Negli ultimi giorni Ravenna è diventata un laboratorio inquietante di politiche repressive, discorsi razzisti normalizzati e criminalizzazione della solidarietà. Una sequenza di eventi che non può essere letta come una somma di episodi isolati, ma come il segno di una trasformazione profonda e preoccupante del clima politico e culturale nel nostro Paese.
Nei giorni scorsi, il reparto di Malattie Infettive dell’ospedale di Ravenna è stato oggetto di perquisizioni nell’ambito di un’indagine su certificazioni mediche rilasciate per impedire la detenzione forzata nei CPR. Almeno sei medici risultano indagati, con sequestri di dispositivi e comunicazioni personali. Si tratta di un fatto gravissimo: colpire chi esercita il proprio dovere professionale di tutela della salute significa mandare un messaggio intimidatorio a tutto il personale sanitario, scoraggiando la difesa dei diritti fondamentali delle persone più vulnerabili. La cura viene trattata come sospetta, la solidarietà come reato.
In parallelo, questo fine settimana arriva il 25esimo arrivo a Ravenna di ONG dal 2022. La nave dell’ONG Solidaire è in rotta con circa 120 persone soccorse in mare dopo tre interventi nel Mediterraneo, attese per lunedì mattina (probabilmente alla Fabbrica Vecchia a Marina di Ravenna). Ancora una volta Ravenna viene scelta come porto remoto, lontano dalle rotte di salvataggio, trasformando il Mediterraneo in una zona di selezione politica delle vite degne e indegne di essere salvate. Dopo mesi di annunci di stop, la situazione torna a ripetersi.
Ma mentre le persone migranti continuano ad arrivare dopo viaggi segnati da violenze e torture, cresce anche un discorso pubblico che legittima l’idea che la loro presenza sia un problema da eliminare. A Faenza si è svolto il banchetto per la raccolta firme sulla “remigrazione”, un concetto promosso dall’estrema destra europea che propone il rimpatrio forzato non solo delle persone senza documenti, ma anche di cittadini stranieri regolari e dei loro discendenti. Un’idea che richiama politiche di esclusione etnica e deportazione, presentata come proposta “democratica” e sdoganata nello spazio pubblico.
In questo clima, risultano particolarmente preoccupanti le dichiarazioni del Presidente della Regione Michele De Pascale che contribuiscono a normalizzare l’esistenza e il rafforzamento dei CPR, luoghi di detenzione amministrativa già denunciati da numerose organizzazioni per i diritti umani come spazi di violenza, opacità e sospensione dello stato di diritto. Parlare dei CPR come strumenti “necessari” significa accettare l’idea che alcune persone possano essere private della libertà senza aver commesso alcun reato, sulla base della sola origine nazionale.
Quello che vediamo a Ravenna è una convergenza pericolosa: repressione contro chi cura, criminalizzazione di chi salva vite, normalizzazione della detenzione amministrativa e legittimazione pubblica di progetti politici apertamente razzisti. È un processo che sposta progressivamente il confine del dicibile e del possibile, rendendo accettabile ciò che fino a pochi anni fa sarebbe stato considerato inaccettabile in una società democratica.
Come Faenza Multietnica denunciamo con forza questa deriva. La “remigrazione”, i CPR e la persecuzione della solidarietà non sono risposte a problemi reali, ma strumenti politici per costruire consenso attraverso la paura e la disumanizzazione. Difendere i diritti delle persone migranti significa difendere la democrazia stessa: quando si accetta che alcuni diritti siano sospesi per alcuni, si apre la strada alla loro erosione per tutti.
Chiediamo la chiusura immediata di ogni CPR, la fine della criminalizzazione dei medici e della cura, delle ONG e delle reti solidali, e il rifiuto netto di ogni progetto politico che promuova l’espulsione e la segregazione su base etnica. Ravenna e Faenza hanno una storia antifascista e solidale che non può essere cancellata da chi vorrebbe riportarci a politiche di esclusione e deportazione.
E come Romagna Welcome, ci saremo anche lunedì, come sempre: con le nostre cartoline di benvenuto, un tè caldo e un abbraccio per chi arriva esausto dopo l’inferno del mare. Perché la solidarietà non si arresta con le perquisizioni, le minacce o le promesse non mantenute.
Faenza 14 02 2026
