Commenti In Libano il cessate il fuoco non è più un argine alla guerra ma è diventato una linea di separazione tra territori protetti dalla diplomazia e territori lasciati al fuoco
LEGGI ANCHE La grande fuga di civili da Beirut, entrata nel mirino di Israele
Le trattative in corso a Washington tra Israele e Libano – (AP Photo/Rod Lamkey, Jr.)
In Libano il cessate il fuoco non è più un argine alla guerra ma è diventato una linea di separazione tra territori protetti dalla diplomazia e territori lasciati al fuoco. Da giorni Stati uniti e Israele, da una parte, e Iran e Hezbollah, dall’altra, negoziano una nuova tregua.
Ma solo sulla Grande Beirut, cioè la capitale libanese e la sua cintura meridionale, considerata roccaforte del movimento sciita. Altrove, nel sud, la guerra continua: raid israeliani, demolizioni, avanzata militare, paesi e cittadine svuotati o cancellati, morti che si accumulano nei bilanci quotidiani. Tra loro bambini, soccorritori, lavoratori migranti senza via di fuga. Numeri che ormai non riescono più nemmeno a restituire il contrasto tra la «tregua» annunciata e la guerra reale che continua.
È LA REALTÀ che emerge dagli ultimi negoziati tra Stati uniti, Israele e Libano svoltisi a Washington. Il linguaggio ufficiale, lo stesso adottato dal premier libanese Nawaf Salam, parla di «consolidamento della tregua», «stabilizzazione», «ritorno degli sfollati». Eppure sul terreno la tregua ha un altro significato: non protegge il Libano, protegge solo una sua parte. Beirut viene inserita nel perimetro negoziale, mentre il sud è consegnato alle scorribande terrestri e aeree israeliane. La capitale e la sua cintura urbana diventano così un limes tattico e negoziale. Non il confine tra guerra e pace.
In questo quadro, di fatto accettato dagli attori coinvolti nelle trattative, Iran e Hezbollah inclusi, emerge un’equazione brutale per la sua selettività e inquietante perché presentata come inevitabile: Beirut non viene colpita se Hezbollah non colpisce Israele. Una città vale un intero paese. E il sud resta fuori: la sua distruzione non interrompe il negoziato, anzi, ne diventa parte. Ogni avanzata israeliana, ogni villaggio colpito, ogni casa abbattuta serve ad alzare il prezzo della trattativa e a imprimere sul terreno la nuova geografia-del-fatto-compiuto.
È stato raccontato che, quando i militari israeliani hanno aumentato la pressione verso nord, prima conquistando il castello di Beaufort oltre il Litani, poi diffondendo ordini di sfollamento forzato fino al fiume Zahrani, a sud di Beirut, infine annunciando possibili nuovi raid sulla capitale, la Casa bianca è intervenuta «fermando» Netanyahu. Ma ancora una volta il cessate il fuoco ha riguardato Beirut, non il sud.
L’ANNUNCIO non cambia la dinamica in corso. Israele amplia la fascia di occupazione e pressione dentro il territorio libanese, mentre il Libano restringe sempre più la propria zona sicura attorno alla capitale e alle regioni costiere del nord. Non è solo una perdita militare o territoriale, ma una trasformazione sociale e politica dello spazio: il Paese si contrae, la popolazione si addensa ancora di più. Chi riesce a fuggire dal sud entra nella geografia protetta della tregua solo dopo aver lasciato, forse per sempre, la casa in cui è nato, i vicoli della sua cittadina, gli alberi che davano ombra e frutti, il negozio che faceva campare e dava un senso alla giornata.
IN UN PAESE già segnato da una densità altissima, dalla crisi economica, dalla fragilità istituzionale e dalla presenza di centinaia di migliaia di sfollati e rifugiati, questa contrazione produce un effetto devastante. Meno territorio abitabile significa più popolazione concentrata in spazi sempre più stretti. Significa più pressione sociale, più competizione per case, lavoro, servizi, aiuti. Anche una nuova gerarchia tra persone e territori: chi si rifugia nella capitale entra nel perimetro del cessate il fuoco, ma spesso sopravvive ai margini; chi invece, per scelta o mancanza di alternative, rimane nel sud, resta dentro la guerra.
La dinamica non nasce oggi. Gli attacchi israeliani dell’8 aprile contro Beirut avevano già provocato una mobilitazione regionale e internazionale per evitare che la capitale venisse risucchiata nella guerra aperta. Poi era arrivata la tregua del 17 aprile. Da allora dire che la tregua non tiene è impreciso. Tiene dove deve tenere. Tiene sulla capitale. Non tiene nel sud, dove sono proseguite le operazioni israeliane, spesso con maggiore intensità. Non è la prima volta: già dal 1996 al ritiro israeliano del 2000 il sud venne trattato come uno spazio di attrito permanente, separato dal resto del Paese.
Anche Hezbollah appare imprigionato in questa equazione. Ufficialmente rifiuta di separare il destino della periferia sud da quello del sud del Libano. Ma la formula che si sta imponendo nei fatti è un’altra: non si attacca il territorio israeliano finché Beirut non viene attaccata.
La stessa logica sembra orientare anche gli altri attori regionali. L’Iran ha fatto sapere che un attacco a Beirut comporterebbe un coinvolgimento diretto accanto a Hezbollah. Arabia saudita, Qatar ed Egitto si muovono per evitare l’allargamento del conflitto e preservare la «stabilità interna» libanese. Ma il baricentro della loro preoccupazione non è il sud in quanto tale. È il rischio che la guerra raggiunga Beirut e travolga l’intera architettura libanese, garanzia fragile dello status quo regionale.
IN QUESTA STORIA sembra saltare la validità della dottrina della sicurezza israeliana, secondo cui più presenza militare nel sud del Libano, più profondità difensiva, minore capacità di Hezbollah di minacciare il nord di Israele. In realtà, l’equazione negoziale emersa in questi giorni racconta l’opposto: più Israele si spinge verso nord, più espone le proprie truppe agli attacchi di Hezbollah; più si riduce la pressione su Beirut, più diminuisce la minaccia di Hezbollah contro Israele.
