Giallorossi Proposta unitaria per chiedere al governo lo stop al memorandum militare con Israele: «Il massacro di Gaza non continuerà in nostro nome». La benedizione del cardinale Parolin alla manifestazione "no riarmo" fa risaltare l'ingiustificata assenza dei dem (per paura delle frange pro pal più radicali). Che domani alla Camera diranno no al 5% del pil in spese militari voluto dalla Nato
Schlein con l'ex commissario Ue Frans Timmermans e l'ex premier neozelandese Jacinda Ardern – da Instagram
Una mozione provvidenziale e unitaria, per chiedere al governo di stracciare il memorandum con Israele. Pd, M5S e Avs riappaiono insieme contro Netanyahu nel giorno in cui sono divisi nella piazza sul riarmo. Conte, Fratoianni e Bonelli a Roma, Schlein in Olanda.
La leader Pd era ospite di Frans Timmermans al congresso dei rossoverdi, solo quattro sparuti parlamentari si sono uniti al corteo «no riarmo», partito senza una delegazione ufficiale dem. L’annuncio della mozione arriva a mezzogiorno, due ore prima dell’inizio della manifestazione. Chiede al governo di revocare il memorandum di cooperazione militare con Israele, che è in vigore dal 2005 (relatore della legge fu l’allora deputato Sergio Mattarella), e di sospendere tutti gli accordi attuativi del medesimo e qualsiasi altra forma di cooperazione militare.
L’avviso di revoca deve partire sei mesi prima della scadenza e del tacito rinnovo, che scatterà ad aprile 2026, e dunque i tempi ci sono se il governo (ma non è così) volesse procedere a stracciare l’accordo. Netti i toni del documento: «Non lasceremo che l’Italia venga macchiata dalla pavidità di Meloni, questo massacro non continuerà in nostro nome».
I tempi in questa vicenda contano. L’annuncio di una mozione parlamentare di sabato mattina è inusuale, ed è un segnale politico che venga fatto (con l’intesa dei tre partiti) due ore prima di una manifestazione che li vede divisi. Serve a coprire l’assenza dei dem e a confermare che l’asse giallorosso in politica estera è ancora vivo. Non a caso Conte non affonda il colpo sull’assenza Pd: «Non entro nel campo altrui, sottolineo anche i passi congiunti e positivamente compiuti insieme».
Dietro le quinte si apprende che, con questa mossa, Conte e Fratoianni hanno risposto alla cortesia di Schlein che il 7 giugno disse no alle richieste di Calenda e Renzi di annacquare la piattaforma della piazza per Gaza. Un no che spinse i due centristi a farsi una manifestazione da soli in un teatro di Milano.
Per Schlein è un bel favore, quello di ieri, anche se dal M5S spiegano che la tempistica dell’annuncio è casuale: la mozione è stata chiusa dagli sherpa venerdì sera. Le consente di mostrare un profilo di radicalità contro Netanyahu nel giorno in cui il Pd ha disertato la piazza che diceva no ai piani di riarmo, della Nato e dell’Ue, e allargava la piattaforma del 7 giugno: non solo per Gaza ma contro la logica della guerra che permea l’Occidente, tout court.
La benedizione alla piazza arrivata nel pomeriggio dal segretario di Stato Vaticano Pietro Parolin («È bene che ci sia una mobilitazione per evitare la corsa al riarmo») suona come una beffa per i dem, anche quelli, come Schlein, che non erano in disaccordo con le parole d’ordine ma temevano che alcune frange pro pal più radicali potessero portare la piazza troppo lontano dal loro sentire, magari bruciando bandiere di Israele.
Forse confondendo le due manifestazioni di ieri, quella di Potere al popolo e giovani palestinesi (più radicale) a Piazza Vittorio e quella indetta da 400 associazioni, tra cui le Acli e altre sigle del pacifismo cattolico. Timori infondati, quelli del Pd, ma ancora più stonate, dopo le frasi di Parolin, appaiono le frasi liquidatorie degli esponenti della destra dem (molti sono cattolici) che avevano definito il corteo di ieri «sbagliato, strumentale e mistificatorio (Filippo Sensi) o sospettabile di «minare la nostra credibilità» (Pina Picierno).
Ancora una volta tocca alla Chiesa dire qualcosa più di sinistra del Pd, dalla guerra alla povertà, ormai non è più una notizia. Ma tant’è. E del resto, oltre alle presenze delle frange pro pal più radicali, a preoccupare Schlein c’era e c’è anche il rapporto con l’Ue e con la Nato, due partner inevitabili per chi si sta preparando ad andare a palazzo Chigi. Nel Pd pensano che il piano di riarmo targato von der Leyen sia ormai carta straccia: nessuno dei paesi principali, tranne la Germania, ha deciso di fare debito per nuove armi e dunque degli 800 miliardi previsti sulla carta resta ben poco.
C’è poi il delicato capitolo del 5% di pil da destinare alle spese militari che sarà deciso la prossima settimana a L’Aia nel vertice Nato. Una previsione di spesa definita «impensabile» anche dal ministro della Difesa Crosetto. Il Pd, che finora, è stato prudente, ha deciso di dire no, sulle orme del premier spagnolo Pedro Sanchez. «È diritto legittimo di ogni governo decidere se è disposto o meno a fare questi sacrifici, noi abbiamo scelto di non farlo», ha scritto Sanchez al segretario generale della Nato Rutte.
Il Pd inserirà un paragrafo su questo punto nella risoluzione che presenterà in Parlamento domani, in occasione delle comunicazioni di Meloni in vista del Consiglio Ue del 27 giugno. Un’altra mossa che la sinistra del partito giudica fondamentale, come il no al memorandum Italia-Israele. «Un passo alla volta stiamo postando la linea del Pd», spiegano. Ma sul no al riarmo, prima o poi, Schlein dovrà dire parole ed esprimere voti chiari, non potrà più limitarsi alle astensioni e alle frasi di circostanza. Anche a costo di perdere pezzi della destra Pd.
