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Il segretario generale della Cgil a Firenze davanti al cantiere di Via Mariti dove hanno perso la vita 5 operai. Il video dell’intervento dal palco

 

“Chiediamo che si apra una trattativa seria, di annunci, di chiacchiere ne ho già sentite anche troppe”. Così Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, appena arrivato insieme al segretario generale della Uil, PierPaolo Bombardieri, davanti al cantiere di via Mariti a Firenze dove il 16 febbraio scorso hanno perso la vita 5 operai.

 
 

(Landini risponde alle domande dei giornalisti)

A margine del presidio indetto dai sindacati nel capoluogo toscano, uno delle decine di presidi che si sta svolgendo in questa giornata di mobilitazione in tutta Italia con sciopero di due ore a fine turno di edili e metalmeccanici, Landini ha parlato con la stampa. 

(L’intervento di Maurzio Landini dal palco di Firenze)

Il governo “è da luglio che non ci sta incontrando. "Adesso ci vogliono 41 morti, quanti ce ne sono stati finora a febbraio 2024, per decidere che bisogna intervenire? Siamo convocati lunedì mattina, bene, si apra una trattativa, non sia il solito film che ci tengono mezz'ora a Palazzo Chigi per poi fare quello che vogliono. Abbiamo presentato una piattaforma, fare una trattativa vuol dire che si viene via da lì non dopo un'ora, ma quando si è fatto un accordo che risolve i problemi”. Se c'è bisogno, avverte ancora, “si sta lì anche due, tre giorni come abbiamo fatto altre volte. Basta chiacchiere e anche deleghe in bianco. Di deleghe in bianco non ne diamo a nessuno, è il momento di avere risposte precise alle piattaforme che abbiamo presentato”, ha sottolineato Landini.

“Le imprese – ha detto il segretario generale della Cgil – non possono stare zitte e far finta che questo non riguardi anche loro perché fare impresa in questo modo è metterla in quel posto a chi vuole fare seriamente l'impresa, rispettando le leggi, le regole e investendo sul lavoro. Per quello che ci riguarda è il momento non del cordoglio ma di fare, di agire e intervenire dove non si è fatto, cambiando quelle leggi balorde che sono state fatte”.

“Il subappalto a cascata – spiega Landini – va cancellato, bisogna introdurre la patente a punti, bisogna estendere il diritto alla formazione e alla prevenzione, bisogna aumentare le assunzioni agli ispettori e anche dei servizi di medicina del lavoro e bisogna da questo punto di vista cancellare tutti quei sistemi che hanno portato addirittura a lavorare qui persone senza neanche il permesso di soggiorno. La maggioranza di quelli che sono morti sono migranti, in alcuni casi clandestini”.

“Bisogna cancellare anche la Bossi-Fini, perché non possono essere solo sfruttati i migranti. Bisogna cancellare anche quelle leggi balorde che li mettono in condizione di dover lavorare sotto ricatto a queste condizioni. Questo è un altro tema, altro che chiudere le frontiere: bisogna aprire gli occhi e colpire quelli che sfruttano le persone”.

La segretaria confederale Cgil, nel giorno dello sciopero: “Non ho sentito un’associazione d’impresa prendere parola sui morti di Firenze”

Da tempo e unitariamente i sindacati chiedono fatti e non parole di circostanza ogni volta che si aggiorna la conta dei morti. “Morti non per fatalità ma a causa della cultura del profitto a scapito della dignità del lavoro e della sicurezza”. Francesca Re David, segretaria confederale della Cgil, ricorda le richiesta rivolte al governo senza mai ottenere risposte.

Cinque morti nel cantiere Esselunga a Firenze, nei giorni successivi altri due morti. Eppure questo governo è in carica ormai da quasi un anno e mezzo e aveva annunciato grandi interventi sulla sicurezza per il lavoro, che cosa è stato fatto e cosa no?

