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Non mi avventuro in analisi organiche sul dopo 4 marzo; cerco di osservare, ascoltare, riflettere. C'è di ché; a patto di infrangere i muri di banalità e di presunzione.


Prendo a riferimento originario due pensieri di Raniero La Valle, liberi, come il loro autore, da conformismi e schematismi:
"le elezioni del 4 marzo hanno introdotto nella vita politica italiana una netta discontinuità. Naturalmente non sempre la discontinuità è positiva, perché il dopo può essere peggiore del prima. Tutti i conservatori la pensano così. Però senza discontinuità il nuovo non accade e la storia è finita. La discontinuità è la soglia attraverso cui può fare irruzione l’inedito, l’insperato ... È la cesura che interrompe quello che Walter Benjamin nella sua filosofia della storia chiamava il tempo “omogeneo e vuoto”; e la politica italiana aveva bisogno di questa discontinuità,...". Da troppo tempo omogeneo e vuoto, il nostro tempo.
E successivamente, più nel merito: "... l’elettorato ha sbrigato alcune pratiche che la politica professionale stentava a chiudere. Una è stata quella della interminabile uscita di scena di Berlusconi: mentre il sistema mediatico lo dava per risorto e futuro deus ex machina della nuova legislatura, l’elettorato ha chiuso la partita. La stessa cosa ha fatto con Renzi, ponendo fine alla sua azione di impossessamento e di progressiva decostruzione di un partito così importante per la democrazia italiana come il Partito Democratico. Naturalmente ci sono i sussulti della fine che rendono drammatica questa transizione, ma l’esito sembra segnato ...".
Cosa rimane, dunque, solo l’affermazione di Di Maio e Salvini, oltre al nostro smarrimento?
No. Rimangono i percorsi più ostici, ma anche più ricchi, da esplorare. Per la politica, per le rappresentanze sociali; insomma: per tutti gli attori della vita pubblica. Rimane da riempire di vitali novità per il futuro, il nostro tempo.
Al nostro tempo, ora ancor più, non si addicono la prudenza e il volo radente; ora è tempo di osare, di liberare il pensiero, per l'analisi e per azzardare obiettivi ambiziosi.
In un recente incontro pubblico di campagna elettorale ha provocato qualche scetticismo una affermazione di tal fatta: "E’ tempo di riaprire un discorso pubblico sul potere e sulla sua distribuzione". Parve a taluni un sussulto estremistico. Qui ora lo ribadisco, ed argomento meglio, spero.
Rivolgendomi virtualmente a tutti i soggetti politici i cui simboli campeggiavano sulle schede che ci sono state consegnate ai seggi lo scorso 4 marzo, vorrei chiedere quanto sia diretta, effettiva, aggiornata la loro conoscenza del contesto al cui governo si sono proposti. La domanda non è retorica. Dico conoscenza effettiva degli assetti economici, delle stratificazioni sociali, dell'integrazione fra sistema formativo e domanda culturale dei più giovani (non solo a fini di potenziale collocazione lavorativa), conoscenza dello stato reale delle strutture socio-assistenziali a confronto con la domanda di benessere ... Quale percezione si abbia del grado di coesione sociale e di cultura civica diffusa (dai fondamenti costituzionali, alla fedeltà fiscale, allo spirito di pace e accoglienza)?... Quanto l' equilibrio territoriale fra nord e sud, fra sviluppo e disagio, sia avvertito come fondante l'identità nazionale?
In campagna elettorale non di questo si è discusso.
E come, in quali sedi ed occasioni e forme, quei partiti sanno intessere un confronto diretto, su questi ed altri temi, con la cittadinanza?
Come sanno, le leadership, trarre dal confronto una proposta, una piattaforma di iniziativa?
Dicendola con un solo concetto: quale grado di autonomia - di pensiero e di proposta - sa esprimere chi pensa di poter rappresentare e guidare la comunità? Cioè di esercitare responsabilità, potere.

La questione va posta anche - forse innanzitutto - ai soggetti che ambiscono ad interpretare per il futuro valori di equità, di uguaglianza, di solidarietà, di accoglienza... La sinistra nuova, nuovissima, ricostruita, quale che sia la forma che assumerà dopo la sconfitta elettorale che l'ha investita.
Perché non può esserci "ripartenza" se non da qui. Dallo studio, dalla lettura critica della realtà. Moltissimi, in queste settimane, (da ultimo Walter Veltroni in una recente intervista) hanno solennemente scritto o detto: "La sinistra è stata sconfitta perché ha perso il contatto con il popolo". Banalità. "Contatto", o, piuttosto, capacità di proporre una efficace "lettura critica" della contemporaneità?
La questione sta qui. Si può vivere la discontinuità sancita dall'esito del voto come un piano inclinato verso il peggio (pur in solidale "contatto" con il popolo. La storia lo ha ripetutamente dimostrato), o come "la soglia attraverso cui può fare irruzione l'inedito, l'insperato, ...la cesura attraverso cui si interrompe il tempo omogeneo e vuoto...”, per dirla ancora con Raniero La Valle.
C'è da ri-costruire, non da aggiustare, non solo da cambiare passo per "riprendere contatto". Questa consapevolezza ha animato la scelta di mettere in campo alle elezioni una formazione del tutto nuova. Quella di LeU, rispetto alla scadenza del 4 marzo, si è rivelata scelta frettolosa e troppo improvvisa; per motivi contingenti, sostanzialmente riconducibili al travaglio di ogni nascita. L'esito ne è lo specchio. Tuttavia il suo valore si deve misurare mettendolo a confronto, nel tempo che ci sta di fronte, con quella urgenza di riempire di nuovi contenuti il tempo oggi ancora "omogeneo e vuoto" della politica italiana.
Di che si sta discutendo in queste ore, e chissà per quante settimane ancora? Non di rilettura critica della contemporaneità, non di strategie per il governo dell'economia, della convivenza civile, o per rendere più uguale e coesa la nostra società; bensì delle quote che gli allibratori assegnano a questa o quella ipotetica compagine di governo.
Per questo motivo si deve, a maggior ragione, dare continuità e consistenza programmatica alla sinistra "nuova e unitaria".
Tutto ciò parla, però, anche alle rappresentanze sociali. Esse, tutte, devono intendere la "discontinuità" che il 4 marzo ha introdotto nella politica italiana come una chiamata in causa; ciascuna con la propria identità e gelosa della propria autonomia. Il pluralismo dei soggetti sociali è un propellente essenziale per restituire dinamismo al governo di una società complessa (la "disintermediazione" - il rapporto diretto tra il leader e il popolo - è moneta ormai fuori corso). Analogamente gli eletti alle urne non sono "portavoce" del popolo indistinto di cittadini; onniscienti su tutto e per tutti. Devono essere piuttosto interpreti, mediatori dialettici, portatori di soluzioni. Governanti nel senso di costruttori di consenso ulteriore attorno alla "visione" che li contraddistingue e su cui hanno ottenuto il voto nelle urne.
Infine, e conseguentemente, la "discontinuità" sancita dal risultato elettorale restituisce dignità e valore alle sedi e alle forme - reali, non virtuali - della dialettica politica.
Ci ha pensato l'elettorato - dice La Valle - a "sbrigare alcune pratiche ... Berlusconi, Renzi ... ". Ma basta con i "partiti personali", basta con i "partiti comitati elettorali". No alla de-strutturazione della politica. E' urgente elaborare e praticare una nuova salda "cultura organizzativa". Diversamente la sinistra non potrà ricostruire sé stessa, e con sé la sovranità della democrazia.