Di fronte alla demolizione delle regole dell’ordine geopolitico mondiale operata da Trump, il popolo di sinistra può riaccendersi di passione solo se dotato di un grande progetto rivolto al futuro.
Un progetto che trasferisca le caratteristiche trascinanti e mobilitanti del New Deal di Roosevelt – di cui non a caso Trump vuole cancellare anche la più minima traccia – sulle dinamiche ecologiche odierne, la riscoperta della vitalità dei territori e delle città, la “cura” del mondo. L’Italia e l’Europa debbono ricordare ciò che dicevano Horkheimer e Adorno, «noi non vogliamo tornare al passato, vogliamo far vivere le sue speranze».
A QUESTO SCOPO un gruppo di “impavidi” formato da economisti, giuristi, filosofi, sociologi, sindacalisti, con uno straordinario incontro interdisciplinare durato mesi sotto l’egida della Società di Teoria Critica, ha voluto compiere un atto di ribellione contro la stasi propositiva e avanzare una proposta di legge dall’ambizioso titolo «La piena e buona occupazione in particolare per giovani e donne». Così gli esiti di un inedito public engagement intellettuale – che smentisce l’immagine degli studiosi trascurati dalla politica o autorifugiatisi nel silenzio – vengono ora offerti, la mattina del 25 luglio a Roma a palazzo San Macuto, a tutte le forze politiche e sociali del centrosinistra.
Infatti, la rivendicazione fatta dal governo Meloni di qualche decimale di incremento nei numeri dell’occupazione appare ormai penosa a fronte del declino imperterrito della produttività, tassi medi di occupazione persistentemente inferiori a quelli europei (nel caso dell’occupazione femminile anche di più di dieci punti), elevati tassi di disoccupazione giovanile e esodi verso l’estero, salari ridotti in termini reali e con grandi disparità, incredibili differenze occupazionali territoriali, diminuito numero di ore lavorate, alto part time involontario soprattutto femminile, ininterrotta precarietà e così via.
QUELLO CHE Pierluigi Ciocca chiama uno «spaventoso equilibrio di sottoccupazione» mostra che a ben poco è valsa in termini di occupazione addizionale la mole di incentivi, benefici fiscali, decontribuzioni, bonus (tutti trasferimenti monetari con presunta efficacia stimolativa solo indiretta) a cui si è fatto ricorso nel tempo e in cui ha brillato l’attuale maggioranza.
A motivazione del perché ci voglia una «creazione diretta di lavoro», emergono due aspetti particolarmente critici. 1) L’occupazione non viene alimentata sufficientemente stimolando l’offerta di lavoro ed elevando l’occupabilità delle persone con pur necessarie politiche formative e flessibilizzanti (sostanzialmente la flexicurity a lungo predicata dall’Unione Europea in cui rientrava anche il Jobs Act del 2015), perché, anche se l’occupabilità aumenta ma non c’è domanda adeguata, l’occupazione non cresce conseguentemente. 2) Anche quando viene creata grande liquidità per sostenere la domanda, come è stato fatto dalle Banche Centrali di tutto il mondo con la crisi del 2007/2008, questa non si canalizza spontaneamente verso gli investimenti (piuttosto va verso la speculazione) e le imprese riluttano ad utilizzarla, tanto è vero che proprio dopo quella crisi si è verificato un incredibile crollo degli investimenti.
DUNQUE, I DUE ASPETTI critici che riguardano sia l’offerta di lavoro che la domanda, reclamano un duplice rovesciamento di prospettiva rivolta tanto al lato dell’offerta di lavoro che a quello della domanda. Pensiamo agli sconvolgimenti climatici, all’evoluzione tecnologica, alle guerre e alla ridefinizione degli equilibri geopolitici, di cui i dazi sono solo una delle componenti.
L’Europa – specie la Germania e l’Italia – è posta di fronte alla necessità di trasformare radicalmente il suo modello di sviluppo, troppo proiettato verso le esportazioni e quindi esposto alle ritorsioni sui dazi, e di valorizzare la sua domanda interna, soddisfare i suoi bisogni sociali insoddisfatti, produrre i beni pubblici europei (dei quali non può essere ritenuto parte un riarmo solo nazionale).
Per questo la legge che proponiamo esplora una prospettiva innovativa non riferita solo a persone fragili, inattive o disoccupate da lunghi periodi. Il tipo di lavoro che ci si propone di creare è molto largo, comprende lavori “buoni” di alto contenuto qualitativo, investe qualifiche elevate, contempla paghe adeguate e il superamento del gap retributivo che penalizza le donne. Così si rompe anche con una tradizione che considera il discorso egualitario rivolto solo ai poveri e ai deboli trascurando i ceti medi e i portatori di elevate abilità e competenze, che hanno aspirazioni anch’essi ad essere valorizzati, e di cui il paese ha un bisogno enorme per uscire dalla “trappola” della bassa crescita e della scarsa innovazione.
TUTTO QUESTO può essere opera solo di un operatore pubblico animato da un grande spirito progettuale. Il connubio lavoro/investimenti/nuovo modello di sviluppo è fondamentale. Le parole chiave diventano progettualità, piano, programmazione, creazione diretta di lavoro. In questo senso va l’articolazione di un’architettura aperta e plurale nella logica dello “sperimentalismo istituzionale” – che prevede vari strumenti: un Piano pluriennale centrale, un Fondo, una “banca progetti” e molto altro – sulla base dell’interazione centro/enti locali e del coinvolgimento di una molteplicità di attori.
