L’appello Un gruppo di sanitari italiani scrive al governo per rompere l’assedio imposto da Trump
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2020: una delegazione di medici cubani al suo arrivo in Italia – Foto Claudio Furlan/LaPresse
Lasciare Cuba da sola non è solo un cedimento politico alle strategie di Donald Trump, ma anche un tradimento. Lo sostiene una lettera aperta indirizzata alla premier Giorgia Meloni e al ministro della Salute Orazio Schillaci da un gruppo di medici autorevoli e dotati di buona memoria. L’isola infatti ha fornito assistenza all’Italia in campo sanitario quando ne abbiamo avuto bisogno. Tra i firmatari figurano Maurizio Bonati, già direttore del dipartimento di salute pubblica dell’istituto «Mario Negri», Antonio Addis (ex-direttore del dipartimento di Epidemiologia e già membro della commissione tecnico-scientifica dell’Aifa, dimissionario in polemica col governo), il direttore della rivista Epidemiologia & prevenzione Francesco Forastiere, la docente di Scienze infermieristiche Paola di Giulio.
«L’Italia – scrivono i sanitari – non può rimanere indifferente o silenziosa anche perché debitrice verso Cuba per l’aiuto ricevuto durante la pandemia Covid-19 e per l’attuale lavoro dei medici cubani in Regione Calabria».
Dal 1963 oltre seicentomila operatori sanitari cubani hanno prestato servizio in oltre 160 Paesi. Oggi però ad aver bisogno di aiuto è l’isola, in crisi per le conseguenze economiche della pandemia e l’embargo statunitense che la priva di beni primari anche nel settore medico.
I dati riportati nella lettera sono impressionanti: «La sopravvivenza nei tumori infantili è scesa dall’80 al 65 per cento a causa della mancanza dei farmaci di prima linea. 96mila persone (quasi uno su cento degli abitanti) – di cui 11mila bambini – sono in lista d’attesa per un intervento chirurgico. Se la situazione non cambia, la lista potrebbe riguardare 160mila pazienti entro la fine del 2026. Oltre 300 interventi chirurgici pediatrici a settimana sono compromessi dalla carenza di farmaci, ossigeno, anestetici e materiali di consumo».
La comunità scientifica internazionale indica la situazione a Cuba «come una priorità» mentre in Italia finora si guarda altrove. Dopo i fatti di Gaza, del Venezuela e dell’Iran, il governo Meloni deve dunque scegliere se assecondare l’«amico Donald» o riposizionare l’Italia sul fronte della giustizia internazionale. «Potrebbe essere utile che una apposita commissione italiana di tecnici della salute venga inviata a Cuba e relazioni sullo stato di salute della popolazione cubana, sull’accesso alle cure, sulla disponibilità di farmaci e dispositivi medici» suggerisce la lettera.
«Un Rapporto tecnico e indipendente, focalizzato sui bisogni sanitari essenziali della popolazione cubana sotto embargo, potrebbe costituire il materiale per programmare interventi mirati, essenziali e prioritari di aiuto indirizzando sia le istituzioni che le organizzazioni nazionali di cooperazione».
Il morso della crisi si stringe ogni giorno e le portaerei statunitensi che incrociano al largo dei Caraibi e presagiscono un golpe non consentono esitazioni. «Ogni giorno di silenzio ha un costo in vite umane», avverte l’appello. Ora tocca al governo scegliere tra l’intervento umanitario e l’omertà.
Pasticciaccio brutto Alle 11.30 previsto l’ok dell’Aula, poi il consiglio dei ministri. Il presidente della Consulta: «La legge potrà essere esaminata». La scelta di tirare dritto per non ammettere l’errore, ma sarà in vigore tra mesi
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Il ministro Piantedosi e il sottosegretario Mantovano – Ansa
È l’ultimo atto della saga dei decreti Sicurezza, l’originale e il suo correttivo, che si chiuderà oggi ad esiti ancora parzialmente incerti. Alle 11.30 la Camera voterà il testo emendato, con il maledetto articolo 30-bis di palese incostituzionalità, poi alle 13 il governo riunirà un consiglio dei ministri lampo. Infine testi al Quirinale, per la firma.
