Rinnovabili ma non troppo Cinque società legate a Tel Aviv in pressing per gli impianti agrovoltaici. Il giurista: «Verificare la provenienza dei capitali»
Cinque società controllate dalla multinazionale israeliana Shikun & Binui all’assalto della Toscana. Dopo il caso di Ribolla, sollevato dal manifesto il 9 agosto, emergono nuove compagnie a responsabilità limitata che fanno parte della partita. Tutte collegate proprio a Shikun & Binui, la compagnia madre, che amministra le Spv registrate in Italia tramite il braccio europeo basato ad Amsterdam. E che è nella watchlist dell’Alto commissariato per i diritti umani dell’Onu per le sue attività nei territori palestinesi occupati e nel Golan siriano occupato. Dall’Asia occidentale arriva nelle campagne toscane con cinque società per realizzare cinque impianti agrovoltaici.
QUESTI PROGETTI riguardano le nuove traiettorie di indipendenza energetica dalle fonti fossili, la tutela del paesaggio e la creazione di strumenti di pianificazione territoriale su base locale. La loro assoggettabilità, cioè la valutazione preliminare dell’impatto ambientale, è vincolata, secondo la sentenza della Corte costituzionale numero 144 del 23 luglio 2026, all’adozione di un regolamento regionale capace di armonizzare il raggiungimento degli obiettivi europei di transizione energetica e l’individuazione di aree idonee all’installazione di impianti per le rinnovabili.
Ma sono anche progetti che interrogano le comunità, e che dovrebbero interrogare almeno allo stesso modo le istituzioni, sulla natura della transizione che viene implementata e con quali capitali si intende sostenerla. In questo caso, si delinea una concatenazione attraverso cui il capitale israeliano, versato da una società già attenzionata dall’Onu, si propone nel tessuto economico italiano. Un’operatività che la Regione, poco più di un anno fa, aveva dichiarato di voler scongiurare. Nel giugno 2025 infatti il Consiglio regionale della Toscana aveva approvato, con 24 voti favorevoli e 7 contrari, una mozione, che impegnava la giunta a «interrompere le relazioni istituzionali con il governo israeliano e con gli enti a esso riconducibili», oltre a sollecitare il governo italiano a interrompere i rapporti economico-commerciali, in un contesto segnato dalla sistematica violenza genocida a Gaza.
LA CRONOLOGIA e la documentazione relativa alle istruttorie dei singoli progetti ci restituiscono un cammino parallelo tra l’indirizzo manifestato dalla mozione dell’estate scorsa e gli iter di valutazione. Due strade, quella politica e quella autorizzativa, che si sarebbero potute incrociare con una semplice visura camerale. Ma le rinnovabili, evidentemente, non aspettano, anzi, accelerano.
«La transizione energetica è una sfida epocale che ci chiama ad agire non tanto dal punto di vista tecnologico ed economico, ma anche e soprattutto sotto il profilo sociale, culturale e ambientale. Non può esserci reale progresso se il cammino verso un nuovo modello energetico non è giusto, partecipato e rispettoso delle specificità dei territori». Si apre così il Piano regionale di individuazione delle zone di accelerazione terrestri (Prizat), lo strumento con cui la Regione intende contribuire all’obiettivo di gigawatt prodotti da fonti rinnovabili previsto dalla normativa europea da raggiungere entro il 2030. Un percorso che ha preso le mosse l’8 giugno 2026, quando la Giunta regionale ha presentato la proposta di legge numero 54 sulle aree idonee all’installazione di impianti e a distanza di poche settimane è arrivata anche la numero 42, relativa alle semplificazioni amministrative. Un trittico di provvedimenti dai quale emerge, come traiettoria prevalente, proprio quella della semplificazione, con il rischio che questa possa prevalere su una profonda valutazione degli impatti.
«NON DEVE esserci spazio per speculazioni travestite da investimenti green, a maggior ragione quando emergono collegamenti societari con soggetti che operano nei territori palestinesi occupati e che sono oggetto di gravi contestazioni sul rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani», spiega al manifesto Francesco Limatola, sindaco di Roccastrada di cui il comune di Ribolla è una frazione. Proprio da lì è nata la prima contestazione alle Spv ricondotte al colosso israeliano. E conclude: «Sarebbe indispensabile il massimo livello di attenzione e lo svolgimento di ogni opportuna verifica da parte delle istituzioni competenti. La transizione ecologica deve essere anche una transizione etica: oltre alla sostenibilità ambientale, servono trasparenza, responsabilità sociale, rispetto delle comunità locali e piena osservanza del diritto internazionale e dei diritti umani».
QUESTA OSSERVANZA si baserebbe sul parere della Corte internazionale di giustizia del 2024 che, oltre a dichiarare illegale l’occupazione israeliana nei territori palestinesi, «impone anche agli Stati terzi l’obbligo di non riconoscimento della stessa e di non consentire investimenti di capitali frutto delle operazioni illecite nell’ambito dell’occupazione», spiega Andrea Saccucci, docente di Diritto internazionale presso l’Università della Campania. La condizione minima ma non sufficiente per procedere, dunque, sarebbe una verifica della provenienza dei capitali investiti. «Essendo una multinazionale tale verifica potrebbe non essere semplice, in caso di mancanza di prove la Regione potrebbe bocciare i progetti, laddove ne avesse facoltà, come scelta discrezionale in via cautelativa orientata all’osservanza del parere della Corte», conclude Saccucci.
