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Prima i governanti La prontezza alla guerra si impone così come primaria garanzia di libertà, laddove la sua dimensione gerarchica e autoritaria ne è tra le più sperimentate negazioni

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In poche settimane la rassegna delle temibili protezioni che le destre intendono imporre ai cittadini dei paesi che governano o sperano presto di governare ha invaso l’intero spazio mediatico e politico. Una serie di misure, grandi, piccole o addirittura minime, in parte eterogenee, in parte perfettamente consonanti, sono andate a comporre quell’idea di società, di governo e di cultura che va sotto l’abusato titolo di sicurezza. Qualcosa che non designa questo o quell’aspetto della vita collettiva, ma ne definisce la totalità. E presenta, dunque uno spettro molto ampio.

Tentiamo allora una sommaria tassonomia di queste protezioni. Il riarmo occupa naturalmente il posto d’onore come scudo contro ogni aggressione dall’esterno, almeno nella sua possibilità astratta quando non se ne vedano le ragioni concrete e gli scenari possibili.

La prontezza alla guerra si impone così come primaria garanzia di libertà, laddove la sua dimensione gerarchica e autoritaria ne è tra le più sperimentate negazioni. La guerra guerreggiata completerà l’opera mettendo le vite stesse degli individui nelle mani dei comandi militari.

Ma la difesa dei confini non riguarda solo il conflitto tra stati: il respingimento dei migranti e la progressiva cancellazione del diritto d’asilo intendono proteggerci da persone di cui abbiamo bisogno o cui dobbiamo protezione, ma che in ogni modo ci sforziamo di rendere sbandate e risentite. In nome della salvaguardia di tradizioni più o meno inventate si ostacola inoltre il normale processo di evoluzione di una società con le influenze e le interferenze che gli sono proprie.

Alle centrali nucleari è invece affidato il compito di proteggerci dalle crisi e dalla dipendenza energetica senza che nessuno dei rischi connessi con questa tecnologia e con le forme di gestione economico-politica che ne derivano venga messo in conto.

I decreti sicurezza proteggeranno la cittadinanza dalle «intemperanze» giovanili e da tutte quelle forme di dissenso e di lotta che non trovano spazio nei canali istituzionali. Ogni «disagio» arrecato sarà equiparato a un crimine e perseguito con una durezza enormemente sproporzionata; il monopolio dell’esercizio della violenza da parte dello stato liberato da ogni interferenza o limitazione nelle sue forme di applicazione. I cittadini messi arbitrariamente sotto controllo.

PER COMPLETARE IL QUADRO la licenza di uccidere ipotizzata nella riforma della legittima difesa ci dovrebbe liberare da ladri, rapinatori e intrusi, talvolta accidentali, permettendoci di abbatterli in base alla «minaccia percepita», mentre le doppiette dei cacciatori si incaricheranno, sparando ovunque e a pieno ritmo, di debellare l’invadenza del mondo naturale.

Queste metastasi diffuse del patto di assoggettamento hobbesiano (lo scambio tra sicurezza e libertà) sono accomunate dal contrario esatto di ciò che promettono: ad essere protetti non sono i governati ma i governanti. Ai governati viene negato qualunque strumento di difesa dall’arbitrio del potere e imposta dunque una condizione di sostanziale dipendenza e insicurezza che garantisce la solidità dei vertici. Si tratta forse della caratteristica più vicina alla dimensione gerarchica del fascismo storico, ma addirittura peggiore nella sua pedante capillarità e nel peso attribuito a un corrotto individualismo proprietario.

Il secondo elemento comune alle politiche securitarie è il fatto di poggiare sulla paura, sul consenso di una popolazione quanto più possibile spaventata e smarrita. In questo si distinguono radicalmente dal fascismo che, sebbene affetto da vittimismo e da uno spirito di rivalsa sui presunti torti subiti, poi pienamente riproposto dall’ideologia Maga, scommette anche su un’ideologia e una retorica del coraggio incline alla sopraffazione.

QUESTO PUNTO DEBOLE del postfascismo governativo non è passato inosservato a un ex generale furbastro, divenuto istrione del fascismo più schietto, che ha introdotto quella retorica dell’eroismo e della spavalderia machista che difetta alle dottrine securitarie che interpellano piuttosto il più meschino e gretto egoismo sociale. E sembra, con questo, aver conquistato non poco terreno a scapito della destra costretta al bon ton maggioritario.

Tuttavia il fascismo contemporaneo resta saldamente vincolato al privilegio proprietario e a una ossessione di possesso che si vede minacciato da ogni parte più che coltivare sogni di grandezza. Le evoluzioni parallele della Lega e della Afd in Germania, entrambe partite dall’egoismo sociale e presto approdate allo stato autoritario testimoniano della centralità di questo legame.

La risposta delle sinistre al dilagare delle politiche securitarie è tra le più miserevoli e corrive che si possano immaginare: «Non possiamo lasciare alla destra il tema della sicurezza», ripetono ad ogni occasione, senza tuttavia rovesciarne radicalmente le premesse, senza fare piazza pulita della realtà fittizia su cui poggiano. Schierate dietro la stucchevole sentenza bipartisan secondo cui non vi è libertà e democrazia senza sicurezza non si avvedono che è esattamente il contrario: sono libertà e democrazia ad essere la premessa e la sicurezza una conseguenza. Altrimenti non si tratta che di una maschera della dittatura.

Ma senza scomodare i grandi principi e le belle parole converrebbe porre agli elettori qualche semplice domanda: è più probabile che la vostra vita e i vostri beni siano travolti da un’invasione russa o da frane, alluvioni, incendi e altre conseguenze del dissesto idrogeologico? È più facile perdere la vita per il ritardo di una ambulanza, l’assenza di un dispositivo medico, una diagnosi rimandata oltre ogni limite oppure per l’azione di un rapinatore o di un balordo?

Infine, accettereste un deposito di scorie nucleari nel vostro territorio?

La sicurezza dei governati dipende dalle risposte a queste domande, che dovrebbero essere assunte come bussola del bilancio dello stato.