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Scenari. L’unica europea ad avere ascolto sia da Washington che da Mosca (e Kiev) era Angela Merkel. I tempi di questa crisi sono stati scanditi da Putin e da Biden sul suo passo d’addio

Illustrazione

 

Una “grande” Nato, una piccola Europa e una Cina asso pigliatutto. Così ci avviciniamo, si spera, a un cessate il fuoco, almeno secondo il Financial Times che parla di un piano in 15 punti.

L’aspetto significativo è che la neutralità dell’Ucraina sarebbe garantita da Stati Uniti, Gran Bretagna e Turchia, tre Paesi Nato ma non membri dell’Unione europea. Insomma questa non è una battaglia per fare entrare più Europa nell’Ucraina ma casomai ancora più Nato, sia pure in forma di neutralità “mascherata”. Perché si capisce che l’Ucraina resterà terreno di provocazioni per un bel po’ di anni.

Questo è il punto critico della vicenda. La Nato avanza e l’Europa arretra. La Germania, accantonando decenni di antimilitarismo, poche ore dopo l’inizio del conflitto ha annunciato lo stanziamento di 100 miliardi per rafforzare la Bundesweher. La locomotiva d’Europa – 83 milioni di abitanti e per Pil quarta potenza del mondo – in prospettiva si rende autonoma da Bruxelles e lascia gli altri europei, con i loro discorsi sulla difesa, alla guida della Francia, unica potenza nucleare della Ue e membro del consiglio di sicurezza della Ue.

La decisione tedesca ribalta 77 anni di era postbellica, mette alla frusta Bruxelles e intende tenere a bada anche l’Est che con Paesi come la Polonia – che viola lo Stato di diritto e pretende il primato della sua legge su quella della Ue – dimostra di obbedire più agli Usa che a Bruxelles. E sono loro che vanno a Kiev assediata a rappresentare per primi l’Europa.

È vero che siamo ancora nella fase dove si sparano troppi missili e troppe parole per arrivare a una soluzione. Mentre troppi civili sono in pericolo e in fuga sotto le bombe. Ma è evidente che sia Putin che Zelensky devono salvare la faccia, salvarsi dalle loro insidie interne, dell’aggressore e dell’aggredito. Non è un’operazione semplice. Il primo è una volpe imperiale che ha fatto i conti sbagliati ed è finito nella trappola ucraina. Il secondo è un ex comico che si propone come Churchill e pensa di salvare il mondo (con la no-fly zone?). Con l’aiuto naturalmente dei media che per contrastare la propaganda di Putin ci fanno trangugiare anche la sua, come la strage dei civili a Donetsk del 14 marzo attribuita dai nostri giornali ai russi invece che ai missili ucraini.

Peggio ancora, in termini di ipocrisia o realpolitik, sono i loro amici e nemici. O meglio quelli che fingono di appartenere a una delle due categorie ma fanno i loro interessi. Gli americani, amici di Zelensky, lo accolgono al Congresso, virtualmente, con ovazioni da stadio. Ma Biden ha già detto e stradetto che non manda la Nato a fare la non fly zone per evitare la terza guerra mondiale. Gli ucraini dunque devono fare una guerra per procura con il braccio legato dietro alla schiena. Un po’ come i curdi siriani contro il Califfato, poi abbandonati dall’America di Trump al massacro della Turchia di Erdogan. La storia si ripete: la differenza è geografica e che ora il massacro lo abbiamo sotto gli occhi.

Gli europei quel che possono fare è accogliere in maniera umanitaria i profughi – come avrebbero dovuto fare sempre però. Quanto alle armi inviate a Kiev, anche dall’Italia, questa è davvero una amara barzelletta: la maggior parte stava già dentro prima della guerra e quella che vediamo è una sceneggiata a uso e consumo delle opinioni pubbliche continentali. Intanto l’Italia adegua il suo bilancio per la difesa di ben 13miliardi, alla faccia della crisi sociale anche da pandemia. L’Europa ha visto la crisi ucraina, prima del suo esplodere, come da un condominio di anziani.