Non è stato fatto assolutamente nulla. All’inizio facemmo alcuni incontri totalmente inutili con il governo, poi interrotti perché finti. Leggo sui giornali che sarebbero al lavoro commissioni ministeriali per individuare strategie, ma non ne sappiamo assolutamente nulla. In realtà tutto ciò che è stato fatto va nella direzione della cosiddetta semplificazione, del contenimento delle sanzioni. E anche il lavoro in corso sul sommerso, che in qualche modo tocca anche la questione di salute e sicurezza, ha la caratteristica di indebolire le norme esistenti, il contrario di ciò che occorrerebbe fare. Oltre alle norme specifiche, quel che serve – come per i femminicidi – è un cambio culturale. È inutile pronunciare parole di cordoglio a incidenti avvenuti se non cambia la logica che tutto è consentito sull’altare del profitto e della libertà di impresa che deve essere salvaguardata a prescindere. Pensiamo alla riforma del Codice dei contratti pubblici imposto da Salvini, certo siamo riusciti a farvi inserire il rispetto dei contratti collettivi, ma liberalizza completamente l’appalto a cascata e non è intervenuto affatto sugli appalti privati che sono del tutto senza norme. Se guardiamo a ciò che è accaduto a Firenze scopriamo che ci sono voluti giorni per sapere chi erano i lavoratori e le ditte presenti nel perimetro del cantiere, vuol dire non esiste nessun rispetto delle regole più elementari. Non ci sono regole e per le poche che esistono non ci sono strumenti per farle rispettare.

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Una cosa, tra le altre, sconcerta. Alcune delle ditte coinvolte nel disastro di Firenze erano state protagoniste solo un paio di mesi fa di un incidente analogo, per fortuna senza morti, in un cantiere sempre di Esselunga a Genova...

Questa vicenda pone alcune questioni. Innanzitutto, è vero che esiste una norma che impone la congruità tra numero di addetti e ammontare dell’appalto. Non vi è, però, una norma analoga che definisca la congruità tra opera da costruire e tempi e modi di esecuzione del lavoro. Purtroppo spesso le aziende appaltatrici, questo sembra essere uno fattori che ha portato al crollo di Firenze, pretendono tempi di consegna non coerenti con un lavoro in sicurezza. Esiste una responsabilità anche nel mondo delle imprese e delle loro associazioni. Non ho sentito un’associazione d’impresa prendere parola sui morti sul lavoro. La secondo questione che merita attenzione è che l’impresa capofila dell’opera fiorentina è totalmente partecipata Esselunga ed è la stessa dell’incidente di Genova così come sembra ce ne sia almeno un’altra presente sia a Genova che a Firenze. Naturalmente, se ci fosse la patente a punti, da tempo unitariamente chiediamo venga istituita, quella ditta non avrebbe potuto lavorare. Non è una fatalità ma il risultato di scelte o di mancate scelte.

In quel cantiere, come in moltissimi altri, c’erano decine di ditte diverse con contratti differenti non tutti afferenti alla filiera dell'edilizia. Come si fa a costruire sicurezza in un cantiere che sembra una giungla?

Non c’è dubbio che tutti i cantieri, soprattutto se grandi, hanno questa caratteristica. Tutti sono luoghi grandi come città, basti pensare ai cantieri navali o a quelli siderurgici. Non è ancora chiara la situazione di quello di Firenze, a stare alla magistratura sembra ci fossero diversi elementi di irregolarità e quella quantità di ditte fa pensare a partite Iva e a ditte individuali. In ogni caso la questione non è solo o non tanto quanti sono i contratti applicati, dentro ogni cantiere si svolgono lavori differenti a cui corrispondono contratti differenti, da quelli dell’edilizia a quelli metalmeccanici che si occupano di impiantistica, ma la questione è quali sono le modalità con cui si costringe a lavorare che spesso espongono a rischi inauditi, soprattutto i migranti.

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E poi c’è il tema della formazione e dei controlli...

La formazione adeguata è indispensabile ma naturalmente spesso e solo sulla carta, tanto più se non ci sono controlli e questo accade spesso nelle piccole ditte. È indispensabile sapere chi è dentro il perimento del cantiere, per quante ore, a fare cosa. Per questo è indispensabile il cartellino di ingresso con foto e chip. Insomma servono quelle cose che rendano un cantiere un normale luogo di lavoro. E serve, per renderlo tale al di là delle norme, la responsabilità delle imprese che invece si perde man mano che i scende lunga la catena del sub appalto.

Ma non sarebbe utile trovare degli elementi unificanti in un luogo di lavoro così frammentato, dai Rls di sito alla formazione, al responsabile del coordinamento delle attività?

