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Coda avvelenata I sovranismi finiscono in guerra. Nell’accordo su immigrazione e asilo il piatto forte è il rientro dei «dublinanti»

21303e96-05c7-4cdb-823b-3010827440e1 04 June 2025, Brandenburg, Küstrin-Kietz: Federal police officers monitor entry at the German-Polish border crossing in Küstrin-Kietz. Despite a court ruling and clear criticism, the German government is sticking to its tougher course on migration policy. Federal Interior Minister Alexander Dobrindt (CDU) is also not worried that federal police officers can now be held liable for their actions. Photo: Patrick

Se i migranti da respingere siano quelli sbarcati in Sicilia dopo il 1 gennaio, come sostiene la Germania, o dopo il 12 giugno, come dice l’Italia, è totalmente irrilevante. Lo scontro tra Roma e Berlino fa male a Meloni perché fa luce sul vero obiettivo del Patto Ue migrazione e asilo.

La premier italiana fin qui ha cercato di nasconderlo, ma la ragion d’essere principale del Patto è il blocco dei cosiddetti «movimenti secondari di persone». Ovvero quelli interni alle frontiere comunitarie che hanno storicamente ossessionato i paesi dell’Europa del centro e del nord, verso cui si dirigono i cittadini stranieri che sbarcano sulle coste meridionali ma continuano il viaggio alla ricerca di migliori condizioni di lavoro e welfare o per riunirsi ad amici e parenti.

TUTTA LA COSTRUZIONE del Patto Ue è funzionale a costringere i richiedenti asilo a rimanere nei paesi di arrivo, come ha ammesso a fine giugno davanti al Comitato Schengen la prefetta Rosanna Rabuano, capo del dipartimento Libertà civili e immigrazione del Viminale. I meccanismi principali sono due: l’associazione delle procedure di screening con l’identificazione di polizia; le procedure accelerate di frontiera. Queste ultime, di cui il governo Meloni ha accettato la quota obbligatoria più alta tra i paesi membri, prevedono il trattenimento sistematico dei richiedenti asilo, anche se per il momento Roma ha optato per la misura light dell’obbligo di dimora (non senza inciampi in sede giurisdizionale).

Certo Meloni o Piantedosi possono andare in tv a raccontare che così gli stranieri restano sotto controllo e in caso di diniego dell’asilo possono essere rimandati a casa. Ma è fiction. Perché senza moltiplicare gli accordi di rimpatrio con i paesi terzi, cosa che non è avvenuta nei due anni di preparazione al Patto, chi non ottiene i documenti rimane sul territorio, da irregolare. Così si rivolge al mercato del lavoro nero o finisce nei circuiti della criminalità. Oppure va in un altro paese per ritentare la carta dell’asilo.

NESSUNA LEGGE è mai riuscita a bloccare i movimenti secondari, nemmeno il trattato di Dublino che era nato con tale scopo e assegnava la competenza sui richiedenti agli Stati di primo approdo. Quelle regole prevedevano deroghe e vie di fuga, per i migranti e per gli Stati, che hanno creato diverse tensioni tra la periferia e il cuore dell’Europa.

Basti pensare che a dicembre scorso solo tra Germania e Italia pendevano circa 60mila casi di migranti che sarebbero dovuti tornare dal primo al secondo paese. I due governi hanno fatto un accordo cancellando il pregresso, anche in vista del patto. Se il conteggio debba ripartire da gennaio o da giugno non cambia nulla, se non per la propaganda elettorale delle destre al di qua e al di là della frontiera. La questione prima o poi ritornerà sul tavolo perché il Patto Ue esclude eccezioni. E le «compensazioni» dei migranti sbarcati in Italia dalle ong tedesche che ora invoca Piantedosi sono solo un diversivo: non le prevede nessun regolamento e comunque non incidono sui numeri.

Tra i corridoi di Bruxelles si racconta che il Pd ha capito davvero il Patto solo a ridosso del voto: così alla fine si è schierato contro, nonostante l’orientamento del suo gruppo S&D. Al contrario FdI che aveva osteggiato la riforma in fase di dibattito ha approvato quasi tutti i regolamenti. A quel punto in molti si sono chiesti perché un governo sovranista abbia accettato delle norme che fanno crescere gli irregolari nel paese che governa. La domanda più frequente è stata: cosa ha ottenuto in cambio Meloni?

UNA POSSIBILE RISPOSTA è il via libera della Commissione Ue ai centri in Albania. Roma ha firmato l’accordo con Tirana a novembre 2023, cinque mesi prima dell’ok definitivo dell’Europarlamento al Patto, e ci ha messo oltre un anno a farlo partire, o almeno a provarci. Nel frattempo ha incassato il sostegno della Commissione, seppur con argomenti ambigui e spesso contraddittori che hanno sorpreso non poco gli esperti di diritto comunitario.

I centri di Shengjin e Gjader sono necessari a sostenere la tesi meloniana secondo cui l’avvento di FdI in Europa ha interrotto le discussioni su come dividere i migranti tra i paesi membri per spostare «finalmente» il dibattito su come tenerli fuori dai confini. La premier, però, non aveva fatto conto con le norme sovraordinate di cui la magistratura, prima nazionale e poi europea, si è fatta interprete. Così la prima fase del protocollo con Tirana si è bloccata e anche la seconda rischia forte.

Di più: la Corte di giustizia Ue potrebbe sancire che i centri costruiti fuori dai confini europei, per richiedenti asilo o migranti “irregolari”, sono incompatibili con l’ordinamento dell’Unione. Per Meloni sarebbe un disastro perché quelle strutture sono l’unica via d’uscita dalla trappola del Patto che ha sostenuto in prima persona. Se pure il risultato davanti al massimo tribunale europeo fosse diverso, la premier avrebbe comunque fretta di portare a casa qualche risultato. Sono anni che altri Stati provano a realizzare strutture detentive fuori dall’Unione. Adesso c’è la cornice legislativa ma mancano gli accordi e la logistica. Potrebbero volerci ancora altri anni. Nel 2027, però, in Italia si vota. Da qui l’accelerazione a partire dai fatti di Ceuta e l’asse d’acciaio con la socialdemocratica danese Mette Frederiksen.

Ma non si vota solo in Italia. Nella Germania dell’(ex) amico Merz un’importante scadenza elettorale è ancora più vicina: il prossimo settembre. Il sovranismo di Meloni si rivela un boomerang. I nazionalisti finiscono sempre per farsi la guerra, anche sulla pelle di migranti.