Caso Almasri, Meloni archiviata. Per il Tribunale dei ministri non può essere ritenuta responsabile. Solo Mantovano, Nordio e Piantedosi risponderanno della liberazione del torturatore libico. Ma la premier cambia narrazione e si assume adesso tutte le responsabilità. E pensa al segreto di Stato
La rivendicazione La premier mira anche a far passare in secondo piano il merito della vicenda: la liberazione di un criminale inseguito dalla giustizia internazionale. Frecciata a Giuseppe Conte: «Rivendico che questo governo agisce in modo coeso sotto la mia guida»
Giorgia Meloni durante il question time alla Camera – Roberto Monaldo /LaPresse
«È assurdo chiedere che vadano a giudizio Piantedosi, Nordio e Mantovano e non anche io, prima di loro». Quando ieri è esploso sui social il commento di Meloni alla decisione del tribunale dei ministri di archiviare la sua posizione sul caso Almasri, avvertire l’eco di un altro e più sinistro discorso è stato per molti quasi automatico.
Il discorso pronunciato il 3 gennaio 1925 dall’allora capo del governo Benito Mussolini dopo la crisi provocata dal delitto Matteotti: «A me la colpa. A me la responsabilità».
È una suggestione inevitabile, soprattutto per i toni adoperati dalla presidente del consiglio, e non del tutto infondata. Con la presa di posizione di ieri Meloni spazza via tutte le giustificazioni tecniche affastellate in questi mesi e rivendica la decisione schiettamente politica. È vero, e lo è tanto più trattandosi di una scelta politica, che i ministri degli Interni e della Giustizia e il sottosegretario alla presidenza non possono aver preso una decisione tanto delicata quanto la liberazione di Almasri senza una indicazione precisa della presidente del consiglio. È impossibile e inimmaginabile. «Una tesi palesemente assurda», scrive la premier e non le si può dare torto. In quella richiesta di rinvio a giudizio doveva dunque esserci anche il suo nome.
Meloni non avrebbe potuto prendere una posizione diversa dopo aver più volte ribadito, a proposito della processo Open Arms contro Matteo Salvini, che la responsabilità delle azioni di governo è collettiva e dunque ricade prima di tutti su chi del governo è alla guida. La vicenda, anzi, le offre il destro per lanciare una frecciata velenosissima contro l’ex premier Giuseppe Conte, reo appunto di aver scaricato quello che era allora il suo ministro degli Interni: «A differenza di qualche mio predecessore, che ha preso le distanze da un suo ministro in situazioni similari, rivendico che questo governo agisce in modo coeso sotto la mia guida».
Salvini, il più diretto interessato, duetta: «Avanti insieme, a testa alta, alla faccia degli smemorati Conte e Toninelli». È in realtà vero che Giorgia Meloni si sarebbe comportata allo stesso modo con ciascuno dei suoi ministri, ma tanto più in quanto la richiesta di rinvio tocca anche il suo vero uomo di fiducia nell’esecutivo: Alfredo Mantovano.
La premier in queste cose è abile. Fa un’ottima figura a basso costo. Ribadire «la correttezza dell’esecutivo che ha avuto come sola bussola la sicurezza degli italiani» significa anche, in concreto, garantire il voto contrario all’autorizzazione a procedere. Se così non fosse, la maggioranza revocherebe in dubbio appunto la correttezza del suo governo. La crisi sarebbe più o meno inevitabile. Sempre che a quel voto parlamentare si arrivi, perché a questo punto, caduto il velo peraltro risibile degli errori e dei ritardi e dopo una rivendicazione così esplicita della scelta politica, nulla più osta ad apporre il segreto di Stato.
Il pronunciamento della premier mira in realtà anche a far passare in secondo piano il merito della vicenda: la liberazione di un torturatore inseguito dalla giustizia internazionale in nome di interessi di Stato tanto innominabili che nessuno ha avuto sin qui il coraggio di nominarli, nascondendosi dietro la favola oggi smentita dalla fonte più autorevole dei disguidi e degli sbagli formali. Meloni promette di difendere una scelta che è sopratutto sua «in Parlamento, sedendomi accanto a Piantedosi, Nordio e Mantovano al momento del voto sull’autorizzazione a procedere».
Dopo l’intemerata di ieri l’opposizione ha la possibilità e il diritto di fare piazza pulita delle ricostruzioni da azzeccagarbugli e di pretendere dalla presidente del consiglio una spiegazione chiara della sua scelta. La responsabilità politica che ha rivendicato ieri Giorgia Meloni deve assumersela tutta, senza più omissis e reticenze. Dicendo perché era interesse dell’Italia salvare un feroce criminale.
