La guerra grande Trump rimanda la vittoria certa a «dopo le elezioni di mid term di novembre». Due teorie a Teheran: attacco prima o dopo il voto. Secondo alcune fonti Aragchi avrebbe offerto l’accesso agli ispettori Aiea
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Caccia statunitensi a bordo della Uss Theodore Roosevelt – foto di Ryan Holloway/Ap
I negoziati restano in stallo e in Medio Oriente si risentono i tamburi di guerra. Gli Stati uniti ritirano le truppe dall’Iraq dopo dodici anni di missione contro l’Isis, ma intanto un nuovo gruppo di navi da guerra fa rotta verso la regione. La portaerei Uss Theodore Roosevelt e il gruppo anfibio Uss Makin Island, con due navi da sbarco, trasportano più di 7.000 marinai e 2.000 marine, che si aggiungono ai circa 50.000 militari già presenti.
TRUMP DICE che l’Iran sarebbe «pronto a cedere» e che gli Stati uniti vinceranno «subito dopo le elezioni» di novembre, forse anche prima. Il presidente americano parla pubblicamente di nuovi attacchi e dice che è «possibile» intensificare i bombardamenti in Iran dopo il mid term del 3 novembre. Respinge l’ultima proposta di cessate il fuoco di Teheran, spiegando che «cose che non avrei approvato un anno fa non le approverei oggi».
Secondo alcune fonti, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Aragchi avrebbe offerto agli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica l’accesso agli impianti nucleari bombardati durante la guerra, in cambio di un allentamento delle sanzioni. Il segretario di Stato americano Marco Rubio, però, ci tiene a precisare che ha espulso la delegazione iraniana arrivata a New York per l’assemblea generale dell’Onu.
A TEHERAN, l’idea di un accordo di pace è ormai quasi abbandonata. La sfiducia verso Washington è così profonda che molti si aspettano l’attacco da un momento all’altro. Si discute solo di quando e come comincerà.
Il blocco navale sta danneggiando gravemente l’economia iraniana, ma la leadership pensa che il tempo giochi a suo favore. Tuttavia, sta sbiadendo la speranza di Teheran che il rincaro dei carburanti, il diesel in particolare, l’inflazione e le pressioni economiche negli Stati uniti prima del voto di novembre finiscano per costringere Trump al compromesso.
LE RICHIESTE americane vengono guardate con estremo sospetto, perché l’Iran ricorda di essere già stato attaccato due volte mentre erano in corso colloqui di pace. Per questo pretende impegni vincolanti e la fine della guerra prima di revocare il blocco nello Stretto di Hormuz.
A Teheran circolano due ipotesi. La prima è che Trump, prima delle elezioni, lanci un attacco simbolico ma rilevante contro i siti nucleari rimasti, come il sito nucleare sotterraneo del monte Piccone, per mostrarsi forte e rivendicare una «vittoria simbolica».
Un’escalation su larga scala o un conflitto prolungato prima del voto farebbero schizzare il prezzo del petrolio e danneggerebbero i repubblicani, per questo gli Usa puntano sullo «strangolamento finanziario» dell’Iran. Il Pentagono, si ritiene, avrebbe preparato tutte le opzioni a disposizione, comprese quelle di deterrenza con armi nucleari tattiche o missili da crociera navali. In questo scenario l’Iran è deciso a rispondere con tutta la potenza di cui dispone, non più in modo simbolico, e ad allargare il conflitto a livello regionale, colpendo per esempio le infrastrutture energetiche degli Emirati Arabi Uniti per destabilizzare i mercati petroliferi.
LA SECONDA IPOTESI è un attacco dopo il voto di novembre. Si teme che Trump avvii un’operazione su vasta scala per «finire il lavoro», con il sostegno americano e israeliano a insurrezioni armate di gruppi etnici interni. Diversi analisti iraniani sono convinti che la Casa bianca stia valutando anche un attacco di terra.
In Iran, tra la fazione pragmatica e quella ideologica il dibattito esiste, ma il processo decisionale, guidato da un consiglio di sei membri insieme alla Guida Suprema, resta compatto. Teheran vive questa fase come una questione di sopravvivenza. La leadership è convinta che arrendersi porterebbe solo altri attacchi e che resti una sola strada, resistere o costringere gli Usa al compromesso.
La strategia americana in vista del voto sembra poggiarsi a contenere i costi energetici interni e mantenere una pressione militare calcolata. Il caro vita e il prezzo dei carburanti sono il fattore politico più delicato per la Casa bianca. L’amministrazione sta valutando di limitare le esportazioni americane di diesel e insiste con gli alleati europei perché attingano alle riserve d’emergenza, fino a 120 milioni di barili, per frenare i prezzi mondiali. In pratica scarica sull’Europa il peso di assorbire lo shock energetico, e nel G7 si discute apertamente della tenuta delle scorte strategiche dell’Ue.
MENTRE MILIONI di iraniani resistono alla guerra economica americana e vivono sotto la minaccia di nuove bombe, una cosa diventa ogni giorno più certa. Così la situazione non può durare. I costi, per tutte le parti, diventeranno presto troppo alti e qualcuno dovrà fare un passo. Quel passo deciderà il futuro della regione. Si spera che vada verso la pace e non verso la guerra.