FINO A IERI sera gli uffici legislativi dell’esecutivo hanno lavorato per approntare il decreto correttivo. Bisognava intervenire su quelli che nella maggioranza hanno soprannominato «rilievi tecnici» del Colle (o, per i più spericolati, «sensibilità»), che in realtà sono costituzionali, non proprio un dettaglio. C’erano poi da reperire le coperture necessarie, necessariamente aumentate dopo aver svincolato l’emolumento dei 615 euro all’avvenuto rimpatrio. Il primo a parlare ieri è stato il sottosegretario Mantovano, nume tutelare di tutti i pacchetti sicurezza del governo Meloni: «Non è una norma sugli avvocati, è una norma di aiuto al migrante che ha scelto liberamente la procedura di rimpatrio assistito. Un aiuto per risolvere eventuali difficoltà burocratiche, un po’ come chi presenta la dichiarazione dei redditi con l’aiuto del Caf o a un qualsiasi professionista.
Quindi gli avvocati non c’entrano. Le coperture ci sono». Poi è stato lapidario: «Il caso è chiuso». Stessa decisione è stata adottata dal vicepremier leghista Salvini: «Domani il decreto sarà legge, con buona pace della sinistra», ha detto. In realtà non lo è: serve la firma del Colle per promulgare la legge. Appare scontata, ma in questo caso la soluzione giuridica è decisamente intricata, oltre al pasticcio istituzionale e costituzionale combinato in Senato dove è stato inserito l’emendamento. Poi da oggi inizieranno i sessanta giorni in cui bisognerà convertire anche il testo correttivo: se non dovesse accadere rimarrebbe la norma incostituzionale. E chissà che a qualcuno nel centrodestra non venga in mente di provare a modificarlo di nuovo.
IL TESTO, assicurano, recepirà interamente i dettami pervenuti da Mattarella. Via il «premio di produzione», allargamento della platea dei soggetti beneficiari, decreto attuativo del Viminale per la messa a terra della misura che potrebbe richiedere alcuni mesi. L’impressione quindi è che l’esecutivo deciderà poi in un secondo momento cosa farsene di questo pastrocchio: si potrebbe anche lasciar perdere, evitare di dilapidare le risorse (la batosta del rapporto deficit/Pil, consumatasi l’altro giorno, è stata dovuta a poche centinaia di milioni). Sicuramente però Meloni non ha voluto fare la cosa più semplice, ovvero abrogare la norma: avrebbe comportato ammettere l’errore, e non è una cosa che alla premier piace fare, nemmeno quando ne accumula di clamorosi. Bisognerà vedere in che modo il decreto interverrà sulla legge, se modificando l’articolo della legge di conversione o rimettendo di nuovo le mani sul Testo unico dell’immigrazione, modificato dall’emendamento di maggioranza. Il funzionamento di questo contorto e pasticciato iter legislativo è per ora un unicum costituzionale: i testi dovrebbero andare in Gazzetta ufficiale insieme, ma non si è capito come farà il primo, incostituzionale, a non entrare in vigore nemmeno per un attimo.
AL DI LÀ dell’emendamento maledetto, la legge è piena di norme liberticide e di dubbia legittimità costituzionale, dal fermo preventivo di 12 ore alla stretta sulla lieve entità per lo spaccio. Ieri il presidente della Consulta Giovanni Amoroso ha detto che «La normativa, in ipotesi, potrà venire all’esame della Corte». Di certo, fioccheranno i ricorsi.
IERI alla Camera è proseguita la seduta, avviata da mercoledì, che condurrà stamattina al voto finale. Situazione surreale di voto consapevolmente incostituzionale e già pronto a essere modificato, in una Montecitorio stanca e semideserta sono proseguite le dichiarazioni di voto individuali delle opposizioni. Prima si sono votati di fila tutti e 148 gli ordini del giorno: «Da Parlamento siamo diventati lo schiacciamento» ha detto Riccardo Magi di PiùEuropa. Il centrodestra ha dato via libera all’Odg presentato dai tre deputati vannacciani, che chiedeva di inasprire le norme per lo sgombero anche delle seconde case. Uno identico, proposto dalla Lega che sognava di poterne fare un emendamento al decreto, era già stato approvato al Senato. «Ma come vi è venuto in mente di fare un testo che mina il diritto alla difesa e anche davanti ai rilievi del Quirinale di tirare dritto, di farci votare una norma incostituzionale per modificarla 2 minuti dopo, è arroganza al potere» ha attaccato la segretaria dem Elly Schlein. Negli interventi della maggioranza, nessuno ha osato tirare fuori la vicenda. «Fermatevi. Questo è il quinto decreto Sicurezza: propaganda per inasprire le pene e colpire i migranti, mentre la sicurezza reale peggiora. La presidente Meloni parla di sicurezza dopo quattro anni di governo per non parlare della crisi economica e sociale» ha detto il leader di Avs Angelo Bonelli. Oggi si conclude.