Dell’Ucraina se ne occupano dai tempi della rivolta di EuroMaidan gli americani. Non gli europei. L’unica che avesse voce in capitolo sia con Washington che Mosca (e Kiev) era Angela Merkel. I tempi di questa crisi sono stati scanditi sia da Mosca che da Washington sul suo passo di addio. Su questo non ci sono dubbi. E chi perde di più è sicuramente l’Europa dove le sanzioni alla Russia rimbalzano facendo i danni maggiori. Sfido chiunque di quelli che oggi fanno le liste di proscrizione sui quotidiani italici a dire un mese fa che non bisognasse fare affari con Mosca e gli oligarchi. Gli oligarchi qui pagavano tutti: persino la nostra ambasciata a Mosca è stata restaurata con i loro soldi e nessuno ha avuto niente da ridire. Come nel 2011 a nessuno facevano schifo i soldi di Gheddafi. Che poi noi abbiamo allegramente bombardato con la Nato.

Quanto agli amici di Putin, il maggiore è la Cina. Mentre Israele e la Turchia – membro storico della Nato – agiscono da mediatori anche per difendere i loro interessi nazionali. Tanto è vero che non hanno imposto alcuna sanzione a Mosca: sono mediatori interessati e anche gli Usa stanno zitti e mosca. Come noi europei che continuiamo ad acquistare il gas russo, ovvero a finanziare la guerra di Putin, altrimenti dovremmo spegnere la luce.

La Cina è il più enigmatico degli alleati che Putin potesse trovare. Da questa crisi è la potenza che probabilmente uscirà meglio insieme gli Stati Uniti. I cinesi sono i maggiori partner commerciali dell’Ucraina e comprano gas e petrolio dalla Russia. Con il rublo in caduta libera i cinesi stanno negoziando quote delle società che producono energia e materie prime. Lo yuan è già entrato nelle imprese e nelle case russe come moneta di scambio internazionale. E venerdì scorso la Cina in un meeting con l’Unione economica euroasiatica (Russia, Kazakhstan. Bielorussia, Kirghizistan e Armenia) ha annunciato un nuovo sistema internazionale monetario e finanziario in alternativa al dollaro. Da Oriente, e non solo, L’Europa chi l’ha vista?

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Riace

Riace

Nel 2015, dopo gli esiti tragici delle “Primavere arabe”, una massiccia ondata di profughi dal Nordafrica verso l’Europa era prevedibile. Eppure, il nostro Paese si fece cogliere impreparato, impantanandosi nella polemica tra fautori dell’accoglienza e oppositori.

Della accoglienza sempre e comunque – spesso poco attenti alle condizioni strutturali della stessa e al suo impatto effettivo sulla vita delle persone – e oltranzisti del respingimento, ostili per principio a qualsiasi possibilità di “fare spazio” ai richiedenti asilo nella nostra società e nei nostri territori. A prevalere fu la lettura emergenziale del fenomeno e, quindi, la scelta politica di allestire grandi hotspot e centri di accoglienza ad hoc, spesso situati ai margini di aree metropolitane già gravate da disagio sociale.

Nonostante ciò, tra il 2015 e il 2018, si è realizzata una effettiva redistribuzione dei richiedenti asilo sul territorio nazionale dagli effetti in gran parte imprevisti. Nel quadro di una politica di ricollocamento che mirava a sgravare le grandi città del peso della accoglienza e grazie alle capillari iniziative dei sindaci e della società civile siamo giunti ad avere nel 2018 oltre il 40% dei profughi ospitati in aree interne, spesso in piccoli progetti legati all’allora sistema Sprar.

Come documentato dalle ricerche condotte in quegli anni (tra cui lo studio sui “montanari per forza” realizzato da Dislivelli e la ricerca sugli “Alpine Refugees” condotta da ForAlps), proprio queste aree sono state spesso in grado di fare leva sull’arrivo dei profughi per ridare linfa a comunità stremate dal punto di vista demografico, economico e sociale. Grazie alla sinergia tra i fondi statali per l’ospitalità e le capacità di innovazione dimostrate dai soggetti territoriali: riattivazione di economie circolari, creazione di piccole cooperative di lavoro, manutenzione dei beni comuni, servizi di prossimità per gli anziani, formazione professionale indirizzata alle vocazioni territoriali; ma anche mantenimento degli sportelli postali, del trasporto pubblico locale, di piccole scuole a rischio di chiusura.

