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Giustizia Come noto, il decreto sicurezza ha introdotto un nugolo di reati miranti a criminalizzare il dissenso, anche pacifico: questo diritto penale del dissenso ha mostrato in questi giorni il suo volto più riconoscibile

Una toga in tribunale - Ap Una toga in tribunale – Giuseppe Aresu - AP

Come noto, il decreto sicurezza ha introdotto un nugolo di reati miranti a criminalizzare il dissenso, anche pacifico: tra questi il blocco stradale e ferroviario con il proprio corpo. La più classica delle proteste nonviolente. Questo diritto penale del dissenso ha mostrato in questi giorni il suo volto più riconoscibile.

Colpendo con imputazioni o avvisi di indagini tantissimi giovani che, a settembre e ottobre, hanno deciso di scendere in piazza contro il genocidio perpetrato a Gaza; trascinandoli, dunque, dentro procedimenti che, per quanto è dato sapere dalla stampa, hanno poco a che fare con la tutela dell’ordine pubblico e molto con la repressione di una posizione politica.

Non è una novità, ma la frequenza e sistematicità con cui è accaduto in questi giorni segnalano, a distanza di tempo dalle manifestazioni, che il sistema ha introiettato un salto di qualità: il dissenso, anche pacifico, si punisce. Punto.

In questo contesto, è logico che i settori dell’opinione pubblica più esposti alla repressione percepiscano una catena unica: forze di polizia – pubblico ministero – giudice. Una catena che funziona come un blocco solo, senza attriti, senza frizioni, come se la fisiologica distinzione dei ruoli fosse diventata una formalità.

Da questa percezione, a sua volta, nasce una sensazione diffusa, comprensibile, ma pericolosa: la magistratura fa parte del potere repressivo, dunque il referendum della giustizia diventa un tema indifferente. Perché votare No? Perché difendere un ordine che sembra già schierato, già interno al dispositivo di repressione?

Ecco, è proprio qui che l’equazione che non regge.

Se al referendum dovessero vincere i Sì, il pubblico ministero, del tutto separato dai giudici, sarà ancora più legato alla polizia giudiziaria, alle sue logiche, alle matrici culturali di agenzie che, per natura, agiscono in base a obiettivi posti dal governo. Neppure ci sarà più il bilanciamento effettivo di un giudice davvero libero. Nei Consigli superiori, separati e indeboliti, i rappresentanti dei magistrati saranno sorteggiati, scelti a caso. Facilmente controllabili, dunque, dai componenti politici, che potranno persino essere scelti dalla stessa maggioranza politica di turno.

Non nascerà una giustizia più neutrale, né le cose rimarrano come prima. Si delinea all’orizzonte un potere giudiziario più omogeneo, disciplinato. Addirittura «collaborativo con l’esecutivo», come hanno spiegato alcuni sponsor politici della riforma.

Scordiamoci, allora, anche nelle indagini sui manifestanti annunciate in questi giorni, che ci saranno magistrati (pm o giudici) disposti a guardare caso per caso, a sollevare questioni di costituzionalità. Scordiamoci che ci saranno ancora magistrati che, come nei casi Lucano, No Tav, Albania, navi Ong (per citare i più celebri) hanno fatto del garantismo e della Costituzione la loro unica bussola, senza timori di entrare in dissidio con le maggioranze di centrosinistra o centrodestra.

Scordiamoci, o almeno prepariamo a viverli come eccezioni, i magistrati che incrinano la catena: non perché sono eroi, ma perché esercitano un mestiere che prevede autonomia al massimo grado, distinzione di ruoli, responsabilità personale.

Votare No al referendum significa difendere lo spazio dell’autonomia e del conflitto interpretativo interno al potere giudiziario, difendere la circostanza (o la possibilità) che i giudici continuino a non funzionare come ingranaggio di un potere uniformato, unico, collaterale.

Vincesse il Sì, faremo un balzo indietro che ci farebbe tornare ai magistrati cantati da Fabrizio De André e Roberto Vecchioni: macchiette ossequiose del potere. Signor giudice, cantava Roberto Vecchioni, curando di aggiungere tra parentesi: un signore così così. Ecco, votare No significa non ripiombare in scenari di giustizia così così. Sarebbe imperdonabile per la democrazia.