Non c'’è dubbio. Da tempo chiediamo rappresentanti della sicurezza di sito che abbiano tutte le agibilità necessarie, così come il sindacato deve avere una presenza che garantisca questa unificazione. Poi naturalmente è necessaria una formazione che riguardi sia rischi in senso generale sia quelli specifici sulla conoscenza di come è fatto quel luogo di lavoro. Come si vede molto dipende dalla serietà del cantiere, dubito che questi lavoratori avessero fatto le ore di formazione previste dal sistema dell’edilizia. Il tema è fare davvero formazione e avere anche quella specifica di riunificazione delle condizioni di quel luogo dove si sta lavorando. Questo secondo me non viene, tranne che rarissimi casi, fatto ed è un problema. E poi c’è la questione della formazione obbligatoria per le imprese che devono sapere quali sono le norme di sicurezza per poterle rispettare. Anche questa non sempre si fa.

Nel discorso di insediamento alla Camera, la presidente del consiglio Meloni ha utilizzato una frase che oggi sembra terribile. Ha detto: “Non mettiamo freni a chi fa”. È questa la logica che ha portato a incidenti come quelli di Firenze o sui binari della stazione di Brandizzo?

Non c’è dubbio che questi siano gli effetti della cultura del basso costo del lavoro e dello sfruttamento. Ma c’è di più, siamo a una sorta di cattiveria nei confronti dei lavoratori dipendenti, sono gli unici che pagano le tasse, gli unici che non posso scioperare e se lo fanno vengono precettati, gli unici per cui la loro sicurezza è un costo. C’è proprio una cattiveria che ha inglobato il lavoro dipendente nella cattiveria che già c’era verso i poveri. Questo si aggiunge a ciò che è stato fatto nel corso degli ultimi 15 anni, tagli alla spesa pubblica che vuol dire riduzione di ispettori e controlli, taglio alla medicina preventiva sul territorio. Il risultato è che non si fermano più i treni per fare la manutenzione della rete ferroviaria o si tolgono i presidi di sicurezza dai macchinari perché rallentano le produzioni. Insomma, la riduzione dei tempi per produrre di più che però è profondamente in contrasto con la sicurezza e con il lavoro di qualità.

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Oggi sciopero di due ore a fine turno dei lavoratori dell’edilizia e dei metalmeccanici, qual è il messaggio che inviate a governo?

È la prima volta, in questo Paese, che è stato indetto uno sciopero nazionale sul tema della sicurezza. Abbiamo fatto manifestazioni, abbiamo fatto scioperi nei luoghi dove accade l’incidente, ma per la prima volta c’è uno sciopero nazionale sui temi della sicurezza. E questo non solo per l’orrore, naturalmente, di quello che è accaduto e continua ad accadere. Ma perché basta far finta che si parli di sicurezza, di esprimere cordoglio e contemporaneamente si promuove la cultura del massimo profitto a scapito del lavoro. Mancanza di sicurezza significa precarietà del lavoro, significa bassi salari, significa assenza di controlli. Lo sciopero è indetto per gli edili e i metalmeccanici, ma siamo convinti che parteciperanno tutte le altre categorie che hanno dichiarato lo stato di mobilitazione. È il segnale che non ci fermiamo più. Basta, siamo stufi degli appelli vuoti e dei finti cordogli. Devono sapere che le lavoratrici e i lavoratori non si fidano, e sono sempre sono più consapevoli che o si difendono da soli o non c'è nessuna dichiarazione di cordoglio che tenga

Che Paese infimo siamo diventati se per provare a denunciare un genocidio in atto dobbiamo sfoderare l’arma nazional-popolare della par condicio. Con una mano a soppesare l’orrore. E con l’altra a sbianchettare la verità.

A Gaza i morti non si contano più, ma la nota di Ghali viene stonata dal colletto bianco Rai di turno travestito da santo inquisitore. Pronto a controbilanciare la storia, con l’asterisco in alto a destra, perché anche Israele porta le sue pene.

Che orrore le manette alla povera Salis, anche se il suo comportamento non è proprio da maestrina modello. Che strazio quei corpi galleggianti nel Mediterraneo, anche se quando arrivano sani e salvi fanno i padroni a casa nostra.

Il benaltrismo de noantri come arma di distrazione di massa. Come espediente per instillare il dubbio, aizzare il pregiudizio, manganellare la realtà. Se l’Italia è dietro alla Namibia e al Costarica per la libertà di stampa, un motivo ci sarà.

