L'ultimo Esame La notizia più bella di ieri viene da Gaza. Nell’ultimo bar, dietro l’ultimo muro rimasto in piedi, oggi millecinquecento ragazzi palestinesi di Gaza stanno sostenendo l’esame di maturità
Khan Younis, la studentessa palestinese Sarah Qannan
Qualcuno ricorderà una foto delle rovine di Gaza da cui una ragazzetta raccoglieva dei libri di testo. Erano le macerie della sua casa, o della sua scuola, e lei aveva uno zaino colorato, e sorrideva. Il sorriso era la cosa peggiore e più bella assieme della foto.
Peggio delle macerie: perché dentro un libro di scuola per un ragazzo c’è il futuro, dentro un libro di scuola per una giovane donna c’è l’emancipazione. Più che sconvolta, più che distrutta, la ragazza era felice di ritrovare le pagine. Le pagine sono una promessa, se studio: cresco.
Era l’inizio dei bombardamenti di Israele su Gaza, i palestinesi erano stati stipati a Rafah e un giovane insegnante, molto attivo su Twitter, che giorno dopo giorno doveva issare nuove tende per i suoi figli, un giorno postò una foto vecchia con i suoi allievi.
2Una foto fatta come si fanno i selfie, come li hanno fatti i nostri figli assieme ai professori durante il viaggio di istruzione, o nell’ultimo giorno di scuola prima della Maturità. Il prof che regge il telefono è in primo piano e dietro ci sono i ragazzi, i banchi, le mappe alle pareti. La postava da lì, da quella tenda, perché aveva – credo – bisogno di sentirsi vivo, di ricordare chi era, di sorridere assieme ai suoi allievi, perché chi sceglie di insegnare è l’altra parte di quella stessa promessa.
Dev’essere per questo che la notizia più bella di ieri viene da Gaza, cioè da quelle stesse macerie e da quella stessa polvere in mezzo a cui i cecchini dell’esercito israeliano hanno ucciso trentasei persone in fila in attesa di cibo. Ecco, qualche chilometro più in là, una tenda più in là, nell’ultimo bar, dietro l’ultimo muro rimasto in piedi oggi millecinquecento ragazzi palestinesi di Gaza stanno sostenendo l’esame di maturità.
«E se mi dimentico tutto?» mi ha chiesto mio figlio il 18 giugno, la sera prima della prova di Italiano.
E se la connessione regge, e se non bombardano, e se mi ricordo e se non so rispondere e se ho perduto il libro tra le macerie.
Le domande che hanno fatto i nostri figli si mescolano a certe domande che nessun figlio dovrebbe farsi mai. Possiamo dire che non li conosciamo, quei millecinquecento? No: non possiamo dirlo perché siamo stati noi, trent’anni fa, perché sono stati i nostri figli, due settimane fa.
Così: li conosciamo. Li vediamo intenti e concentrati, seri, impegnati, tesi in quell’ultimo esame che si chiede ai ragazzi. Li vediamo, no? Che tracce escono, come si risolve questo problema, come si elabora il testo, quanto ho scritto, quanto tempo resta.
Un tempo sacro: il tempo della ragione. Quel tempo dedicato alla conoscenza che è il più pulito di tutti, quel tempo di cui l’Europa non sa più farsi garante presso nessuno. Il tempo che ciascuno di noi difende, quello dentro cui si cresce, per cui vanno rimossi gli ostacoli, quel momento unico tra noi e il rigo bianco da scrivere o da compilare, la x da mettere nella casella giusta affinché racconti che abbiamo studiato, cioè che siamo stati vivi e vogliamo vivere ancora, vogliamo andare.
L’esame, il voto, il risultato, la pagella.
Se si potesse solo vegliare su quella connessione, zittire le bombe, aspettarli alla fine, chiedere a ciascuno: «Amore, come è andata?»
Se potessimo mantenere la promessa.
