COMUNICATO STAMPA ¡Faenza Agisce Insieme! - ¡FAI!
Lo scorso 20 febbraio le nostre forze politiche, EUROPA VERDE-VERDI; FRONTE COMUNE, L’ALTRA FAENZA, PARTITO SOCIALISTA ITALIANO-PSI, SINISTRA ITALIANA, hanno incontrato Massimo Isola per sottoporgli un documento programmatico in vista delle prossime elezioni amministrative. Oggi, dopo il pieno accoglimento delle nostre proposte, possiamo rendere pubblico il nostro sostegno alla candidatura a Sindaco di Massimo Isola per le elezioni amministrative 2026.
Nei prossimi giorni organizzeremo un’iniziativa pubblica in cui illustreremo i contenuti del documento e presenteremo il logo della nostra lista, che si chiamerà:
¡Faenza Agisce Insieme! - ¡FAI!
Contatti:
Baccarini Gianluca 3396751666
Menichelli Armando 3470735775
Massimo Donati 3292107561
Martino Albonetti 3392154811
Luigi Albonetti 3485809767
Le organizzazioni promotrici della campagna “Basta favori ai mercanti di armi” hanno espresso forte preoccupazione per le indiscrezioni secondo le quali il Governo intenderebbe rimettere in discussione e peggiorare la legge 185/90 sul controllo dell’export di armamenti, riaprendo il dibattito alla Camera sul DDL governativo già approvato al Senato che andrebbe a stravolgere la Legge
Questa prospettiva prepara il terreno per il futuro. Le modifiche proposte, in continuità con altri interventi che hanno già indebolito i controlli a livello europeo e in diversi stati membri, rischiano di rendere le esportazioni di armi più facili e meno controllate. Questo avverrebbe nel momento in cui l’industria militare avrà aumentato la propria capacità produttiva e i fondi per il riarmo, oggi in forte crescita nell’Unione europea, si saranno esauriti o stabilizzati.
È in quel momento che si proverà a spingere ancora di più sull’export verso mercati extra-Ue, riducendo vincoli e controlli. Per questo è fondamentale difendere una legge che garantisca trasparenza e responsabilità, soprattutto verso stati autoritari, paesi in guerra o in aree di forte tensione.
Uno degli obiettivi concreti di questa riforma è la cancellazione, nell’ambito della Relazione governativa ufficiale, della Tabella sulle cosiddette “banche armate”, ovvero l’elenco degli istituti di credito coinvolti direttamente nelle operazioni di esportazione di armamenti. In una fase in cui aumentano enormemente i fondi destinati alle armi e alle attività economiche correlate, ridurre la trasparenza su chi fornisce servizi finanziari che rendono possibile questo commercio verso l’estero è estremamente grave: significa rendere più opachi i flussi di denaro e favorire interessi economici che prosperano sull’instabilità internazionale e sull’aumento dei conflitti. Minore capacità di controllo e minore trasparenza informativa nei confronti dell’opinione pubblica comportano più spazio d’azione per chi intende trarre profitto dalle guerre.
La Campagna continuerà a essere portata avanti affinché questa modifica peggiorativa della legge non passi e, al contrario, proprio mentre crescono le spese militari, vengano rafforzati i meccanismi di controllo e di trasparenza sul commercio di armamenti. È particolarmente grave che la proposta governativa faccia alcun riferimento al Trattato internazionale sul commercio di armi (ATT), ratificato dall’Italia, e che dovrebbe costituire il principale riferimento in materia.
Alla luce di questo quadro, la Campagna ribadisce che non basta difendere l’impianto della legge 185/90, ma occorre al contrario rafforzarlo. Chiediamo che ogni riforma tenga esplicitamente conto del Trattato sul commercio di armi, che il ruolo degli organismi interministeriali non si trasformi in una semplificazione a favore delle autorizzazioni ma resti fondato su valutazioni politiche e tecniche stringenti, che la Relazione annuale al Parlamento venga resa più completa, leggibile e trasparente sui dati relativi ai paesi destinatari, alle tipologie di materiali, alle autorizzazioni e ai servizi , che non venga eliminata la parte relativa ai rapporti tra sistema bancario e industria militare e che vengano preservati gli strumenti di coordinamento e monitoraggio pubblico nonché la possibilità di acquisire informazioni sul rispetto dei diritti umani anche da parte di organismi indipendenti della società civile.