12 febbraio - LEGAMBIENTE: PRESENTATO OGGI A BOLOGNA IL DOCUMENTO “RICOSTRUIRE MEGLIO – ADATTAMENTO, SICUREZZA, INNOVAZIONE, PARTECIPAZIONE”

Link al documento completo

 

Allegato 1. Casi di urbanizzazioni previste

 

Nei piani urbanistici comunali risultano tuttora presenti aree sottoposte a schede di progetto e/o ambiti interessati dai Piani Operativi Comunali (POC), di fatto si tratta di aree potenzialmente edificabili.

Riportiamo alcuni esempi che a nostro parere giustificano la richiesta di moratoria delle autorizzazioni rilasciate e la rivisitazione dei PUG.

(Si può vedere l'allegato dal link precedente)

 

 

Senza una veloce transizione ecologica il Governo Meloni stima al 2050 12,5 miliardi di euro l’anno di perdite del settore agricolo

Vere e proprie bufale ambientali da campagna elettorale, attacchi gratuiti all’European green deal e all’ambiente

[15 Febbraio 2024]

Nel giorno clou della protesta dei trattori, con il presidio previsto nel cuore della Capitale, Legambiente ha deciso di rispondere all’ala dura degli agricoltori smontando alcune delle principali fake news circolate in queste settimane e che definisce «Vere e proprie bufale che sanno solo di campagna elettorale, di attacchi gratuiti al green deal europeo e all’ambiente, mentre quello che servirebbe è una forte alleanza tra il mondo agricolo e ambientale».

Quattro le fake news sotto accusa e al centro dello speciale Unfakenews di Legambientela campagna ideata nel 2020 dal Cigno Verde insieme a Nuova Ecologia per contrastare le bufale ambientali.

Il Green Deal, frutto di un ambientalismo estremista, danneggia produttori e consumatori

Falso. Il Green Deal è un programma ambientale progettato e creato allo scopo di agevolare i percorsi di decarbonizzazione ed è uno strumento necessario per contrastare gli effetti sempre più estremi dei cambiamenti climatici da cui derivano, tra le altre cose, gravi danni alle produzioni agricole. Dal Green Deal passa il futuro dell’agricoltura e non la sua fine. Mettere in discussione le strategie europee From farm to fork e Biodiversity 2030 – cardini del Green Deal – significherebbe mettere a rischio la sopravvivenza dell’intero settore agricolo e il futuro del Pianeta. La grave situazione economica in cui versano le aziende agricole (soprattutto di medie e piccole dimensioni) è legata a una politica comunitaria del passato che, per decenni, ha destinato l’80% delle risorse solo al 20% delle aziende, privilegiando le grandi e il metodo intensivo. L’unica soluzione per salvare l’agricoltura è liberarla dalla dipendenza della chimica e puntare sulla diminuzione degli input negativi idrici ed energetici. Accusare il Green Deal significa prendersela con l’unica alternativa possibile per salvarsi.

L’utilizzo dei pesticidi è indispensabile per salvare l’agricoltura

Falso. L’utilizzo di sostanze chimiche, non solo non garantisce di poter contare su una maggiore resa agricola o di salvaguardare le colture, ma è addirittura nocivo per la salute umana. I pesticidi, oltre a contaminare acqua, aria, suolo e cibo, generano resistenze nelle popolazioni di insetti, scatenando la necessità di trattamenti sempre più frequenti ed efficaci. A ciò si aggiungono gli squilibri legati al rapporto preda-predatore e la conseguente proliferazione di una specie su tutte le altre. Un ragionamento che vale non solo per gli insetticidi ma anche per gli antibiotici. Il loro sempre maggiore utilizzo negli allevamenti ha comportato, ad esempio, lo sviluppo di una pericolosa antibiotico-resistenza. Iniziative come il rinnovo per dieci anni all’utilizzo del Glifosato vanno ostinatamente nella direzione contraria a quella necessaria per salvare il settore agricolo. Il guadagno di oggi è la perdita di domani.