La presenza dei rifugiati nelle aree interne ha generato un impatto globalmente positivo per le comunità ospitanti (come analizzato dal progetto europeo Matilde), senza nascondere alcuni elementi di criticità: dove sono mancati interventi e politiche di radicamento locale, legati al lavoro e alle relazioni sociali, tanti infatti sono gli stranieri accolti che alla fine si sono spostati in città.

Eppure il nesso tra accoglienza dei profughi e sviluppo territoriale non è stato messo al centro di alcuna politica nazionale negli anni a seguire: anzi, una nuova retorica politica ha finito con l’imporsi, propagandando con violenza l’equazione tra rifugiati e costo sociale, tra immigrazione e minaccia per la società.

Lo smantellamento del sistema Sprar, la denigrazione e poi l’attacco giudiziario al caso emblematico di Riace, la totale indifferenza verso le morti nel Mediterraneo sotto la bandiera del respingimento ad oltranza, sono alcuni dei principali passaggi che ci hanno portato a non aver fatto tesoro di quelle esperienze positive; perlomeno non a livello di Stato centrale e di quei soggetti che oggi si devono occupare del nuovo, incredibilmente maggiore e complesso arrivo di profughi dall’Ucraina.

Oggi sappiamo che decine, forse centinaia di migliaia, , sono in arrivo in Italia nelle prossime settimane.  Sappiamo che giungeranno anzitutto nelle grandi città, già provate da due anni di pandemia claustrofobica, con la crisi energetica, il crescente costo della vita e la penuria di alloggi disponibili: città che non sembrano in grado di accogliere, inserire e includere tutte queste persone, se non a costo di enormi tensioni sociali.

A fronte delle ingenti risorse economiche che il governo si troverà a dover stanziare per garantire l’accoglienza dei profughi (questa volta unanimemente non respinti), si apre allora una occasione per rivitalizzare il sistema del ricollocamento, privilegiando proprio le aree interne. Immobili che si possono riqualificare, comunità in sofferenza demografica, servizi territoriali che possono trovare nuovi utenti: accogliere i profughi nei piccoli comuni delle aree interne – nel quadro di un piano nazionale che sappia coniugare emergenza e programmazione, solidarietà e sviluppo locale, e che riconosca il protagonismo degli abitanti di questi territori – può essere dunque una azione lungimirante. Certo dobbiamo essere consapevoli del cambio di scala imposto da questi flussi, della prevalenza di donne e di bambini, della differenziazione interna per istruzione e qualificazione professionale.

Bisogna inoltre considerare il carattere presumibilmente temporaneo di buona parte di questa ondata immigratoria, con aspettative di rientro al proprio Paese nel medio periodo e aspirazioni da rispettare. Le città resteranno il primo polo di inserimento di queste persone: tuttavia, proprio a partire dalla accoglienza diffusa in aree interne, abbiamo oggi la possibilità di aprire una pagina nuova. Non facciamoci cogliere impreparati come nel 2015.

L’autore fa parte dell’Associazione Riabitare l’Italia

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Austria e Svezia. Modelli differenti che aprono lo spiraglio per la soluzione politica della guerra tra Russia e Ucraina

Aldo Garzia (@aldo_garzia) / Twitter

 

Aldo Garzia

Neutralismo modello Austria o Svezia? È questo lo spiraglio per la soluzione politica della guerra tra Russia e Ucraina. Nella Costituzione di Vienna compare infatti una formale dichiarazione di neutralità dal 26 ottobre 1955: stabilisce che l’Austria non può prendere posizione sulle controversie internazionali. Ha più di un secolo invece il neutralismo della Svezia che risale alle fine delle guerre napoleoniche.

Dal 1945 al 1955 il territorio austriaco fu occupato da truppe sovietiche, statunitensi, francesi e britanniche (le prime ad arrivare furono quelle di Mosca). L’attuale neutralismo austriaco è la conseguenza dell’accordo firmato tra Unione sovietica e il governo di Vienna il 26 ottobre 1955 (è passato alla storia come «memorandum di Mosca»). Si formalizzava così lo status del paese invaso da Hitler (la famosa Anschluss del 1938) in un modello politico simile a quello della Svizzera. Nel maggio dello stesso anno il governo sovietico controfirmava l’accordo dandogli l’alta dignità di una intesa tra Stati. La riuscita mediazione internazionale impedì di conseguenza l’adesione dell’Austria alla Nato. Quest’ultima era considerata da Mosca la condizione preliminare del ritiro dei propri armamenti da quella porzione di Europa. Stati uniti, Francia e Gran Bretagna diedero il proprio beneplacito a quella soluzione diplomatica.

