Il limite ignoto Attacco ucraino a Krasnodar, che lavorava il 2% del greggio russo Ma la Russia non cede: no alla "zona economica" proposta da Kiev
Petrolio campo di battaglia. Nella notte di ieri le forze armate ucraine hanno condotto un ennesimo attacco contro le strutture di lavorazione del greggio in Russia: in particolare, a subire le incursioni condotte con i droni, è stata la raffineria di Afipsky, nella regione di Krasnodar (sud-ovest del paese, di fronte alla penisola di Crimea nel Mar Nero). Secondo le autorità locali, due persone sono morte e due sono rimaste ferite nei pressi della stazione della città per via della caduta di detriti mentre alcuni edifici residenziali sono stati danneggiati. A dominare celebrazioni (da parte di Kiev) e preoccupazioni (da parte di Mosca), però, sono soprattutto le conseguenze economiche e produttive. Il sito rappresenta un centro non secondario nel settore (con una capacità potenziale di oltre 6 milioni di tonnellate all’anno) e, come tanti altri simili, era già stato oggetto di attacchi, l’ultima volta giusto il mese scorso.
PIÙ CHE ALTRO è un segnale che, se da un lato l’Ucraina soffre sempre più i missili avversari per carenza di intercettori, dall’altro la sua campagna mirata alle infrastrutture russe di gas e petrolio non subisce battute d’arresto e anzi pare centrare diversi obiettivi. Non basta il “piccolo regalo”, in termini di proventi legati all’oro nero, che il presidente statunitense Donald Trump sembrava aver fatto al Cremlino avviando l’aggressione all’Iran – con i prezzi del greggio per diverse settimane a livelli stellari. Ora le ridotte capacità di lavorazione, che aggravano ulteriormente il quadro nei mercati internazionali, stanno costringendo la Federazione (uno dei maggiori esportatori globali della materia) addirittura a importare e a confrontarsi con una crisi di approvvigionamento e distribuzione. Il problema era già emerso circa un anno fa, complice il fatto che in agosto le richieste di carburante risultano solitamente più elevate. Ma ora le immagini delle lunghe file di auto per far rifornimento alle stazioni di benzina si moltiplicano, costringendo le autorità ad ammettere pubblicamente le complicazioni, e iniziano a interessare anche la capitale.
A CASCATA, senza contare che a settembre sono in arrivo le elezioni, tali difficoltà paiono riflettersi sul morale della popolazione. Ferma restando la complessità delle indagini d’opinione nel contesto russo odierno, numerosi sondaggi rilevano un sempre maggior numero di persone che percepisce non soddisfacente la situazione economica. Già fra marzo e aprile, peraltro, un inchiesta di Gallup trovava che per la prima volta negli ultimi vent’anni la maggioranza dei cittadini (60%) reputava che le proprie condizioni economiche “stavano peggiorando” – una cifra ancora più alta di quelle registrate durante la pandemia. Pure all’esterno, è da vedere poi come i rallentamenti di produzione e raffinazione giocheranno nel rapporto con gli “alleati” o quasi-alleati: è della settimana scorso l’appello urgente del Tajikistan (che importa l’80% del proprio fabbisogno di petrolio dalla Russia) affinché fosse Teheran a inviare greggio e altri lavorati – indizio che pure il centro asiatico inizia a risentire della crisi, mentre i due conflitti sotto questo aspetto si legano sempre più.
QUESTO COMUNQUE non sembra tradursi in una maggiore malleabilità diplomatica da parte di Mosca. Sempre ieri il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha infatti rifiutato con decisione una piano di pace a quanto pare trasmesso con beneplacito di Washington dall’Ucraina (che lunedì ha celebrato 35 anni di indipendenza, incassando la visita dei maggiori leader europei). Oltre al cessate il fuoco con garanzie Nato, la proposta prevederebbe una cessione dell’intera regione del Donbass (di cui Kiev controlla ancora il 20%) – che però si trasformerebbe in una zona economica speciale sotto un’amministrazione terza. In realtà – ribadisce il funzionario russo – si tratta di aree già formalmente annesse dalla Federazione e su cui dunque non si può avviare alcuna trattativa. Di più: ci si dovranno aspettare rappresaglie per via degli attacchi ucraini sugli stabilimenti del commercio online (le catene Wildberries e Ozon, nuovo oggetto delle incursioni con droni). Botta e risposta, colpi e contraccolpi.