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25 novembre Stando a quanto riferisce l’Istat una donna su tre ha subito violenza nel corso della vita. In migliaia ieri in piazza a Roma

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Un momento della manifestazione di Non una di meno a Piazza della Repubblica, a Roma - foto Valentina Stefanelli/LaPresse  Manifestazione di Non una di Meno – Foto Getty Images

Se ancora, e sempre, sono in migliaia a scendere in piazza per dire no alla violenza contro le donne, la ragione risiede in un dato di realtà che, contrariamente a quanto viene dipinto dalla destra al governo, è piuttosto evidente. Chi intende lottare contro la logica della sopraffazione continuerà a farlo, sempre, perché ha la coscienza che si tratti di una forma strutturale, sistemica. Lo farà nel potere erotico di sovvertire un dominio, nella gioia di trovarsi insieme, nell’attraversamento di uno spazio pubblico che si vorrebbe restringere sempre di più e proprio per questo va invece abitato, occupato, trasfigurato e variamente riscritto dai nostri corpi.

«Sabotiamo guerre e patriarcato», nello slogan scelto da Non Una di Meno per la grande manifestazione nazionale di ieri c’è la consapevolezza di questa prosecuzione, ferma. L’intento arriva, ancora una volta, chiaro: quello a cui stiamo assistendo è il massacro perpetuo di esseri umani come di territori. E due sono i sistemi che si autoalimentano: la guerra e il patriarcato. Tenere insieme queste radici comuni, saperle vedere nel loro legame storico e politico, indica un orizzonte di lotta che ha animato il corteo di ieri, con migliaia di donne, femministe, movimenti, soggettività, centri antiviolenza, associazioni e la marea che da quasi dieci anni invade le piazze e le strade non solo della Capitale.

«C’è un continuum tra violenza patriarcale e genocidaria», dicono le attiviste di Nudm ed è vero che non fare sconti alla violenza maschile contro le donne e di genere implica il riconoscere le stesse matrici strutturali di oppressione nella distruzione dei popoli. Si comincia da qui, si arriva (o si torna?) alla realtà cui stiamo assistendo: un dispositivo che deve essere smantellato. Pezzo per pezzo.

«Insieme siam partite, insieme torneremo», urlavano un gruppo di ragazze, con un’alleanza intergenerazionale e di forza che sa di futuro. Nonostante, in questo Paese, si provi ad attaccare la libertà femminile e l’autodeterminazione da più fronti. Nonostante il clima autoritario per cui dobbiamo ascoltare come se fosse qualcosa di accettabile – dopo anni di lavoro serio e rigoroso, pratiche, movimenti, anni di interpellanze e proposte di legge – le parole di una ministra della Repubblica sul poter parlare di educazione sessuo-affettiva ma «lateralmente». Questo è un parere discutibile o una diminuzione della questione volta a chiudere il dialogo?

Stando a quanto riferisce l’Istat una donna su tre ha subito violenza nel corso della vita, e rimanendo sui numeri forniti dall’Osservatorio di Non Una di Meno se femminicidi, lesbocidi e transcidi sono in calo lo scenario cambia se sommiamo i tentativi. Sono stati numerosi e se consideriamo ciò che arriva dai centri antiviolenza il quadro è ben più complesso; basterebbe forse leggere quanto riportano i 118 centri della rete DiRe: in un anno sono state ascoltate 23.851 donne.
La risposta del governo continua però imperterrita a essere punitiva, ed è in questa direzione che il 25 novembre alla Camera ci sarà l’esame del disegno di legge sul delitto di femminicidio (già approvato in Senato). Arriveranno forse i cavernicoli a darci una soluzione, con le loro possenti clave e un «codice genetico», lo dice un altro ministro, ineluttabile.

Nel frattempo non ci resta che continuare a dissentire, a dire di no alla violenza e alla sorveglianza dei nostri corpi. Continuiamo a sabotare, nell’accezione piena e collettiva del mettersi di traverso, sempre. Perché la trasformazione di immaginari è in atto ormai da qualche decennio, grazie in particolare al movimento delle donne e al femminismo, e chi non lo accetta o mostra ostilità e volontà di azzeramento è, occorre proprio dirlo, fuori dalla storia.