L’Europa obbliga a non coltivare il 4% dei terreni per speculare sul lavoro degli agricoltori

Falso. La deroga al vincolo di non coltivare il 4% dei terreni destinati a seminativo rischia di trascinare nel baratro gli agricoltori. La misura nasce allo scopo di favorire la difesa dall’erosione e dal dissesto idrogeologico, l’incremento della fertilità dei suoli e la tutela della biodiversità grazie ad aree incolte, siepi, boschetti, stagni e servizi ecosistemici. L’aiuto di insetti utili – come le api – è fondamentale per il raggiungimento di un equilibrio sano tra produttività e ambiente. La grave rarefazione della presenza degli insetti impollinatori – fondamentali per garantire biodiversità agricola e naturale – a cui stiamo assistendo è assai preoccupante. Il rapporto Ipbes-Ipcc spiega chiaramente che il 70% dei suoli europei contiene meno del 2% di sostanza organica. Dati sconvolgenti che fanno ben capire che, per continuare a coltivare, serve ripristinare la fertilità dei suoli.

L’Europa vuole sostituire i cibi tradizionali con quelli sintetici

Falso. Sgombriamo il campo da equivoci: la carne coltivata non è ancora disponibile in Europa e, dunque, in Italia. Al netto di ciò, è bene chiarire che, comunque, non potrebbe sostituire la carne prodotta da allevamento tradizionale ma solo aggiungere una nuova linea di mercato per i consumatori. Peraltro, l’EFSA, Autorità europea per la sicurezza alimentare, a oggi non ha ricevuto richieste di autorizzazione per quanto riguardala carne coltivata. La ricerca su questo segmento è, fortemente sostenuta dalle grandi aziende multinazionali della carne, evidentemente non interessate a ridurre i consumi di carni, ma ad espandere il loro business verso nuove filiere produttive e segmenti di mercato. Quello sui cibi sintetici è l’ennesimo strumento di distrazione di massa sapientemente utilizzato per mettere in ombra la necessità di un cambiamento dell’attuale modello di allevamento zootecnico intensivo e industriale. Benessere animale, sostenibilità ambientale, riduzione dell’impatto negativo su acqua, aria e suolo sono gli obiettivi verso cui tendere con celerità. Occorre poi lavorare sul fronte culturale per ridurre il consumo di carne, azione utile all’ambiente e alla salute, e scommettere in chiave agroecologica sul made in Italy fatto bene. Solo così sarà possibile salvaguardare gli ecosistemi, abbattere le emissioni, mettere sul mercato prodotti più salubri e garantire agli operatori del settore una maggiore competitività.

Il presidente nazionale di Legambiente,  Stefano Ciafani, evidenzia che «Le proposte dei trattori di queste settimane che culmineranno oggi a Roma ci raccontano del grande malessere e della profonda crisi che sta vivendo l’agricoltura, legati soprattutto agli effetti della crisi climatica, ai costi di produzione elevati e alla concorrenza sleale. Ma accusare il Green deal di voler affossare il mondo agricolo è incomprensibile visto che lo stesso Esecutivo, in assenza di una veloce transizione ecologica, nel piano di adattamento climatico stima al 2050 12,5 miliardi di euro all’anno di perdite del settore agricolo. Si rischia solo di far passare tante fake news, mentre le cause dei problemi agricoli sono altre.  Il Governo Meloni dovrebbe evitare di alimentare la confusione e dimostrare più capacità di intervento, perché il taglio dell’Iperf per i redditi più bassi da solo non può bastare. Servono anche misure concrete a sostegno della transizione ecologica in agricoltura come snellire la burocrazia, garantendo assistenza tecnica e politiche a sostegno del reddito, incentivare l’agroecologia, premiando chi punta sui servizi ecosistemici, lo sviluppo delle rinnovabili per produrre energia, e approvando l’inserimento dei delitti delle agromafie nel codice penale per fermare l’illegalità e la concorrenza sleale del settore».

Angelo Gentili, responsabile nazionale agricoltura Legambiente, conclude: «Oggi più che mai, il mondo agricolo deve puntare su sostenibilità ambientale e agroecologia se vuole guardare al futuro e rispondere alla crisi climatica che con i fenomeni estremi sta danneggiando fortemente la produzione agricola. Il problema vero non è il Green deal ma la mancanza di reddito e la Politica Agricola comune che per decenni ha distribuito finanziamenti a pioggia e per ettaro, non premiando le buone pratiche ma le grandi aziende a vantaggio dei piccoli e medi agricoltori; infatti l’80% delle risorse è andato al 20% delle aziende. Ci sono già tante realtà virtuose che stanno andando nella direzione giusta e che ci dimostrano che è possibile trovare soluzioni, l’importante è non lasciarle sole e ricordare che l’alleanza tra mondo agricolo e ambientale è la carta vincente. Per questo chiediamo e auspichiamo che questo tema possa essere messo anche tra i punti all’ordine del giorno del possibile tavolo tecnico che gli agricoltori hanno chiesto all’Esecutivo per il quale chiediamo che ci sia la presenza anche delle associazioni ambientaliste».

