Il prezzo del gas Costa moltissimo e inquina anche di più a causa della tecnica estrattiva (fracking), ma adesso è il protagonista del mercato mondiale degli idrocarburi. E l’Europa ci si è legata mani e piedi
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Una nave cisterna di Gpl statunitense in viaggio verso il porto di Anversa – foto Ap
Dietro le quinte della propaganda, il conflitto appare spesso più redditizio della pace: basta scavare sotto la superficie dei pretesti etici o religiosi per veder emergere una contabilità spietata, dove il tornaconto economico di pochi si nutre del sacrificio dei più poveri. In questo scacchiere di interessi, una parola chiave domina le analisi degli esperti e i mercati globali in questi giorni: il Gnl.
Ovvero il gas naturale liquefatto. È il comune gas metano che usiamo per cucinare, scaldarci e produrre energia elettrica, ma trasformato in liquido attraverso un processo di raffreddamento estremo a -162°C. Questa tecnologia permette di ridurne il volume di ben 600 volte, rendendolo trasportabile su enormi navi cisterna invece che attraverso i classici gasdotti. È una risorsa strategica che garantisce flessibilità ai paesi importatori, permettendo loro di cambiare fornitore con un semplice viaggio via mare, ma che richiede infrastrutture costose come i rigassificatori per tornare allo stato gassoso prima di entrare nelle reti di trasporto.
L’ATTUALE OFFENSIVA militare, che ha già colpito i vertici della Repubblica islamica e causato la chiusura dello Stretto di Hormuz, ha fatto schizzare il prezzo di questa risorsa vitale. Il 2 marzo il prezzo dell’indice Ttf (acronimo di Title transfer facility – ovvero il mercato di riferimento per lo scambio del gas naturale in Europa. Sebbene si trovi fisicamente in Olanda, il suo prezzo determina quanto paghiamo il gas in bolletta anche in Italia) è salito quasi del 50% in poche ore dopo l’apertura del mercato. La chiusura delle infrastrutture produttive e il blocco delle rotte marittime non sono dunque solo danni collaterali, ma elementi di una partita economica globale dove la sicurezza energetica dell’Occidente e il controllo dei flussi di gas si intrecciano indissolubilmente con il fragore delle bombe.
Tutto ha inizio nei primi anni 2000. Fino ad allora, gli Stati Uniti temevano una carenza di gas e stavano costruendo terminali per importare gas naturale liquido. Il vero punto di svolta è stato imparare a estrarre il gas intrappolato dentro rocce durissime. Gli americani hanno perfezionato una tecnica che permette alla trivella di curvare sottoterra e muoversi di lato per chilometri, seguendo lo strato di roccia. Una volta posizionata, viene iniettata acqua ad altissima pressione che spacca la pietra, creando piccole crepe da cui il gas può finalmente uscire e risalire in superficie. Questa innovazione, il fracking, ha trasformato gli Stati Uniti da acquirenti a primo produttore mondiale di gas naturale. In pochi anni, la produzione domestica è esplosa e i prezzi del gas negli Stati Uniti sono crollati. L’ascesa degli Stati Uniti da importatore a esportatore dominante del mercato globale del Gnl è uno dei cambiamenti più rapidi e radicali nella storia dell’energia.
A QUESTO PUNTO, con un surplus di gas immenso, l’industria americana ha preso una decisione storica: riconvertire i terminal di ricezione in impianti di liquefazione per l’esportazione. Il 24 febbraio 2016, il primo carico di Gnl americano ha lasciato il terminal di Sabine Pass in Louisiana. Tra il 2017 e il 2023, gli investimenti sono passati da pochi miliardi a centinaia di miliardi di dollari. Sono nati terminal enormi come il Corpus Christi, il Freeport e il Cameron Lng. Nel 2023, gli Stati Uniti hanno superato ufficialmente il Qatar e l’Australia, diventando il primo esportatore mondiale di Gnl.
PER DECENNI IL NORD STREAM è stato uno dei cordoni ombelicali tra Russia ed Europa. Attraverso questo gasdotto sottomarino, Mosca vendeva gas a basso costo aggirando Ucraina e Polonia, eliminando così tasse di transito e dispute politiche. Se per il Cremlino era una potente arma di influenza, per la Germania rappresentava la garanzia di energia a basso costo per le proprie industrie. Gli Stati Uniti, tuttavia, si sono sempre opposti all’opera, temendo che l’Europa finisse troppo saldamente nella sfera d’influenza russa.
LA ROTTURA DEI RAPPORTI commerciali per il gas tra Russia e Europa è cominciata con la guerra in Ucraina, ma la situazione è precipitata in particolare da settembre 2022, quando una serie di esplosioni subacquee ha squarciato le tubature, interrompendo per sempre il flusso di gas verso il Vecchio Continente. Sebbene i responsabili restino ufficialmente ignoti, l’effetto è stato immediato: l’Europa ha perso la sua fonte principale di energia, ritrovandosi obbligata a comprare il Gnl americano trasportato via nave a prezzi molto più alti.
In pochissimo tempo, gli Stati Uniti sono diventati il primo esportatore mondiale di gas naturale liquefatto. Oggi, con le minacce dell’Iran allo Stretto di Hormuz, lo scenario è cambiato ulteriormente. L’America è ormai l’unico “porto sicuro” del gas naturale mondiale: con una produzione interna ai massimi storici, Washington offre una stabilità che né Mosca né Qatar possono più garantire.
Questo assetto sta arricchendo moltissimo l’economia americana. Le massicce esportazioni verso l’Europa hanno abbattuto il deficit commerciale statunitense e attirato miliardi di dollari in nuovi terminali nel Golfo del Messico. Il vantaggio competitivo è enorme: mentre le aziende europee affogano nei costi energetici, le fabbriche negli Stati Uniti pagano il gas pochissimo. Il risultato è una fuga di capitali, con molte imprese europee che scelgono di delocalizzare i propri impianti oltreoceano.
I CONFLITTI IN UCRAINA e in Iran hanno accelerato la metamorfosi, consacrando gli Stati Uniti come superpotenza energetica assoluta. Se da un lato questo garantisce l’indipendenza dai ricatti russi, dall’altro ha un costo salato: i consumatori europei pagano bollette record, mentre l’energia è diventata estremamente economica in Texas. Se è pur vero che il consolidamento dell’egemonia energetica statunitense non esaurisce le complesse ragioni del disordine mediorientale, resta innegabile che esso rappresenti un formidabile incentivo a preferire le logiche del conflitto a quelle della pace.
* Scrive romanzi, storie brevi, collabora con testate italiane e straniere, ha studiato diritto internazionale alla SOAS di Londra e si occupa di rifugiati da molti anni. E' nata apolide, da padre palestinese e una madre di origini ebraiche
