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Black deal Mentre il mondo è riunito a Belém per la Cop 30, in Europa il fossato tra le decisioni politiche e le ambizioni climatiche condensate nel Green Deal del 2019 si allarga sempre di più

Leggi anche«L’Europa abbassa i target, come chiesto da Trump»

La votazione sul quadro per il raggiungimento della neutralità climatica (Ansa) La votazione sul quadro per il raggiungimento della neutralità climatica a Bruxelels

Mentre il mondo è riunito a Belém per la Cop 30, in Europa il fossato tra le decisioni politiche e le ambizioni climatiche condensate nel Green Deal del 2019 si allarga sempre di più. Ieri il parlamento europeo ha sancito per la prima volta con un voto importante la nuova alleanza alternativa alla cosiddetta «maggioranza Ursula», che ha sostenuto la presidente della Commissione von der Leyen anche nel suo secondo mandato. Il Ppe, principale gruppo, ha voltato le spalle a socialisti, liberali e verdi e ha unito i suoi voti all’estrema destra dei conservatori di Ecr (Meloni) e dei patrioti (Lega e Le Pen), per ridurre il dovere di vigilanza delle industrie europee, sia sul rispetto dei diritti sociali che su quelli ambientali e sul dovere di riparazione.

L’obbligo di reporting sull’impatto sociale e ambientale della produzione viene limitato alle imprese con più di cinquemila dipendenti e oltre 1,5 miliardi di fatturato.Non solo, si alza adesso anche la soglia per il reporting in materia di sostenibilità. L’europarlamento, come richiesto dalla Commissione, rinuncia a creare un regime europeo di responsabilità civile, le multinazionali sono esenti da piani di transizione climatica. Per esempio, come effetto sulla salute, si indeboliscono le norme per la valutazione e l’autorizzazione di pesticidi e biocidi.

L’Unione europea, che con il Green Deal aveva ambizioni di leadership mondiale sulla transizione climatica, alla Cop 30 è costretta a presentarsi con un profilo basso. Ed è già arrivata in Brasile con il fiato corto per la difficoltà a raggiungere un accordo sull’impegno di riduzione di Co2 nella tappa intermedia del 2040 in vista del net zero del 2050. L’intesa in extremis riduce il ribasso dal 90% previsto all’85%, grazie a un’esternalizzazione del mercato dei crediti di Co2.

Con il primo voto di ieri sul «pacchetto Omnibus», le ambizioni dell’Unione europea sono sacrificate sull’altare della «competitività» e della «semplificazione» delle norme – sociali e ambientali – accusate di intralciare l’economia, in un momento di difficoltà.

Destra ed estrema destra si uniscono per imporre una deregulation, con l’obiettivo di facilitare la concorrenza internazionale all’industria europea. «Un triste momento» hanno commentato i verdi. L’estrema destra è soddisfatta: non solo il «cordone sanitario» che l’isolava è saltato, ma per i patrioti, dove siedono Lega a Rassemblement national, l’obiettivo di una riduzione del 90% nel 2040 era semplicemente «una fantasia, mentre le nostre fabbriche chiudono e la fattura di elettricità esplode».

Le emissioni mondiali di Co2 sono in crescita, ma la reazione contro le norme ambientali aumenta, come la repressione dei movimenti ambientalisti e delle manifestazioni. Le lobby si sono attivate. Per preparare il «pacchetto Omnibus», i negoziatori hanno privilegiato gli incontri con le imprese, che hanno difeso gli interessi privati a scapito di quelli climatici. TotalEnergies e Siemens hanno scritto alla Commissione chiedendo esplicitamente l’abbandono del Green Deal. L’industria dell’auto, tedeschi e italiani in testa, è scesa in campo per chiedere un allungamento dei tempi sulla data del 2035 per la messa al
bando della vendita di auto termiche nuove nell’Unione europea.

L’industria del vecchio continente, già penalizzata dai dazi di Trump, teme la concorrenza della Cina. Ma tarda a investire nei settori della transizione. E le lobby legate all’energia fossile adottano tecniche di assalto: instillano dubbi sulla credibilità scientifica del riscaldamento climatico, fanno green washing, denunciano un’ecologia «punitiva», giocano sull’insicurezza dell’occupazione e minimizzano il peso dell’Europa sulle emissioni globali di Co2 (solo il 6%, quindi non varrebbe la pena di fare troppi sforzi, poiché i danni sono soprattutto responsabilità di altri blocchi, Usa e Cina in testa).

Ieri, per esempio, c’era una riunione a Bruxelles dei ministri della Finanze, per discutere la direttiva sulle tasse sull’energia, che dal 2003 esonera i carburanti fossili per i settori aereo e marittimo: panico per gli effetti negativi sull’occupazione, la svolta ecologica viene ritardata. L’Unione europea si dimostra più sensibile alla spinta al riarmo per sostituire i posti di lavoro persi dall’auto. In Germania, l’amministratore di Rheimetall, Armin Papperger soprannominato Lord of war, promette di assumere 500-600mila lavoratori tra i 770mila del settore auto, oggi a rischio. La Ue aiuta l’Ucraina, in nome della difesa dei propri valori, sociali e ambientali, ma poi comincia a smantellarli al suo interno.