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La modifica della Costituzione che smembra in tre il CSM (Consiglio superiore della Magistratura) e introduce il sorteggio puro per i membri togati (i magistrati che devono rappresentare la Magistratura) non è questione che riguardi in modo esclusivo e nemmeno preminente Avvocati e Magistrati. E tantomeno avvocati penalisti e pubblici ministeri anche se la cosiddetta separazione delle carriere è in campo penale che trova già oggi, senza bisogno di questa riforma costituzionale, il suo senso e la sua attuazione.

Il loro contributo al dibattito è utile per far capire gli interessi in campo, ed anche per aiutarci a chiarire gli aspetti funzionali dell’amministrazione della giustizia. Ma la revisione costituzionale va molto oltre.

È il suo retroterra culturale che porta questo governo (che ha voluto imporre la legge Nordio al Parlamento, e anche alla sua stessa maggioranza) a presentare il referendum come una contesa corporativa: tra la corporazione degli avvocati e quella dei magistrati. Come se fossero in gioco solo gli interessi professionali, la carriera, e i rapporti di forza tra le rispettive categorie e non invece, come nella realtà, gli equilibri tra organi costituzionali, i diritti dei cittadini di fronte all’azione dello Stato, e il rispetto delle prerogative costituzionali dei vari organi.

Dal Consiglio superiore della Magistratura depotenziato nella sua funzione di garanzia dallo sdoppiamento, dall’espropriazione del giudizio disciplinare e ridicolizzato dalla lotteria del sorteggio, al Parlamento, umiliato in questa occasione da una modifica di ben 7 articoli della Costituzione con un progetto di iniziativa governativa (già questa una deroga alla competenza parlamentare in tema di Costituzione) che non ha concesso al Parlamento e all’opposizione, in tutti questi mesi, neppure una piccola modifica, un misero emendamento nemmeno se proposto dalla stessa maggioranza che lo sostiene.

La Costituzione prevede una maggioranza dei 2/3 per l’approvazione secca (senza bisogno di referendum) della sua modifica. Il governo quel più ampio coinvolgimento delle minoranze non l’ha mai voluto perseguire, neppure per un istante, puntando tutto sulla convocazione di un referendum, non a caso insistentemente definito confermativo. In Costituzione questo termine non c’è; il referendum costituzionale ha anzi natura oppositiva contro il comportamento assolutistico di una maggioranza parlamentare che è tale solo grazie alla legge elettorale.

Un referendum che si vuole tenere in fretta e furia e col minor coinvolgimento possibile dei cittadini puntando sull’ondata astensionista degli ultimi anni e sulla presunta “difficoltà tecnica” della materia.

Non è un “affare” tra corporazioni, ma una profonda revisione costituzionale; lo ha ben ribadito la Corte di Cassazione quando ha stabilito che i 7 articoli della Carta sottoposti a modifica fossero esplicitamente citati nel quesito sottoposto agli elettori.

È in gioco la Costituzione e gli italiani la difenderanno!

11-02-2026

Alessandro Messina