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Bologna, 2 agosto 1980-2026 Oltre le sentenze. Le stragi non sono mai servite a destabilizzare, ma a stabilizzare il sistema. La verità è tutta nella politica

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47eafcdc-2199-4db8-b82e-ebfec3b677c2 L’orologio fermo all’ora dell’esplosione al 45esimo anniversario della strage avvenuta il due agosto del 1980 alla Stazione di Bologna, 2 agosto 2025. ANSA/Max Cavallari

Chissà cosa dirà oggi Giorgia Meloni, o chi per lei, nell’anniversario della strage di Bologna. Un indizio potrebbe avercelo dato qualche giorno fa l’ex missino Ignazio La Russa, quando ha diffidato Vannacci dal definirsi vera destra: «Guardi ai casi di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, non sono finiti bene».

E chi meglio di lui in fondo può spiegarci cos’è vera destra e cosa no? I rami dei «fascisti in democrazia» (Almirante) saranno pure cresciuti ognuno per i fatti suoi, ma le radici sono le stesse e, oggi come ieri, sono così profonde che non gelano mai.

Quindi, 46 anni dopo la bomba che squarciò il paese insieme alla stazione di Bologna, vale la pena ribadire che la matrice di quella strage è indubitabilmente fascista.

Ce lo dice il modus operandi, ce lo dice il fatto che nel periodo immediatamente precedente c’era stata un’ondata di attentati dinamitardi compiuti da gruppi di destra, ce lo dice il fatto che qualsiasi altra pista ipotizzata – quella palestinese, quella libica, Carlos lo Sciacallo con i tedeschi, l’incidente – non ha trovato riscontri di alcun genere. Ce lo dicono le indagini del giudice Mario Amato, ammazzato dai Nar 40 giorni prima della strage. Amato già parlava di verità d’assieme, cioè della linea che univa vecchi e nuovi terroristi neri. Un’intuizione che non ha fatto in tempo a dimostrare. E subito dopo già si era fatto tardi.

Come sempre è accaduto con le stragi, infatti, le sentenze sono arrivate a distanza di troppo tempo dai fatti. La verità è emersa a pezzi (e mai d’assieme), vittima anch’essa dei depistaggi che, sin da subito, sono stati parte integrante delle strategie eversive.

Bologna non fa eccezione: i processi sono andati avanti per decenni senza perdere la loro natura fortemente indiziaria. Durante le indagini si è fatto un uso sin troppo massiccio delle conoscenze storiche al posto delle prove, allargando a dismisura le maglie della procedura penale. E i rovesci in aula sono stati numerosi, più volte si è riscritto quanto già passato in giudicato. I dubbi sui colpevoli restano dunque leciti, anche se molto è stato dimostrato e, al contrario di quanto dicono a destra, non ci sono elementi per una revisione processuale.

La debolezza intrinseca della verità giudiziaria resta però un’evidenza impossibile da ignorare: non è un caso infatti che, due anni fa Meloni si nascose proprio dietro gli atti dei tribunali per dire una cosa che prima di allora aveva sempre negato. Disse che quella strage fu neofascista non secondo lei ma «secondo le sentenze».

Troppo facile. La strage fu fascista perché la verità l’ha detta la politica. Il simbolo del primo partito in parlamento ci parla di questo, in fondo. E se tutte le stragi della storia repubblicana furono di stato, la manovalanza proveniva sempre dal sottobosco del Movimento sociale italiano, dalle cui radici poi si è ramificato di tutto.

L’obiettivo di ogni bomba esplosa dalla strategia della tensione in avanti è la prova finale: le stragi erano uno strumento d’ordine.

Non è vero che servivano a destabilizzare il sistema. È vero l’esatto contrario. Servivano a stabilizzarlo. Servivano a creare l’eterno presente in cui viviamo, l’immobilismo di cui la destra è padrona naturale.

La memoria è labile. L’Italia è un paese senza dubbio democratico, ma tutte le volte che è stata chiamata a scrivere una pagina della propria autobiografia ha pensato ad altro. Possiamo leggerla così, inserendo un altro fatto nella meccanica degli eventi: dopo decenni di equilibrio – ora più e ora meno fragile – le elezioni politiche del 1994 sono state un referendum tra antifascismo e anticomunismo. Il finale lo conosciamo. Quello sì che fu destabilizzante. Lo è ancora.