Un ruolo di primo piano nel negoziato fu svolto da Leopold Figl, ministro degli Esteri di Vienna, che diede la notizia dell’intesa raggiunta affacciandosi dal balcone del Castello del Belvedere della capitale austriaca. Il 26 ottobre 1955 tutte le truppe straniere abbandonarono il paese. Quella data è ora la festa nazionale austriaca. Nel 1994, è stata riformulata la neutralità costituzionale austriaca: «All’Austria è attribuita la difesa nazionale nel suo complesso. Il suo compito è quello di proteggere l’indipendenza verso l’esterno, nonché l’inviolabilità e l’unità del territorio federale, particolarmente per preservare e difendere la neutralità perpetua. In questo modo anche le istituzioni costituzionali e la loro libertà di azione, nonché le libertà democratiche della popolazione vanno protette e difese da aggressioni violente dall’esterno». È una soluzione che potrebbe calzare a pennello per il caso Ucraina.

Molto diversa è la storia della Svezia, paese rimasto neutrale nella Prima e Seconda guerra mondiale. Il governo di Stoccolma diede però l’autorizzazione formale ad attraversare il proprio territorio ai convogli hitleriani che si dirigevano verso l’Unione sovietica passando per Danimarca e Norvegia. Stessa autorizzazione fu poi data alle truppe antihitleriane dal 1944 in avanti. Nel 1949, venne poi la scelta svedese di non far parte della Nato confermando il proprio status di «neutralità convenzionale».

I governi socialdemocratici svedesi del secondo dopoguerra – in particolare quelli guidati dal premier Olof Palme – si sono caratterizzati per la propria Ostpolitik dialogante tra Ovest e Est, molto simile a quella seguita dal socialista Willy Brandt nella Germania federale. Dopo gli eventi seguiti al 1989 (caduta del Muro di Berlino, dissoluzione dell’Urss), la Svezia ha aumentato i propri investimenti nella politica di difesa e di collaborazione con i paesi nordici aderenti al Patto Atlantico. Nel 2015 in particolare è stato rafforzato il dispositivo di difesa che ha nell’isola di Gotland del mar Baltico la propria base strategica.

Recenti sondaggi di opinione indicano che una risicata maggioranza di svedesi è attualmente per mantenere la neutralità storica del proprio paese. L’invasione russa dell’Ucraina fa paura pure a Stoccolma.

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Decreto energie rinnovabili e incentivi - Il Sole srl

Tutti sanno che per far finire la guerra fra Russia e Ucraina c’è solo una scelta: far tacere le armi e lavorare per ricostruire le basi di una trattativa.
Nessuno può negare, ma ipocritamente non si dice, che le proposte avanzate nella disperante guerra ucraina sarebbero più credibili se chi le propone non dipendesse così pesantemente dal punto di vista energetico da uno dei contendenti, la Russia, cioè chi ha scatenato la guerra. Ben altra forza avrebbe avuto l’azione diplomatica europea se quando si cominciò a prendere coscienza della crisi climatica, quasi trent’anni fa, si fosse deciso di perseguire subito l’obiettivo della sovranità energetica, sviluppando le rinnovabili. Ed invece non è andata così.

Se il ministro Cingolani e i suoi consiglieri guardassero – e condividessero con i cittadini – i dati necessari a disegnare la transizione energetica anziché affidarsi a quelli forniti da chi ha interesse a contraffarli sarebbe un buon servizio per il Paese e per la democrazia. Se invece vogliono confutarli, indichino con precisione dove e perché sarebbero sbagliati quelli su cui concordano invece tutte le formazioni ambientaliste.

