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Colpa di stato Il nodo dell’estradizione e dei risarcimenti, ma Il Cairo non ha mai voluto collaborare. Meloni: «Abbiamo utilizzato anche i canali politici e diplomatici, dubito che chiudendoli ci avviciniamo ai nostri obiettivi piuttosto che allontanarci »

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580183e4-e7c0-4892-a58c-df11e287e7f3 Manifestanti in solidarietà con la famiglia Regeni a Piazzale Clodio prima della lettura della sentenza – Riccardo Antimiani/Ansa

I problemi sono di ordine politico e giudiziario. Perché dopo la sentenza di lunedì, che ha riconosciuto tre agenti della National Security egiziana (il colonnello Uhsam Helmi, il colonnello Athar Kamel Mohamed Ibrahi e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif) colpevoli di aver sequestrato e torturato Giulio Regeni, ma non di averlo ucciso, l’Italia sarebbe tenuta a dare seguito alla sentenza. Che specificatamente parla di condanne a dieci anni di carcere e di risarcimenti da 550mila euro da riconoscere ai familiari e alla presidenza del Consiglio dei ministri: 200mila euro a ciascuno dei genitori, 100mila alla sorella Irene Regeni e 150mila euro a Palazzo Chigi.

E COSÌ subito dopo la sentenza il vicepremier, e ministro degli Esteri, Antonio Tajani si è affrettato a fissare i distinguo: «Non è stato condannato l’Egitto, ma tre persone. Vedremo cosa accadrà in secondo e terzo grado di giudizio». D’altronde Tajani e il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi si sono incontrati per l’ultima volta solo poche settimane fa, il tre settembre. E al termine di quell’incontro dalle autorità egiziane uscì una ricostruzione secondo cui, oramai, tra Italia ed Egitto intercorre un «rapporto pacificato», il «coronamento di sforzi compiuti negli anni». Negli ultimi quattro anni, Meloni si è recata quattro volte al Cairo: il paese è diventato uno dei principali partner del Piano Mattei dell’esecutivo, gli scambi commerciali hanno segnato un +7,5% solo nei primi sei mesi del 2026 ed è tra i paesi con cui l’Italia ha stipulato accordi per il «contenimento dei flussi migratori». Con l’Egitto, poi, il governo sta lavorando a un altro caso, quello di Nessy Guerra, la 27enne di Sanremo accusata dal marito di adulterio e condannata a sei mesi di carcere, per cui è attesa una nuova udienza di appello il 7 ottobre.

L’INTENZIONE del governo, allora, anche davanti alla sentenza di lunedì pomeriggio è di non produrre alcuno strappo. Dopo un giorno di silenzio assoluto sulla vicenda lo ha ripetuto ieri sera anche Giorgia Meloni: «Posso dire che in questa ricerca di verità e giustizia noi abbiamo sempre utilizzato tutti i canali. Noi abbiamo utilizzato anche i canali politici e diplomatici con il Cairo, ho un po’ il dubbio che chiudendo quei canali noi ci avviciniamo ai nostri obiettivi piuttosto che allontanarci da quegli obiettivi». Lo stesso Tajani, incalzato dalle opposizioni che hanno chiesto un’informativa in Parlamento e un dibattito all’Eurocamera sul caso per chiarire la posizione dell’esecutivo, ha continuato a temporeggiare: «Bisogna andare avanti con serietà, abbiamo sempre insistito con le autorità egiziane affinché collaborassero». Il tutto sempre guardando i «contorni della sentenza che è limitata».

IL FATTO è che l’Egitto, questa collaborazione, non l’ha mai dimostrata. Al contrario ha depistato le indagini. I pm hanno ricevuto risposta solo a 25 delle 64 richieste inviate alle autorità egiziane, che non hanno mai fornito gli elementi fondamentali del caso. Difficile aspettarsi lo facciano ora, vista e considerata l’importanza che ha il sostegno degli apparti militari e di intelligence per Al Sisi. Per eseguire le condanne l’Italia dovrebbe avanzare una richiesta di estradizione, anche se tra i due paesi non c’è un accordo. Ancora più improbabile è che siano le autorità del Cairo a far scontare le condanne in Egitto. Rispetto alle provvisionali, invece, è l’Avvocatura dello Stato a dover avanzare la richiesta: degli agenti non si ha nessuna informazione, per cui sarebbe di nuovo Il Cairo a doversi assicurare che le somme vengano pagate.

ANCHE IL PROCESSO, però, potrebbe non essere giunto al termine. Eventualità remota, gli avvocati d’ufficio degli agenti infatti starebbero ragionando di presentare ricorso in appello dopo la pubblicazione delle motivazioni della sentenza dell’altro ieri. Questo dovrebbe accadere tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio, e a quel punto gli avvocati avranno trenta giorni per depositare l’istanza. Ricorsi che potrebbero arrivare alla Consulta: in base alla riforma Cartabia del 2021, per procedere in appello gli avvocati avrebbero bisogno di una procura speciale firmata dagli imputati. I quali non si sono mai presentati in aula e di cui l’Egitto non ha mai fornito le generalità. I legali quindi stanno ragionando sulla possibilità di portare il caso alla Consulta: la norma, secondo questa interpretazione, violerebbe il diritto alla difesa degli imputati.

COSÌ si allungherebbero i tempi, avanzando sul caso anche l’ombra della prescrizione. Se non ci fossero ricorsi, anche da parte della procura, la sentenza sarebbe a quel punto definitiva. E anche il governo dovrebbe decidere cosa fare.