Difendere la legge 185/90 significa difendere il diritto dei cittadini e delle cittadine a conoscere i dettagli su un commercio che incide su guerre e popolazioni il ruolo del Parlamento nel controllo delle scelte in materia di armamenti e la responsabilità dell’Italia verso la pace, i diritti umani e il diritto internazionale.
https://www.collettiva.it/copertine/diritti/medici-indagati-ravenna-cpr-uvc1pzhy?guid=nl-1771401604
Perquisizioni in ospedale e nelle case di sei sanitari accusati di avere falsificato certificati per impedire l'invio nei Cpr di alcuni cittadini stranieri
“Siamo sanitari, non gangster”: è una delle scritte esposte durante il flashmob organizzato all'ospedale di Ravenna in risposta alle perquisizioni eseguite nei giorni scorsi nel reparto di malattie infettive e nelle abitazioni di sei medici dell’ospedale accusati di presunte falsificazioni di certificati per impedire l’invio nei Centri per il rimpatrio di alcuni migranti.
Alla manifestazione in solidarietà dei medici hanno partecipato colleghi, studenti, cittadini, oltre che Cgil e Fp Cgil Ravenna. “La salute è un diritto fondamentale di tutti (migranti compresi) non un reato”, “Significato di salute: benessere fisico, psichico e sociale, non semplice assenza di malattia o infermità”, “Il medico non giudica, non seleziona, non esclude, ma si prende cura”: questi gli slogan che sintetizzano le motivazioni della mobilitazione, organizzata, tra gli altri, dalla dottoressa Federica Giannotti, cardiologa all’ospedale di Ravenna.
Nel podcast Giannotti, precisando il suo rispetto per la magistratura che sta svolgendo le indagini, spiega che nelle modalità della vicenda “vi è stata un’aggressività inaudita” che ha diffuso “molta inquietudine, perché un’ingerenza del genere nella professione medica, nell’atto medico, non si era mai vista. È pesantissima e ha toccato umanamente le persone indagate, che si sono viste sconvolgere la vita”.
Il sentore è quello di un gesto politico, il timore è che si moltiplichino le indagini sul lavoro dei medici che si occupano dei migranti dopo gli sbarchi sempre frequenti a Ravenna come in molti porti italiani.
”In realtà è più che un timore – dice la dottoressa – perché sappiamo, ad esempio, che la Questura di Rimini si è rivolta all’azienda sanitaria proprio su spinta sempre del Viminale per fare pressione sul rilascio dei certificati”. Infine Giannotti non manca di ricordarci quali siano le condizioni psicofisiche di coloro che arrivano in Italia da altri Paesi dopo avere affrontato “viaggi per noi inimmaginabili”, che provano tanto la salute fisica quanto quella mentale.
Si vota il 22 e 23 marzo, ma su cosa? Breve vademecum per andare alle urne consapevoli di conoscere la posta in gioco e fare la scelta giusta
Ecco un vademecum per capire meglio i temi e quali conseguenze determinerà il voto sul referendum sulla giustizia.
Il 22 e 23 marzo 2026 le cittadine e i cittadini saranno chiamati a esprimersi su una riforma costituzionale che riguarda l’assetto della magistratura. Il Parlamento ha già approvato il testo, ma non con la maggioranza dei due terzi. Per questo la parola finale spetta agli elettori, attraverso un referendum costituzionale confermativo.
Non si tratta di un referendum abrogativo. Qui non si cancella una legge esistente, ma si decide se una modifica della Costituzione debba entrare in vigore oppure no. Non è previsto quorum. Conta solo la maggioranza dei voti validi. Ogni scheda pesa allo stesso modo, indipendentemente dall’affluenza.
Il punto centrale della riforma è la distinzione formale tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti. Restano entrambi parte di un ordine autonomo e indipendente, ma seguono percorsi professionali separati. Non condividono più gli stessi organi di autogoverno, pur mantenendo le garanzie costituzionali di autonomia.
