Palestina L’invasione militare guidata dal ministro Ben Gvir e rivendicata da Netanyahu nel quartiere di Kafr ’Aqab, simbolo dell’apartheid. Nuovo attacco all’agenzia Onu. Ma dietro forse c’è anche l’aeroporto di Qalandiya
Kafr ’Aqab è territorio di grigi: il colore dei palazzoni poveri tirati su in fretta e senza ambizione di armonia architettonica si specchia nello status urbanistico del quartiere più popoloso di Gerusalemme est.
UNO STATUS che è un limbo figlio degli interessi dell’occupazione israeliana: con la costruzione del muro di separazione, nel 2002, Kafr ’Aqab è stato tagliato fuori dalla città santa, separato dalla barriera alta otto metri e da checkpoint militari. Di fatto, oggi è periferia di Ramallah, Cisgiordania.
Ma i suoi abitanti palestinesi hanno in mano ancora la carta di identità di Gerusalemme (non cittadini israeliani, ma meri residenti apolidi) e le tasse le pagano alla città oltre il muro. Sono oltre 120mila, troppi per la «bilancia demografica» che Tel Aviv vorrebbe per Gerusalemme: sempre meno palestinesi e più israeliani ebrei.
Kafr ’Aqab è un quartiere povero, sovraffollato, senza spazi verdi, ospedali, fognature decenti. I servizi pubblici sono una chimera: Israele non ne dà (è al di là del muro, dice) ma non vuole rinunciare alla terra che tiene su i palazzoni. All’Autorità nazionale palestinese è impedito fornirne: qui non ha potere nemmeno formale.
Kafr ’Aqab è Gerusalemme quando serve. Ieri serviva, quando alle 10 – dopo mesi di minacce e provocazioni – l’esercito israeliano si è presentato con cinquanta camionette e un ministro, Itamar Ben Gvir, a guidare le truppe all’assalto del Qalandiya Training College, il più antico istituto professionale gestito dall’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi.
Dal 1952, ricordava poche settimane fa Roland Friedrich, direttore dell’Unrwa per la Cisgiordania, qua si sono diplomati migliaia di giovani tra i 15 e i 19 anni che tra le aule verniciate di bianco e blu hanno imparato un mestiere e ricevuto istruzione gratuita. Oggi i 16 corsi offerti ospitano 270 studenti, ma dei suoi spazi, le infermerie, gli asili e i servizi di base godono oltre 16mila persone.
IL 4 AGOSTO Friedrich aveva avvertito: qui l’esercito non può entrare, è territorio protetto e gode dell’immunità riservata allo staff e alle strutture delle Nazioni unite. Israele non ci fa mai caso, da inizio 2026 lo ha invaso almeno quattro volte. Ieri, la quinta, è stata probabilmente l’ultima: i soldati israeliani hanno cacciato lo staff e gli studenti, hanno occupato il centro e avviato la sua demolizione.
Lo stesso destino riservato al quartier generale Unrwa a Gerusalemme est, a gennaio, e ai centri dell’agenzia nella città occupata (scuole, cliniche, uffici, servizi di raccolta dei rifiuti), un’offensiva figlia della legge approvata dalla Knesset nell’ottobre 2024 che mette al bando l’Unrwa sul territorio dello Stato di Israele e su quello che controlla attraverso l’occupazione militare dal 1967.
Ben Gvir lo ha detto in una manciata di parole, su X: «L’Unrwa è nelle nostre mani», ha scritto a corredo di una foto scattata all’ingresso del Qalandiya Training Center. Il primo ministro Netanyahu non si è fatto scavalcare dalla sua ultradestra e ha rivendicato l’assalto, iniziato con la chiusura del checkpoint di Qalandiya, tra Ramallah e Gerusalemme, e il dispiegamento di camionette nel quartiere, con la consueta dote di fermi e arresti di palestinesi lungo la strada.
«Israele non autorizzerà un’organizzazione i cui dipendenti sono coinvolti nel terrorismo e nel massacro del 7 ottobre a operare sul proprio territorio», ha detto ricorrendo all’accusa-madre contro l’agenzia, nel mirino da ben prima dell’attacco di Hamas per il suo significato politico (il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi) e a cui svariate cancellerie europee hanno voluto credere, senza vedere prove, tagliando per mesi i fondi all’Unrwa.
NON MANCA una dose di propaganda politica: con i soldati ancora nei cortili, il ministero degli esteri israeliano ha annunciato la decisione di aprire lì un complesso educativo per i palestinesi di Kafr ’Aqab. Lo farebbe riducendolo in macerie e, soprattutto, imponendo il curriculum scolastico israeliano e cancellando quello palestinese.
Che possa trattarsi di un modo per tenere buona la comunità internazionale e prendere tempo ne sono convinti in tanti in Cisgiordania: la vicinanza del centro al checkpoint di Qalandiya e all’ex aeroporto palestinese chiuso da Israele 59 anni fa fanno temere un altro possibile piano di lungo periodo, ovvero svuotare l’area per una futura colonizzazione, magari proprio per sfruttare le piste a favore del traffico israeliano.
Una conferma arriva dalle mappe israeliane degli ordini di demolizione che abbiamo visionato: tutte le abitazioni palestinesi di Qalandiya lungo il perimetro dell’aeroporto sono indicate in giallo, sotto minaccia di distruzione.
Intanto dall’Unrwa ci arrivano le parole del commissario generale Christian Saunders: «Nessuna autorità può semplicemente entrare in una struttura dell’Onu. Le azioni intraprese oggi non rappresentano solo un attacco a un edificio, ma negano a questi giovani l’accesso all’istruzione e alla formazione necessarie per trovare un lavoro e costruirsi un futuro».
Da parte sua l’Autorità palestinese ha chiesto al Consiglio di Sicurezza un incontro urgente. Il giorno prima del raid, diplomatici di 24 paesi, tra cui Spagna, Germania e Gran Bretagna, avevano fatto visita al centro. Non è una coincidenza.