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Un edificio danneggiato durante gli attacchi missilistici vicino a Tel Aviv Un edificio danneggiato durante gli attacchi missilistici vicino a Tel Aviv – Ansa

Dei riflessi nella regione mediorientale della guerra scatenata da Benyamin Netanyahu contro l’Iran e dei possibili sviluppi futuri nel mondo arabo abbiamo parlato con Yusef Mansour, analista, docente di economia ed ex ministro del governo giordano. Ci ha ricevuto ieri nel suo ufficio ad Amman.

Come descrive il quadro regionale a dieci giorni dall’attacco lanciato da Israele?

In questi casi si usano spesso espressioni o parole come destabilizzante, insidioso o pericoloso. Io dico che siamo di fronte a qualcosa di epocale, devastante per il Medio Oriente e il mondo intero. Israele ha messo in atto un’aggressione militare di cui abbiamo visto solo i primi passi. Dubito che vedremo una guerra di logoramento nel prossimo periodo. Sarà una guerra sempre più distruttiva. Considerando anche il possibile ruolo degli attori esterni, in particolare degli Stati Uniti che, peraltro, sono a dir poco instabili quando si tratta di definire la loro politica estera. La leggiamo su Twitter, quando Trump dice una cosa e poi cambia subito idea. L’ingresso in campo degli Stati Uniti avrebbe effetti catastrofici per il Medio Oriente.

Israele sostiene di aver attaccato per eliminare la minaccia rappresentata dal programma nucleare iraniano. Da più parti si sottolinea che ci sono motivazioni ben diverse dietro la guerra.

Penso che abbiano giocato un ruolo anche l’economia e gli interessi di alcuni alleati di Israele. L’Iran è uno dei principali fornitori di petrolio a basso costo per la Cina e contenere l’espansione economica di Pechino è un interesse ben noto dei paesi occidentali. In questi giorni Israele ha concentrato parte dei suoi attacchi sulle infrastrutture economiche di Teheran per metterla in ginocchio. Ciò potrebbe spingere altri paesi a intervenire in qualche modo nel conflitto. La Cina sta già sostenendo l’Iran e anche il Pakistan è dalla parte di Teheran. La Russia in apparenza è più neutrale, ma in realtà ha bisogno dell’alleanza con l’Iran.

Israele punta al cosiddetto cambio di regime a Teheran. Ci riuscirà?

L’Iran è un paese grande e ricco di risorse, un paese con una lunga storia e una tradizione di cui va molto fiero. Perfino l’opposizione, o almeno una parte di essa, si è unita al governo nella difesa del paese dall’attacco esterno. Dire che si realizzerà un cambio di regime è una stupidaggine. L’Iran non è l’Iraq del 2003, gode di sostegni esterni dettati da interessi economici e geopolitici di eccezionale importanza che Baghdad invece non aveva. Il potere, malgrado le affermazioni israeliane, è stabile.

Dalle capitali arabe intanto giunge solo silenzio.

Questo descrive bene l’atteggiamento dei leader arabi. Esiste da sempre una distanza enorme tra le loro affermazioni pubbliche e le azioni che compiono dietro le quinte. Certi paesi arabi non hanno mai smesso di considerare l’Iran come un nemico strategico. Eppure, Teheran non ha mai aggredito per primo gli Stati arabi da quando è avvenuta la rivoluzione khomeinista. La guerra tra Iraq e Iran fu avviata dal presidente iracheno Saddam Hussein. Convinto che l’Iran fosse indebolito dalla rivoluzione islamica, Saddam Hussein sottovalutò la capacità di resistenza iraniana, dando il via a un conflitto che avrebbe segnato l’intera regione. Dietro le dichiarazioni di facciata, le monarchie del Golfo continuano a giocare la carta dell’Iran come nemico numero uno. Se però ci si allontana dalle stanze del potere e si ascoltano le voci della gente comune, emerge una verità ben diversa. Qualunque arabo, direi il 90%, se non di più, ti dirà che il vero nemico non è l’Iran, ma Israele. I regimi arabi vedono al contrario in Israele un prezioso lasciapassare per ottenere il sostegno degli Stati Uniti. Appoggiare Israele per loro vuol dire avere una legittimazione internazionale.

Gli Accordi di Abramo per la normalizzazione dei rapporti tra leader arabi e israeliani saranno il percorso futuro più ovvio nonostante la distruzione di Gaza e gli attacchi al Libano e all’Iran?

Hanno già accettato quegli accordi. Se guardi all’Arabia Saudita, l’infiltrazione, la presenza e l’influenza degli israeliani è già enorme. E lo stesso vale per altri paesi.
Quanto è stata fondamentale la caduta di Bashar Assad per la realizzazione del piano di attacco israeliano all’Iran?
Sotto tanti aspetti. Tra questi anche la possibilità per gli aerei israeliani di poter sorvolare la Siria senza pericoli prima di attaccare l’Iran. (Il presidente autoproclamato siriano) Ahmad Sharaa resta in silenzio. Afferma che il suo intento al momento è stabilizzare e unificare la Siria, ma di fatto sta sostenendo Israele con cui ha anche avviato un negoziato.

Le monarchie del Golfo, a parte le condanne ufficiali, non respingono il dominio di Israele

E la Giordania? Amman ufficialmente sostiene i diritti dei palestinesi, condanna con forza la distruzione di Gaza, ma le sue forze aiutano Israele ad abbattere droni e missili iraniani. Di recente ha usato il pugno di ferro contro chi manifesta in strada per i palestinesi.

Non è affatto strano. La leadership giordana usa la protesta popolare a seconda delle situazioni, che sia Gaza o l’Iran, non fa differenza. Nel caso dell’abbattimento dei missili iraniani da parte dell’esercito giordano o dei militari americani presenti in Giordania, la posizione ufficiale è che “nessuno userà il nostro spazio aereo”. Di fatto è un appoggio indiretto a Israele. Questo è contro i sentimenti del popolo giordano. Israele è ancora uno Stato nemico dei giordani. È vero, il governo ha firmato la pace, ma per la gente comune quella pace non esiste. L’abbattimento di quei missili genera malcontento e frustrazione.