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Diritti umani L’adozione di politiche sull’immigrazione sempre più restrittive, lesive dei diritti fondamentali che - nonostante tutto - garantiscono i migranti, procede spedita, anche a livello sovranazionale

La sede del Consiglio europeo a Bruxelles La sede del Consiglio europeo a Bruxelles – (Getty)

L’adozione di politiche sull’immigrazione sempre più restrittive, lesive dei diritti fondamentali che – nonostante tutto – garantiscono i migranti, procede spedita, anche a livello sovranazionale. Prima, l’8 dicembre, il Consiglio europeo (organo dell’Unione europea) ha trovato l’accordo per allargare la definizione di Paesi sicuri.

Consentendo così agli Stati membri di considerare inammissibile la domanda di asilo anche quando il richiedente potrebbe ricevere protezione in un Paese terzo (con il quale non è più necessario abbia alcun legame). Ieri i ministri del Consiglio d’Europa (organizzazione internazionale diversa dall’Unione europea, alla quale aderiscono molti Stati europei) hanno discusso un modello di accordo relativo al rimpatrio dei richiedenti asilo la cui domanda sia stata respinta e, come si può leggere dai comunicati dell’Ansa, «all’esternalizzazione della gestione migratoria». Si tratti di Unione europea oppure di Consiglio d’Europa poco cambia: l’indirizzo politico sembra tracciato e il destino dei diritti fondamentali dei migranti segnato.

Soprattutto dietro il vertice di Strasburgo, c’è l’insofferenza di alcuni esecutivi nazionali per le garanzie offerte ai migranti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu), così come interpretata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (Corte Edu). L’accusa è semplice: la tutela dei diritti fondamentali dei migranti rischia di intralciare le politiche migratorie sempre più restrittive che taluni governi vorrebbero realizzare. La preoccupazione non è di oggi. Nel maggio di quest’anno, il governo italiano e quello danese diffusero una lettera aperta per «stimolare» un dibattito sull’opportunità di un’interpretazione restrittiva delle convenzioni internazionali (in particolare, proprio della Cedu) per quanto concerne la materia dell’immigrazione.

La lettera aveva un destinatario preciso: la Corte Edu, accusata di un’indebita ingerenza nel campo del diritto d’asilo e di orientamenti giurisprudenziali eccessivamente sensibili alle ragioni dei migranti. Preoccupazione ripresa alla vigilia del vertice di Strasburgo dal primo ministro inglese e dalla premier danese – in un articolo pubblicato sul Guardian – che hanno esortato gli omologhi europei a scegliere interpretazioni svalutative del diritto di asilo, adeguate alla realtà odierna che renderebbe quello strumento addirittura obsoleto e superato (pensato per un’altra epoca).

Insomma, e al di là delle dichiarazioni di facciata, l’ambizione di predisporre politiche migratorie dentro la cornice di principi sanciti dalle convenzioni internazionali che tutelano i diritti umani e (il diritto di asilo in particolare) sembra definitivamente naufragata. Una prospettiva escludente camuffata spesso da scelta politica obbligata, necessaria per fronteggiare i populismi e gli estremismi che vorrebbero politiche migratorie ancora più escludenti e discriminatorie. Dinnanzi a questo scenario è forse utile ricordare il posto della Cedu nel nostro ordinamento.

Con due sentenze, 348 e 349 del 2007, la nostra Corte costituzionale ha chiarito la natura delle norme della Cedu: «Proprio perché si tratta di norme che integrano il parametro costituzionale, ma rimangono pur sempre ad un livello sub-costituzionale, è necessario che esse siano conformi a Costituzione». Insomma, la Cedu non potrà mai abbassare il livello di protezione dei diritti già garantito dalla nostra Costituzione, anche nei confronti dei migranti. E se questa ipotesi dovesse mai verificarsi – non importa se per una modifica al ribasso del testo della Convenzione, oppure per il consolidarsi di orientamenti della Corte Edu sempre meno favorevoli ai migranti – la Corte costituzionale dovrebbe dichiarare l’incapacità della norma convenzionale a integrare il nostro parametro costituzionale, «provvedendo, nei modi rituali, a espungerla dall’ordinamento giuridico italiano». Si potrà dunque anche svilire la Cedu, ma rimane pur sempre la Costituzione e la necessità di rispettarla.