I nostri sono quelli elaborati dall’ingegner Sorotkin, membro del comitato scientifico della Lega Ambiente, che li ha resi noti a tutti. Ci dicono che se il nostro Paese avesse mantenuto il ritmo di crescita delle fonti rinnovabile che si consolidò nel triennio 2010/2013 avrebbe potuto ridurre di oltre il 70% le importazioni di gas dalla Russia.
In dettaglio:

-per coprire l’intero fabbisogno energetico italiano (usi civili, industriali e trasporti) servono circa 350 Gw (gigawatt) di potenza installata;

-per soddisfarla basta utilizzare un mix rinnovabile composto da sole, vento e acqua, fonti disponibili ampiamente nel nostro Paese; l’idroelettrico, cioè l’acqua, può coprire il 10% del fabbisogno ed è una fonte rinnovabile programmabile, quindi in grado di dare stabilità alla rete elettrica quando manca il sole e non c’è vento;

-il 45% potrebbe essere coperto dall’energia solare coprendo con pannelli fotovoltaici venti metri quadri di superficie per abitante. È inconsistente l’obiezione che così si rovinerebbe il paesaggio visto che la superficie cementificata nel nostro Paese copre circa 350 metri quadri per abitante e basterebbe quindi coprire tetti, capannoni, pensiline senza occupare nuovo suolo; un altro 40% del fabbisogno verrebbe dal vento, installando 10 mila turbine di cui 3000 a mare;

-il rimanente 5% lo coprirebbero le biomasse, la geotermia e i rifiuti.

-Infine sul problema degli accumuli di energia va sottolineata l’importanza dei nostri laghi da cui si può pompare acqua nei bacini idroelettrici superiori, come fanno nell’isola di Hierro nella quale pompano l’acqua dall’oceano nel cratere di un vulcano e facendola ricadere coprono l’intero fabbisogno elettrico dell’isola.

Nel loro insieme dimostrano che non ci sono limiti oggettivi alla costruzione di un modello energetico rinnovabile, ma solo limiti politici. Altrettanto inconsistente è l’obiezione sui tempi della transizione. Se non si comincia mai, naturalmente sono lunghissimi. In Italia se ne è sprecato già molto e per calcolarli serve adesso sapere dal governo quanto, e a partire da quale data, si intende investire nei prossimi tre anni, nei settori che abbiamo indicato.

Si facciano dunque vedere numeri chiari, si semplifichino le procedure autorizzative, ci si proponga di costruire la filiera industriale necessaria, si metta mano alla indispensabile formazione di chi dovrà essere protagonista di questa rivoluzione che può portare moltissimo lavoro, ma diverso.

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Scenari. Il conflitto ucraino assume ora la veste di un scontro diretto Russia-Nato per interposta Ucraina come dimostra l’attacco contro la base militare di Yavoriv, a 25 km dal confine polacco

Kharakiv, Ucraina  © Ap

Siamo arrivati al ventesimo giorno di guerra d’aggressione all’Ucraina e ancora non sappiamo se e quando arriverà il cessate il fuoco. Quello che sappiamo è che ogni giorno, ogni ora di guerra semina fiumi di sangue e di lacrime, provoca morte, distruzioni e miseria. Col passare del tempo il conflitto diventa più feroce e rischia di espandersi.

L’attacco contro la base militare di Yavoriv, situata a 25 km dal confine polacco, ha spinto il conflitto ai confini della Nato ed ha evidenziato la presenza di personale militare straniero che collabora attivamente con le forze armate ucraine. La fornitura di armi da parte di paesi dell’Alleanza atlantica e la presenza di «addestratori», fa crescere il rischio di escalation del conflitto. La richiesta incessante del presidente Zelenski di istituire una no fly zone esprime un chiaro disegno di coinvolgere nel conflitto armato i paesi europei e gli USA. Dal suo punto di vista è comprensibile perché è l’unica chance che potrebbe consentire all’Ucraina di sconfiggere un esercito invasore molto più potente.

Eppure gli stessi Usa e i Paesi membri della Nato sono riluttanti a farsi coinvolgere direttamente nel conflitto armato poiché si rendono conto che in questo modo si innescherebbe la terza guerra mondiale. «Altro che vincere facile, in Iraq in Bosnia e Libia le superpotenze la adottarono contro Paesi di bassa capacità militare, lasciando poi solo miseria e instabilità. Proporla contro la Russia sarebbe una catastrofe», scrive il generale Fabio Mini. Così la via verso il disastro di una nuova guerra mondiale è aperta e

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Deriva ucraina. Al vertice europeo di Versailles, dove sono passati gli accordi su energia e spese militari, è fallita la strategia del premier Mario Draghi che intendeva la sospensione sine die del Patto di stabilità e un secondo Recovery Fund per sostenere le economie colpite dal conflitto in Ucraina.

