Nuovo video della Premier L’allarme è alto ma si vorrebbe evitare un frontale contro parte della base sociale della destra
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La presidente del Consiglio Giorgia Meloni al termine del Cdm che ha approvato un decreto legge con disposizioni urgenti e misure di sostegno ai settori dell'autotrasporto, dell'agricoltura e della pesca, Roma, 22 ottobre 2026 – Foto Ansa
Il bastone e la carota. Della seconda si occupa il cdm con il suo decreto. Il bastone lo impugna subito dopo, tramite videomessaggio, Giorgia Meloni. Rivendica gli aiuti appena decisi per autotrasportatori e agricoltori: «Non sono promesse: sono risorse che stanno già arrivando al comparto». Poi però il tono cambia e diventa minaccioso: «In alcune zone pochi soggetti continuano a bloccare le strade. Minacciano chi vuole lavorare, tagliano le gomme ai camion dei colleghi. Questa non è protesta, è intimidazione e non la tolleriamo».
Poi la premier rincara: «Useremo tutti gli strumenti che la legge ci offre, comprese le norme del decreto sicurezza che hanno reso reato il blocco stradale». Quel decreto avrebbe potuto essere adoperato già da giorni. Il governo ha deciso saggiamente di non farlo per non esasperare la situazione prima di poter rivendicare aiuti reali, sia pur insufficienti. Ma ha scelto sin qui la prudenza anche perché gli autotrasportatori in particolare sono una componente della base sociale della destra e va da sé che il governo non voglia inimicarseli.
Salvini, ministro direttamente coinvolto, rilancia la minaccia: «I blocchi stradali sono un reato e come tale verranno trattati». Sia lui che il ministro della Giustizia Nordio agitano lo spettro della criminalità organizzata. Il leghista paventa «infiltrazioni criminali fra i tanti lavoratori per bene che giustamente protestano». Per Nordio c’è una «forte probabilità» che nella protesta ci siano «infiltrazioni e strumentalizzazioni criminali». I Pm di Napoli stanno appunto indagando. La commissione di garanzia per gli scioperi denuncia il «pericolo grave e imminente per i diritti costituzionali dei cittadini, minacciando la salute e la sicurezza». Il viceministro dei Trasporti Rixi raccoglie il grido di dolore: «Se non sarà consentito il passaggio delle merci il governo darà attuazione alla richiesta del garante». Già dal mattino aveva agitato lo spettro di una «precettazione nelle prossime ore».
In realtà il governo si augura che basti la voce grossa senza dover muovere passi difficili e pericolosi sul piano del consenso. La precettazione è anche tecnicamente poco praticabile. Per farla scattare è necessario incontrare 24 ore prima i sindacati ma la grande maggioranza di quelli che bloccano le strade non si riconoscono in alcuna sigla. Al Mit, poi, non si nascondono che la precettazione serve soprattutto come «scusa» per chi volesse dissociarsi dallo sciopero con le spalle coperte.
Per il resto, la gestione dell’ordine pubblico nella regione più nevralgica e che più di ogni altra preoccupa il governo, la Campania, è già passata nelle mani del ministro degli Interni. Qualche risultato si è visto, sia per i controlli sui blocchi sia per la scorta che, dalla sera di mercoledì a quella di ieri, ha garantito il passaggio di 500 camion dopo i 500 del giorno precedente. Alcune merci essenziali sono così tornate nei supermercati, sia pure a macchia di leopardo. Ieri molti blocchi sono stati tolti. Resta però drammatica la situazione sul fronte dei carburanti, con il 95% delle pompe della regione a secco e il rischio di paralisi per le ambulanze. Non altrettanto difficile ma in fase di rapido aggravamento, non solo in Campania, il fronte della pesca, con i pescherecci fermi in alcuni porti come Pescara e San Benedetto.
Meloni non ha alcuna voglia di usare la mano pesante ma, senza uno sblocco reale della situazione tra oggi e domani, potrebbe essere costretta a farlo. Perché in questo caso, a differenza dell’emergenza di Milano gonfiata ad arte anche per esigenze di propaganda, la preoccupazione è davvero massima. La situazione dei carburanti è già molto oltre l’allarme rosso. Il blocco della Campania mette a rischio l’intero export ortofrutticolo anche siciliano, che transita per quella regione. Ma l’incubo è che la grande distribuzione alimentare, non potendo più contare sui prodotti italiani, cancelli i contratti con le aziende nazionali per rivolgersi all’export di altri Paesi, come Spagna, Francia o Egitto. Il danno passerebbe da emergenziale a strutturale. Per il Mit «sarebbe irreparabile».