La riforma prevede la nascita di due Consigli Superiori della magistratura, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Ognuno gestisce nomine, valutazioni e carriere dei magistrati della propria area. L’idea è rendere più netta la distinzione dei ruoli e rafforzare l’autonomia reciproca tra funzione giudicante e requirente.
Un’altra novità rilevante è l’istituzione di una Corte disciplinare di rango costituzionale. Questo organo si occuperà dei procedimenti disciplinari, sottraendo tale competenza ai Consigli Superiori. Secondo il legislatore, la separazione tra governo delle carriere e responsabilità disciplinare dovrebbe aumentare trasparenza e imparzialità.
Il tema più discusso è il ricorso al sorteggio per la scelta dei componenti degli organi di autogoverno. Al posto del voto, la selezione casuale dovrebbe ridurre il peso delle correnti interne alla magistratura. I sostenitori parlano di uno strumento per spezzare assetti consolidati. I critici temono invece una riduzione della rappresentanza e della responsabilità democratica.
Votare SÌ vuol dire approvare l’intera riforma costituzionale. La separazione delle carriere, i due Consigli Superiori, la Corte disciplinare e il nuovo sistema di selezione entreranno in vigore, dopo l’approvazione delle leggi di attuazione necessarie. Non ci saranno effetti immediati sui processi.
Votare NO comporta il mantenimento dell’assetto attuale. Magistratura unitaria, un solo Consiglio Superiore e nessuna modifica costituzionale. Il Parlamento potrà comunque intervenire con leggi ordinarie, ma ogni ipotesi di separazione delle carriere richiederebbe un nuovo iter di revisione della Costituzione.
Il referendum sulla giustizia non riguarda un singolo dettaglio tecnico. Mette in discussione il modello di organizzazione interna della magistratura e il modo in cui si esercita l’autogoverno. Capire cosa cambia davvero è essenziale per evitare semplificazioni e scegliere in modo consapevole.
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I fatti accaduti all’Ospedale di Ravenna – dove il reparto di Malattie Infettive è stato perquisito e sei medici sono stati indagati per aver certificato l’inidoneità al trasferimento nei CPR di alcuni pazienti – rappresentano un grave attacco all’autonomia medica e al diritto alla salute garantito dalla Costituzione.
Il medico ha il dovere etico e professionale di agire in scienza e coscienza, tutelando la vita e la salute delle persone: sindacare una valutazione clinica attraverso strumenti repressivi significa subordinare la decisione clinica a esigenze di ordine pubblico o di scelta politica.
I CPR sono contesti intrinsecamente patogeni, come è ovvio a chiunque ne abbia visto uno e come attesta anche l’OMS in un Policy Brief dello scorso gennaio.
La perquisizione condotta a Ravenna non danneggia solo i medici coinvolti. Mette a rischio la continuità delle cure, crea un clima di paura nei reparti e mina un principio fondamentale della nostra democrazia: la salute è un diritto di tutti, senza eccezioni.
Per questo ci uniamo anche noi di EMERGENCY all’appello della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni:
Se la cura diventa un reato, la democrazia stessa è in pericolo.
Si può firmare a sostegno dei medici di Ravenna :
https://www.change.org/p/appello-urgente-la-cura-non-%C3%A8-un-reato
Faenza, 15 febbraio 2026
Oltre 200 persone in Piazza della Libertà contro il DDL Bongiorno: “Solo Sì è Sì. Senza consenso è stupro.”
Una piazza partecipata, determinata e intergenerazionale.
Domenica 15 febbraio, oltre 200 persone hanno riempito Piazza della Libertà a Faenza per chiedere il ritiro della proposta di modifica dell’art. 609 bis del codice penale in materia di violenza sessuale, approvata il 27 gennaio in Commissione Giustizia.
La mobilitazione si è svolta in coordinamento con le iniziative promosse in tutta la Romagna e nell’ambito della giornata nazionale lanciata da D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, Non Una Di Meno e dalla campagna No Sui Nostri Corpi.
L’intervento centrale è stato quello di Silvia Dal Pane per SOS Donna, che ha illustrato con precisione le criticità giuridiche del DDL Bongiorno, richiamando il documento elaborato dalle avvocate di D.i.Re. Silvia ha spiegato che l’introduzione della “necessità di dissenso” rischia di spostare il baricentro del processo sulla persona offesa, moltiplicando domande come: “Hai dimostrato il tuo dissenso? Puoi provarlo?”