 

Rinnovare i contratti, tassare la rendita, incentivare le stabilizzazioni: al Fatto Quotidiano il segretario generale indica le priorità della Cgil

 

Aumento dei salari, riforma fiscale e lotta alla precarietà. Sono queste le tre priorità su cui la Cgil intende battersi nelle prossime settimane, a partire appunto dal “rinnovo dei contratti nazionali che adesso riguardano 12 milioni di lavoratori”, secondo quanto enunciato oggi (martedì 13 febbraio) dal segretario generale Maurizio Landini in un’intervista al Fatto Quotidiano.

SALARI E FISCO

“Le imprese dovranno mettere mano al portafogli, la proposta del governo di aumenti del 5% non è sufficiente. Occorre recuperare la perdita dell'inflazione che, dati dell’esecutivo, per il periodo 2022-2024 equivale al 17%”, dice il leader Cgil, rimarcando che anche la Banca d'Italia evidenzia “la secca perdita del potere d’acquisto dei lavoratori e la necessità, di fronte all'aumento dei profitti, di un recupero dei salari. Aumento che è anche una condizione per sostenere i consumi”.

Il secondo obiettivo della Cgil è la riforma fiscale, che però dovrebbe essere “di segno contrario alla legge delega votata dal Parlamento”. Per Landini si tratta “di sostenere il lavoro attraverso la lotta all'evasione e intervenire sui sistemi di tassazione: in Italia rendita finanziaria e immobiliare sono tassate meno dei salari e delle pensioni”.

PRECARIETÀ E SALARIO MINIMO

La lotta alla precarietà è il terzo fronte d’azione. “Occorre cancellare forme di lavoro assurde, incentivare la stabilizzazione, rimettere in discussione il sistema folle di appalti e subappalti”, sottolinea Landini, sollecitando anche “un cambiamento del quadro legislativo sul lavoro a partire da una legge sulla rappresentanza e sul valore generale dei contratti nazionali”.

In realtà c’è anche una quarta priorità: il salario minimo. Per Landini è necessario “introdurre il salario orario minimo insieme alla legge sulla rappresentanza. Il governo finora ha fatto il contrario, facendo approvare dal Parlamento una legge delega che introduce di nuovo la logica delle gabbie salariali”.

Tutti obiettivi che la Cgil intende raggiungere “utilizzando diversi strumenti: l'azione contrattuale, il contenzioso giuridico, leggi di iniziativa popolare ma anche referendum abrogativi. Discuteremo al nostro interno nelle prossime settimane, e anche con il mondo associativo, qual è la strada più adatta”.

STELLANTIS E POLITICHE INDUSTRIALI

“Siamo nel pieno di una trasformazione digitale e climatica, il mercato non può gestire da solo questi processi: il rischio è la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro”, rileva il segretario generale, ricordando che “paghiamo l’assenza di politiche industriali da almeno vent’anni”. Per Landini “serve nei settori strategici l'intervento diretto dello Stato, e siccome le più grandi imprese sono pubbliche c'è bisogno di fare sistema”.

L’intervento dello Stato sarebbe opportuno anche per Stellantis. “Fiom e Cgil l'hanno chiesto già nella crisi del 2010, come avviene alla Volkswagen, Renault o Stellantis lato francese”, rammenta il dirigente sindacale: “L'abbiamo ripetuto nel 2020 quando Fca chiese un prestito al governo. I sindacati metalmeccanici, unitariamente, hanno chiesto a Stellantis e governo un tavolo per garantire la produzione in Italia, e noi li sosteniamo. Le responsabilità non le hanno i lavoratori, ma chi ha i soldi, chi ha governato e aveva le leve per intervenire”.

LA PACE GIUSTA

Per Landini sono “condivisibili e molto importanti” le recenti prese di posizione di molti artisti sulle guerre in corso. “Stiamo lavorando, insieme ad Assisi pace giusta ed Europe for peace, perché il 24 febbraio ci siano manifestazioni in tutte le province”, conclude il segretario generale Cgil: “È tempo di dire cessate il fuoco e basta con la guerra, e tutti dovrebbero capire che occorre prendere parte”.