le tutele della Ley de Extranjería. Fuori dalle transenne si accalcano gruppi di ragazzi del posto, tra sguardi e tentativi di contatto.

In assenza di mediazione professionale, la vulnerabilità delle minori alle violenze di genere rimane una costante latente, sfumata appena dalla presenza degli operatori di Mujeres en Zona de Conflicto (Mzc), che tentano un’opera di orientamento muovendosi tra la diffidenza locale e i rilievi fotosegnaletici della polizia nazionale.

«I ragazzi fuori hanno troppa pressione addosso – racconta un giovane cresciuto nelle strade del barrio – Vedi le ragazze dentro e i ragazzi fuori che aspettano. Ma sono adolescenti. La gente dall’alto parla di musulmani, marocchini, urla “fuori, fuori!”. Ma sono persone. In che momento abbiamo smesso di esserlo? Io non sono di destra né di sinistra, non sono di Sánchez né del PP. Io sono di mia madre, mi ha cresciuto lei, esattamente come la tua. Non i politici. Vedi questo documento spagnolo? È scaduto e non lo vado a rinnovare. Non mi interessa perché la Spagna a me non dà niente».

DOPO QUATTRO GIORNI, la percezione è quella di una polveriera. Mentre tra i vicoli si rincorrono voci di sgomberi forzati, la realtà precipita nell’incuria: niente docce né servizi igienici. Preoccupa il clima di militarizzazione: reparti dell’esercito si sono spinti fin dentro il quartiere per censimenti informali. Ahmed, che tenta di coordinare il campo, definisce l’atteggiamento dei militari muscolare e provocatorio, ammettendo che se tornassero per sgomberare con la forza non potrebbe impedirlo.

L’unico volto dello Stato resta quello in divisa. Nei bar del barrio si parla con amarezza dei finanziamenti straordinari di Madrid e dell’Ue per l’emergenza – circa 25 milioni di euro – chiedendosi dove vadano a finire queste risorse prima di arrivare in un quartiere dove le scuole cadono a pezzi e non esiste un solo centro giovanile.

Il Príncipe risponde alla grammatica di un non-luogo di transito, un’intercapedine sociale dove l’identità viene congelata nell’attesa. Sullo sfondo, mentre le camionette della polizia scendono lungo i tornanti polverosi, le ragazze rimaste dentro la rete tentano di riappropriarsi del tempo con una palla sgonfia. Sotto la superficie di Ceuta, la marea non si è fermata: si è solo spostata in un altro campetto sbrecciato in cui continuare ad attendere.