Referendum Una parte di chi ha raccolto l’appello al voto, e si riconosce nelle forze di opposizione, ha votato in modo differente nel referendum sulla cittadinanza rispetto ai quattro quesiti sul lavoro
Referendum Cittadinanza al IV Congresso Nazionale di +Europa. Roma, 07 Febbraio 2025 – Mauro Scrobogna/ LaPresse
Il confronto pubblico sulla riforma della cittadinanza e sull’esito del referendum è scomparso rapidamente, anche a sinistra. La fretta con cui è stata archiviata la sconfitta rivela un tratto della politica contemporanea che contribuisce alla frattura tra politica e società.
La costante è evitare le domande scomode. I numeri dei referendum ci raccontano qualcosa di importante: una parte di chi ha raccolto l’appello al voto, e si riconosce nelle forze di opposizione, ha votato in modo differente nel referendum sulla cittadinanza rispetto ai quattro quesiti sul lavoro. Un dato che mostra una discontinuità culturale all’interno dello stesso elettorato progressista.
Il quesito sulla cittadinanza, che riguardava la riduzione da 10 a 5 anni del periodo minimo di residenza per la richiesta di naturalizzazione, non è stato esente da pregiudizi e paure. Noi dell’Arci siamo stati tra i promotori. Inizialmente si era ipotizzato un quesito sull’accesso alla cittadinanza per i minorenni nati o cresciuti in Italia. Ma questa opzione è stata scartata, sia per la sua complessità tecnica che per il timore di una campagna troppo ideologica, che avrebbe potuto alimentare tensioni e derive razziste.
Si è così optato per un quesito più semplice. Ma anche questa scelta, che voleva evitare lo scontro frontale, ha dovuto fare i conti con una realtà avvelenata da anni di propaganda. Il tema immigrazione è stato talmente distorto da diventare quasi impronunciabile, intrappolato in una rappresentazione tossica che rende difficile affrontarlo, anche solo in parte, in modo razionale.
Un sondaggio realizzato da YouTrend e illustrato da Giovanni Diamanti durante un seminario dell’Arci ha evidenziato che, a fronte di una spiegazione chiara e semplice del quesito, il consenso saliva sensibilmente tra gli elettori e le elettrici di quasi tutti i partiti. Le persone hanno risposto positivamente quando il quesito veniva «decodificato» nelle sue conseguenze concrete. Ma questo non significa che, con una migliore comunicazione, l’esito sarebbe stato diverso. Piuttosto dimostra quanto sia difficile superare un discorso pubblico ostile, costruito e sedimentato in decenni, pieno di false evidenze e percezioni distorte.
Ribaltare questo immaginario collettivo richiederebbe tempo, risorse, competenze e volontà politica – tutte cose oggi scarse. Le destre, in questi anni, hanno costruito un’egemonia fondata sull’odio per lo straniero, portata avanti senza pause e con coerenza. Lo vediamo in Trump, in Orbán, in Meloni: contesti diversi, ma strategie convergenti.
Di contro, le forze democratiche e anche gran parte della stampa – inclusa la Rai sempre più appiattita sul governo – non hanno saputo costruire un racconto alternativo. Anzi, in più occasioni hanno rincorso l’agenda e i linguaggi della destra, adottandone parole chiave come «emergenza», «invasione», «sicurezza». Si è arrivati persino a teorizzare che «la sicurezza non è né di destra né di sinistra», legittimando così l’idea che bastasse gestire meglio l’approccio repressivo. Un esempio clamoroso è rappresentato dalla «dottrina Minniti»: fare meglio quello che propone la destra, ma con un approccio tecnico e un linguaggio misurato.
Oggi, come già in passato, la presenza di un governo di destra produce un riavvicinamento tra opposizioni e società civile. Ma la vera domanda è: cosa accadrà quando cambierà la maggioranza? Verranno davvero cancellati i provvedimenti più crudeli, discriminatori e persecutori? Oppure resteranno in vigore, come già accaduto in passato?
La legge Bossi-Fini, che ha stravolto il Testo Unico sull’immigrazione, è ancora in vigore. Anzi, è stata peggiorata. Così come la legge sulla cittadinanza, risalente al 1992, non è mai stata modificata. Tutto questo mentre crescono nuove generazioni di italiani e italiane di fatto, ma non di diritto.
Noi vogliamo restare ottimisti, ma non possiamo limitarci a sperare. Per questo continueremo a lavorare, insieme alle altre realtà del terzo settore, per rafforzare il protagonismo delle organizzazioni delle persone di origine straniera e per chiedere al centrosinistra un cambio radicale: nei contenuti, nei linguaggi, nei metodi. Solo così potrà farsi spazio un’alternativa vera, credibile e duratura.