La guerra grande Hormuz, scatta il blocco navale americano, ma qualche nave riesce a passare. L’allarme del Fmi: «A un passo dalla recessione globale»
Petroliera nello Stretto di Hormuz
Petrolio alle stelle, crisi energetiche in Asia e milioni di persone a rischio povertà sono il risultato di un’inutile guerra che voleva debellare il potere dispotico iraniano. Il blocco navale americano e la chiusura dello Stretto di Hormuz stanno mettendo a rischio l’economia mondiale.
Trump sostiene che gli iraniani siano «desiderosi di negoziare» e che «ci abbiano chiamato loro, vogliono un accordo». L’Iran non smentisce, ma precisa di essere disposto a negoziare solo nel rispetto del diritto internazionale.
Il blocco navale statunitense lungo l’intera costa iraniana, entrato ufficialmente in vigore dopo il fallimento dei negoziati di Islamabad, si è sovrapposto alla chiusura già operata dall’Iran, generando uno shock sistemico che i mercati internazionali non vedevano dai tempi della crisi del 2008. Gli Usa hanno mosso la marina militare e annunciato il rientro di sei navi che avevano provato a passare, la Bbc afferma invece che secondo i dati di tracciamento, altre quattro sarebbero riuscite a uscire al Golfo. Un braccio di ferro pericoloso.
NELLE PRIME due settimane di aprile gli arrivi di greggio in Asia sono crollati da una media di 13,4 milioni di barili al giorno a soli 4 milioni. Il vuoto del petrolio mediorientale viene parzialmente colmato dai carichi provenienti dal bacino atlantico, ma le raffinerie asiatiche li stanno acquistando in volumi record, sottraendoli alle destinazioni abituali in Occidente. Il risultato è un cortocircuito globale delle forniture che gli analisti definiscono senza precedenti per velocità e portata. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha definito il ripristino del flusso attraverso Hormuz «la singola variabile più importante per alleviare la pressione su energia, prezzi e economia mondiale».
Le conseguenze più immediate si avvertono nei paesi che dipendono più direttamente dalle importazioni mediorientali. Le Filippine, l’Indonesia e il Vietnam hanno dichiarato lo stato di emergenza energetica nazionale. L’Australia ha dovuto sbloccare le riserve strategiche di carburante.
Un rapporto dell’Undp, il programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, lancia l’allarme: il triplice shock generato dall’inaccessibilità dell’energia, dall’aumento dei prezzi alimentari e dalla recessione economica legata al conflitto rischia di spingere 32,5 milioni di persone nella povertà assoluta in 162 paesi. Non si tratta di proiezioni astratte. L’aumento del petrolio si trasmette rapidamente ai fertilizzanti, ai trasporti e alla produzione alimentare, colpendo prima e con più forza i paesi a basso reddito già alle prese con inflazione elevata e riserve valutarie esigue.
IN EUROPA e negli Stati uniti la crisi si annuncia come un’onda che arriverà con qualche settimana di ritardo, appena si esauriranno le ultime petroliere partite prima del blocco. Se il conflitto dovesse protrarsi oltre i tre mesi, gli analisti paventano problemi seri per il carburante per aerei, uno scenario che avrebbe ricadute a cascata su commercio, turismo e logistica globale.
Il blocco navale statunitense ha l’obiettivo dichiarato di tagliare la principale fonte di reddito di Teheran per costringere la leadership a tornare al tavolo negoziale e accettare le condizioni americane.
LA CASA BIANCA ritiene comunque che l’Iran non possa reggere a lungo una simile pressione. Teheran, però, dispone ancora di riserve di greggio già stoccate in mare e ha beneficiato della temporanea revoca parziale delle sanzioni, che le ha permesso di accumulare un certo cuscinetto finanziario. La stima più diffusa è che il Paese possa resistere circa tre o quattro settimane prima che la situazione diventi critica. In passato, Teheran ha spesso smentito le previsioni sulla propria resilienza.
Se i prezzi del petrolio e del gas dovessero aumentare del 100-200% rispetto ai livelli di gennaio e rimanere a quel livello fino al 2027, la crescita globale scenderebbe al 2%, «a un passo dalla recessione globale», come ha suggerito il consigliere economico del Fondo Monetario Internazionale, Pierre-Olivier Gourinchas. Ieri il Fmi ha presentato l’atteso World economic outlook, le previsioni mondiali fino al prossimo anno: crescita rallentata e aumento dell’inflazione ovunque, «già oggi lo shock è paragonabile a quello del 1974», ha detto Gourinchas. Comunque c’è già un vincitore: la Russia con una crescita prevista all’1,1% nel 2026 proprio grazie all’aumento del petrolio e alla sospensione temporanea di alcune sanzioni.