Ha ricordato che già oggi i procedimenti per violenza sessuale sono lunghi e dolorosi, e che la giurisprudenza ha costruito negli anni un’interpretazione del consenso capace di riconoscere le situazioni in cui non è possibile esprimerlo: la paura che paralizza, le condizioni di vulnerabilità, le relazioni di potere, l’impossibilità fisica o psicologica di reagire. Tornare a un impianto centrato sulla prova del dissenso significherebbe aggravare la vittimizzazione secondaria e scoraggiare ulteriormente le denunce, che sono già una minima parte dei casi reali.
Ilaria, per Incontri di Genere, ha letto la convocazione del sit-in, ribadendo che la violenza sessuale non è una “incomprensione”, ma un atto di potere e controllo, e che eliminare il riferimento al consenso significa indebolire la tutela di chi subisce violenza.
Babs Mazzotti ha collocato il DDL dentro una cornice politica più ampia. Ha denunciato l’impianto misogino e patriarcale che accompagna il retrofront delle destre, a partire dalla narrazione sulle “false denunce”, una costruzione funzionale a rafforzare l’idea che le donne siano manipolatrici e bugiarde.
Ha aggiunto che per anni chi denunciava gli attacchi ai diritti delle donne e delle persone LGBTQIAP+ si è sentitə rispondere che si trattava di “diversivi”, di “distrazioni” rispetto ai “veri problemi”. Oggi, invece, appare evidente che questi attacchi sono al centro di un progetto politico preciso. Questo progetto ha un nome: patriarcato. E chiamarlo con il suo nome non è retorica, ma analisi della realtà.
Particolarmente intenso l’intervento del Collettivo Colibrì, studentesse del Liceo Torricelli Ballardini di Faenza, che hanno parlato della paura tra le giovani, dell’aumento della violenza tra pari, dell’esistenza di “liste dello stupro” nelle scuole e della negazione di un’educazione sessuo-affettiva strutturale.
Sul tema è intervenuto anche OSA Faenza, ribadendo che l’educazione sessuo-affettiva deve essere obbligatoria e non lasciata alla volontarietà delle singole scuole.
Ha preso parola Riflessi, gruppo di autocoscienza maschile, che ha interrogato la costruzione della maschilità come performance che non ammette rifiuto né fallimento, e quindi potenzialmente violenta e nociva per tuttə. Un appello rivolto in particolare a chi si riconosce nella maschilità e sceglie di mettersi in discussione.
La piazza ha mostrato una composizione transfemminista ampia e plurale: donne delle lotte degli anni Settanta, persone LGBTQIAP+, giovani, sindacati, associazioni, collettivi. Una presenza attraversata da differenze ma unita nel ribadire che senza consenso libero, attuale ed esplicito è stupro.
La mobilitazione continua.
Il 28 febbraio 2026 si terrà la manifestazione nazionale a Roma contro il DDL Bongiorno: dai territori romagnoli si sta organizzando un bus e si chiede uno sforzo collettivo anche economico per garantire una partecipazione ampia.
In vista dell’8 marzo, è stato inoltre lanciato un appello ai sindacati perché il 9 marzo sia giornata di sciopero contro un sistema che continua a mettere in discussione autodeterminazione e libertà.
Il presidio è stato promosso da:
Associazione SOS Donna ODV – Centro Antiviolenza dell’URF; Incontri di Genere; Riflessi; REA Collettivo di Genere Forlì; Arci Prometeo; Sorelle Festival; Associazione Fatti d’Arte; Arci Castel Bolognese.
Hanno aderito:
Teatro Due Mondi; Fronte Comune; L’Altra Faenza; PSI; Collettivo Colibrì; Faenza per la Palestina – BDS Faenza; OSA Faenza; CGIL; UIL Ravenna; Gruppo Donne Democratiche Faenza; Movimento 5 Stelle Faenza; Gruppo Territoriale Faenza – Unione Romagna Faentina.
Per informazioni e adesioni:
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Solo Sì è Sì. Nessun arretramento sui diritti.