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Una battaglia da fare Ciascuno deve fare la sua parte: dal basso, convergenza e trasversalità; i partiti, capacità di raccordo tra società e istituzioni e radicamento territoriale; le istituzioni, ricordare il loro essere strumento per l’attuazione della Costituzione, non strumenti di controllo sociale in chiave autoritaria

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Seggio elettorale, foto Imagoeconomica Seggio elettorale

La legge elettorale assicura la partecipazione attraverso il medium della rappresentanza, che tale deve restare e non scadere in finzione e occultare meccanismi di decisione elitari. Questo solo è il terreno sul quale ragionare di sistema elettorale.

Non le proiezioni sugli esiti delle prossime elezioni, i pareggi, gli equilibri delle coalizioni, i calcoli ingegneristici per assicurarsi la vittoria (fra l’altro, pure con scarsa memoria degli insuccessi di tali tentativi).

Non è solo questione del rispetto dei criteri della Commissione di Venezia (in primis, sull’immodificabilità del sistema elettorale nell’anno precedente l’elezione), che delineano il quadro minimo in tema di procedure democratiche, ma la considerazione che solo abbandonando l’autoreferenzialità insita in ragionamenti di corto respiro appiattiti sulle elezioni imminenti è possibile una politica capace di progetti, di offrire alternative, di immaginare futuri. E invertire così la spirale dell’astensionismo.

Lo schiacciamento sul presente è coerente con una politica arruolata nella logica neoliberista dell’accaparramento del profitto, senza limiti e senza visione, al servizio del potere patrimoniale-privatistico che colonizza lo spazio del pubblico.

Si dirà: c’è l’esigenza di sconfiggere le destre, impedire il proseguimento della costruzione di un regime. Assolutamente d’accordo, il fascismo va fermato, con determinazione, ma non inseguendolo sulla sua via; occorre il coraggio di un’opposizione – vera -, anche sulla legge elettorale. Non aggiustamenti allora e neanche cedimenti alle sirene della governabilità, ma l’assunzione dei fondamentali della democrazia come orizzonte: partecipazione, conflitto, uguaglianza.

La questione non è 42% piuttosto che 40%, per attribuire 70 seggi alla Camera e 35 al Senato; non è il calcolo per non sforare in modo troppo evidente la soglia che assicura alla maggioranza il controllo degli organi di garanzia (presidente della Repubblica e giudici della Corte costituzionale); e non è nemmeno sbloccare qualche preferenza.

Il premio di maggioranza esprime una logica che contraddice la qualifica come proporzionale del sistema e distorce la rappresentanza oltre quel limite che, come noto, la Corte costituzionale ritiene «una eccessiva divaricazione», che altera il circuito democratico (sentenza 1 del 2014).

L’indicazione del candidato premier palesa come attraverso la legge elettorale (che, per la sua centralità, appartiene alla sfera del materialmente costituzionale,) si voglia introdurre il premierato, acclarando quel premierato di fatto che già svuota la democrazia.

Il Melonellum bis emendato magari correggerà la diseguaglianza dei voti di Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta (esclusi dalla determinazione del premio di maggioranza), ma non è sanandola che si risolve la diseguaglianza strutturale del voto in un sistema maggioritario.

Sia chiaro, nessuna formula assicura che non si «perdano» dei voti e, quindi, l’uguaglianza, ma questo non significa che non si debba garantirla nella maggior misura possibile: dunque, proporzionale (puro). È questione di uguaglianza ma anche di partecipazione, due cardini della democrazia. Il referendum sulla giustizia e le piazze per la Palestina, contro la guerra e no Kings, hanno mostrato una voglia di politica, di principi, di visioni: il sistema proporzionale può favorire l’incontro fra istanze sociali e proposte partitiche. Certo, la formula elettorale non è una panacea; si inserisce in un circolo tra società, partiti politici, istituzioni, che può essere virtuoso come vizioso.

Ciascuno deve fare la sua parte: dal basso, convergenza e trasversalità; i partiti, capacità di raccordo tra società e istituzioni e radicamento territoriale; le istituzioni, ricordare il loro essere strumento per l’attuazione della Costituzione, non strumenti di controllo sociale in chiave autoritaria.

La formula proporzionale esprime in sé un’idea di democrazia: la democrazia pluralista e conflittuale, in luogo di quella identitaria e decisionista. Votare e poi unirsi, non per convenienze elettorali autoreferenziali in una dinamica amico-nemico, ma per perseguire, nell’orizzonte pluralista della discussione e della mediazione politica, il progetto concreto della Costituzione, capace di mantenere unità nelle differenze, di essere radicale, alternativo e insieme realistico.

Non ci sono i numeri per opporsi a quello che il governo (non è un errore, è il vero soggetto) vorrà decidere, ma almeno costruiamo le condizioni culturali per un cambiamento effettivo. Non si tratta di aggiustare le tare del Melonellum, ma di ragionare su un altro modello, che disarticoli la sua ratio: governabilità, autoritarismo, dittatura del presente, diseguaglianza; una logica che tracima nel campo sociale ed economico.

Iniziamo a pensarlo possibile, con il disincanto di chi vede la realtà ma anche con la speranza militante di chi immagina di trasformarla.