NEL FRATTEMPO i negoziati procedono a singhiozzo. Sembra che il principale nodo della discordia sia la durata della sospensione dell’arricchimento dell’uranio. Washington chiede vent’anni e lo smantellamento degli impianti; Teheran offre cinque anni e la diluizione – non la cessione a terzi – dell’uranio arricchito.
Mentre i politici mercanteggiano, la distruzione di almeno 763 scuole e 316 strutture sanitarie racconta una storia di devastazione civile senza precedenti in Iran. Secondo una stima preliminare, l’entità dei danni alle infrastrutture civili è stimata in 270 miliardi di dollari. La capitale Teheran è stata colpita duramente, nelle sue zone densamente popolate.
L’Iran ha avviato anche una serie di contatti diplomatici con paesi chiave – Francia, Germania, Arabia Saudita, Oman e Qatar – informandoli nel dettaglio della propria posizione negoziale e delle proposte avanzate agli americani. L’obiettivo è fare pressione indiretta su Washington attraverso intermediari influenti e diversificare i canali diplomatici, oltre che diminuire la dipendenza dal solo formato bilaterale con gli Usa e riportando in gioco l’Europa, finora marginalizzata da Trump. La scadenza del cessate il fuoco, fissata al 21 aprile, incombe come un orologio che ticchetta. Il confine tra accordo storico e catastrofe globale non è mai stato così sottile.
Le macerie di un palazzo bombardato a Tehrean (Majid Saeedi/Getty Images)
È il sedicesimo giorno della guerra in Medio Oriente: Trump dice di non essere pronto a trattare con l’Iran e ha chiesto ad altri paesi di collaborare per riaprire lo stretto di Hormuz. In Kuwait è stato colpito e distrutto un grosso drone militare italiano. Dall’inizio della guerra in Libano le persone uccise dai bombardamenti israeliani sono diventate 850. Il Post segue le notizie con questo liveblog.
• Sono proseguiti gli attacchi di Israele e Stati Uniti su varie zone dell’Iran (in particolare Isfahan, come si vede nella cartina qui sotto). Anche l’Iran ha continuato ad attaccare i paesi del Golfo e Israele, facendo danni minimi.
• Una base con militari italiani e statunitensi è stata colpita da un drone in Kuwait: non ci sono feriti ma è stato distrutto un «velivolo a pilotaggio remoto», ha detto il governo italiano.
• Trump ha detto in un’intervista sia che non è ancora disposto a trattare con l’Iran, sia che non sa se è vivo Mojtaba Khamenei, la nuova Guida suprema dell’Iran, nominata una settimana fa e che da allora non si è fatta vedere in pubblico (il ministro degli Esteri iraniano dice che sta bene).
• A causa della guerra è stato rinviato un Gran Premio di MotoGP ed è stata annullata la cosiddetta “Finalissima” fra le nazionali vincitrici degli Europei maschili di calcio e della Coppa America: entrambi gli eventi erano programmati in Qatar. Ieri la Formula 1 aveva deciso di cancellare i Gran Premi del Bahrein e dell’Arabia Saudita, previsti ad aprile.
• Finora nessun paese ha aderito alla richiesta di Donald Trump di inviare navi militari nello stretto di Hormuz, per proteggere le navi commerciali dagli attacchi iraniani e riaprire così il traffico marittimo. Vari paesi, tra cui il Regno Unito e la Corea del Sud, hanno risposto in modo vago.
TRUMP PRETENDE L'INTERRUZIONE DEL PROGRAMMA DI COOPERAZIONE SANITARIA CHE, NEGLI ULTIMI DUE ANNI, HA PORTATO NELLA REGIONE CALABRESE OLTRE 400 MEDICI E OPERATORI SANITARI CUBANI – IL MOTIVO? IL TYCOON, CHE HA GIA' IMPOSTO IL BLOCCO ALLE IMPORTAZIONI DI PETROLIO NELL'ISOLA CARAIBICA, VUOLE INTERROMPERE IL FLUSSO DI DENARO SPEDITO IN PATRIA DAI CAMICI BIANCHI – IL GOVERNATORE DI FORZA ITALIA, ROBERTO OCCHIUTO, NON CI PENSA PROPRIO AD ACCONTENTARE L'AMICO AMERICANO DELLA SORA GIORGIA, ANCHE PERCHÉ SENZA I MEDICI CUBANI IL SISTEMA SANITARIO CALABRESE GIÀ IN AFFANNO ANDREBBE IN TILT…
C'è una guerra silenziosa che si combatte lontano dai riflettori dei grandi conflitti, nelle corsie degli ospedali e nei pronto soccorso della regione più povera d'Italia, e questa guerra ha il volto inaspettato di un pugno di medici arrivati da lontano, dall'isola caraibica che da sessant'anni resiste all'embargo più lungo della storia moderna. La Calabria, terra di emigrazione e di partenze, negli ultimi tre anni è diventata meta di arrivo per oltre quattrocento professionisti cubani della sanità, giunti a bordo di aerei charter per tenere in piedi un sistema sanitario regionale che altrimenti sarebbe già collassato sotto il peso delle sue stesse crepe strutturali . E ora, proprio mentre quei medici e infermieri si sono integrati nei reparti, mentre imparano il dialetto e salvano vite con competenza e umanità, arriva da Washington un ordine secco: interrompere il programma, rimandare i cubani a casa, bloccare il flusso di denaro che dalle loro buste paga torna all'Avana, perché ogni euro che finisce nelle casse del regime castrista è un euro che tiene in vita un sistema che l'amministrazione Trump vuole vedere morire .
Il braccio di ferro è iniziato in sordina, con le consuete pressioni diplomatiche che gli Stati Uniti esercitano da decenni su chiunque osi intrattenere rapporti troppo stretti con Cuba, ma nelle ultime settimane si è trasformato in una resa dei conti vera e propria, culminata nella visita a Catanzaro di Mike Hammer, l'incaricato d'affari statunitense a Cuba, accompagnato dal console generale a Napoli Terrence Flynn, venuti a parlare faccia a faccia con il governatore Roberto Occhiuto per chiedergli formalmente di chiudere i battenti alla missione sanitaria caraibica . Una richiesta che suona come un'ingiunzione, perché quando il rappresentante della prima potenza mondiale si presenta nel palazzo della Regione, non viene a fare una chiacchierata informale, ma a dettare condizioni, e a ricordare che sulla bilancia dei rapporti bilaterali il peso di Washington è di gran lunga superiore a quello di un piccolo angolo del Mezzogiorno d'Italia.
Ma Occhiuto, che di Forza Italia è uno dei dirigenti più influenti e che molti vedono come possibile futuro leader del partito dopo la scomparsa di Berlusconi, non ha alcuna intenzione di piegarsi, e la sua resistenza ha il sapore antico della difesa della sovranità e della sanità pubblica. "I medici cubani che stanno consentendo di mantenere aperti gli ospedali e i pronto soccorso della Calabria sono ancora una necessità per la nostra Regione", ha dichiarato senza mezzi termini dopo l'incontro con i diplomatici americani, aggiungendo che la sua priorità assoluta è garantire il diritto alla cura dei cittadini calabresi, che già vivono un sistema sanitario in condizioni di grande difficoltà . Una posizione netta, che suona come uno schiaffo morale alle pretese statunitensi, perché davanti alla vita delle persone, davanti a un bambino che rischia di morire perché manca un medico in rianimazione, le ragioni della geopolitica diventano improvvisamente carta straccia.
La storia di questi medici cubani in Calabria è una storia di successo che pochi avrebbero scommesso, e che invece si è rivelata un modello di integrazione e di efficienza. Sono arrivati a partire dalla fine del 2022, dopo che la regione aveva esaurito ogni tentativo di reclutare personale italiano, e si sono trovati catapultati in una realtà fatta di turni massacranti, strutture fatiscenti e pazienti che spesso li guardavano con sospetto, salvo poi imparare ad amarli quando hanno visto la loro dedizione . Nelle corsie degli ospedali di Catanzaro, Cosenza, Reggio Calabria, Vibo Valentia e Crotone, questi medici hanno coperto ruoli chiave in pronto soccorso, cardiologia, pediatria, rianimazione, chirurgia, e la loro presenza ha permesso di tenere aperti reparti che altrimenti avrebbero dovuto chiudere per mancanza di personale . La loro competenza è diventata leggendaria, come nel caso della dottoressa Alathiel Alexander Pérez, cubana di Santiago, che in un ospedale della provincia di Cosenza ha intubato una bambina di sette anni in arresto respiratorio violando tutti i protocolli perché non c'era tempo di aspettare l'anestesista, salvandole la vita e guadagnandosi una medaglia dal governatore e l'affetto di un'intera comunità .
Oggi, quei medici si trovano nel mirino di una strategia che va ben oltre i confini calabresi e che coinvolge l'intera politica estera statunitense verso Cuba. Trump, che già a gennaio ha firmato un ordine esecutivo per inasprire l'embargo e minacciare sanzioni ai paesi che acquistano petrolio dall'isola, ha deciso che è arrivato il momento di colpire un'altra fonte di sostentamento per L'Avana: le rimesse dei medici all'estero, una delle principali voci di entrata per il regime castrista . E così, dopo aver fallito nel tentativo di isolare Cuba sul piano energetico, l'amministrazione americana prova a tagliare i ponti anche sul piano sanitario, usando la leva diplomatica per costringere i paesi amici a rinunciare alla collaborazione con i medici cubani, con la minaccia implicita di ritorsioni commerciali per chi non si adegua .
La posizione di Occhiuto, in questo quadro, è delicatissima. Da un lato, non può permettersi di perdere i medici cubani, perché senza di loro il sistema sanitario calabrese andrebbe in tilt e lui ne porterebbe la responsabilità politica davanti ai cittadini. Dall'altro, non può nemmeno ignorare le pressioni di Washington, perché la Calabria ha bisogno anche dei fondi europei e delle relazioni internazionali che passano attraverso il governo italiano, e un conflitto aperto con gli Stati Uniti potrebbe avere conseguenze imprevedibili. Così, il governatore ha scelto una linea di compromesso, che tiene insieme la fermezza sui principi e la flessibilità sulle forme: i medici cubani già in servizio resteranno, anzi, per loro è prevista addirittura una proroga dei contratti, ma per le nuove assunzioni la Regione aprirà a medici di qualsiasi nazionalità, purché vengano a lavorare in Calabria, e su questo ha chiesto e ottenuto la disponibilità del Dipartimento di Stato americano a supportare il reclutamento .
È una soluzione che salva capra e cavoli, e che consente a Occhiuto di presentarsi come il governatore che non si piega ai diktat stranieri ma allo stesso tempo come l'amministratore pragmatico che cerca soluzioni condivise. Ma la realtà dei fatti è che la Calabria continuerà ad avere bisogno di medici stranieri per anni, perché il problema non è la provenienza geografica dei camici bianchi, ma la cronica incapacità del sistema italiano di formare e trattenere personale sanitario in quantità sufficiente. I concorsi vanno deserti, i giovani medici fuggono all'estero o nel privato, e le regioni più povere pagano lo scotto di questa emorragia con servizi sempre più carenti e liste d'attesa sempre più lunghe. In questo contesto, i medici cubani sono stati una ancora di salvezza, e perderli significherebbe condannare migliaia di cittadini a viaggi della speranza verso altre regioni o, peggio, a rinunciare alle cure.
La reazione della politica non si è fatta attendere. Angelo Bonelli, leader di Europa Verde e della Sinistra Italiana, ha definito le pressioni americane "inaccettabili" e ha chiesto a Giorgia Meloni di intervenire per "contrastare l'ingerenza indebita di una nazione straniera negli affari interni del nostro Paese" . Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che di Forza Italia è il segretario nazionale, ha garantito il sostegno del governo alla Calabria, anche se con la cautela di chi deve bilanciare i rapporti con l'alleato americano . E intanto, a Cuba, il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez ha denunciato pubblicamente le azioni statunitensi, parlando di "campagna diffamatoria" e di "pressioni diplomatiche" volte a distruggere la cooperazione medica cubana, che in sessant'anni ha portato cure e assistenza in 165 paesi del mondo .
Nel frattempo, nei pronto soccorso calabresi, la vita continua. I medici cubani fanno i loro turni, visitano i pazienti, scrivono le cartelle cliniche in un italiano che migliora ogni giorno, e forse non sanno nemmeno che lontano da lì, negli uffici eleganti del Dipartimento di Stato, qualcuno sta decidendo il loro destino. Per loro, la guerra è un'altra: è la guerra contro la morte, contro la malattia, contro il tempo che scorre inesorabile mentre un paziente attende di essere visitato. E in quella guerra, loro sono dalla parte giusta. Lo sanno i cittadini che li ringraziano, lo sanno i colleghi italiani che ne apprezzano la professionalità, lo sa Occhiuto che li difende. E forse, alla fine, lo sapranno anche a Washington.