 

Vladimir Putin, partecipa a una riunione del Consiglio di Sicurezza  © Ap

Due o tre cose cominciano a essere chiare di questo conflitto di cui su il manifesto e altrove è stata indicata la tragica “piega siriana”. 1) Da operazione lampo quella russa si è trasformata in spedizione punitiva sulla popolazione civile. E non si vede per ora via di uscita. 2) Inviando armi all’Ucraina siamo parti belligeranti, inutile girarci intorno. I russi hanno dichiarato che colpiranno i convogli con i rifornimenti bellici. Quella che conduciamo si chiama guerra per procura 3) Più la guerra si prolunga più si moltiplicano i morti e le possibilità di “incidenti” diretti tra Russia e Nato.

La guerra per procura al momento è questa: gli ucraini, come riportava giorni fa il New York Times, sono assistiti da specialisti Usa, Gb e contractors, Putin a sua volta ha annunciato l’arrivo dalla Siria di contractors, o mercenari, da impiegare per la pulizia etnica nelle città. Un annuncio a dir poco curioso: impiegare mercenari siriani in una guerra dove Putin vuole ripristinare in parte i confini della vecchia Russia.

La Siria, alleato di ferro di Mosca dai tempi di Assad padre, secondo la nostra intelligence, nei giorni scorsi ha tentato di hackerare le reti italiane che fiancheggiano Usa e Nato. Il marchio “siriano” nella campagna militare è già evidente negli attacchi della Russia: colpire i civili per fiaccarne il morale, incidere sul legame tra la popolazione e le forze ucraine, svuotare il più possibile le città per combattere meglio un’eventuale guerriglia urbana e attuare una pulizia etnica legata agli obiettivi di Vladimir Putin, ovvero la resa senza condizioni dell’Ucraina e l’occupazione di tutta la fascia del Mar Nero così strategica che intende annettersela. Obiettivi di massima, evidentemente.

Sul fronte diplomatico esterno Putin continua a subire le pressioni, come le telefonate di ieri di Macron e Scholtz, per un cessate il fuoco, ancora respinto. Lo stesso tipo di pressioni investono il presidente ucraino Zelenski per sedersi a un tavolo a trattare, sempre che la Russia lo accetti.

La pressione maggiore Zelenski, oltre che da Putin, la subisce dalla Nato e dagli Usa che sono diventati in tutti i sensi i suoi “guardiani”: deve smettere di chiedere “no fly zone” o altro perché questo significa la terza guerra mondiale. Glielo dicono anche gli israeliani che lui – lo ha fatto anche ieri – vorrebbe coinvolgere per un altro tentativo diplomatico, dopo quello di Antalya, e che gli consigliano la resa – nonostante le smentite. I servizi israeliani ritengono che per ottenere qualunque risultato, come aveva già scritto su Haaretz l’ex capo del Mossad Ephraim Halevy, bisogna per prima cosa «salvare la faccia» a Putin. A che prezzo, oltre che la neutralità dell’Ucraina, è ancora tutto da vedere.

Sul piano interno russo il licenziamento, dato per certo da alcuni siti di informazione di due capi dei servizi della sezione 5 dell’Fsb, è assai significativo. Se fosse confermato che hanno fornito informazioni inattendibili vuol dire che Putin è caduto in una trappola. La conferma potrebbe venire proprio dallo scambio di battute gelide tra Putin e il suo capo dei servizi di intelligence esterni, Sergei Naryshkin, accaduto alla vigilia dell’invasione e in diretta tv. Dipende da come si interpreta un vento che non si era mai visto nella Russia di Putin. Forse non è stata una gaffe. Naryshkin ha mandato un messaggio, facendo capire ai suoi che non era d’accordo con la linea del capo. Che poi da questi accadimenti possa venire un movimento tellurico ai vertici del fronte interno russo è assai difficile da anticipare perché mancano solide informazioni.

Sul fronte europeo si delineano due aspetti, uno come ipotesi, un altro come fatto concreto. Uno è quello che si profetizza su alcuni giornali. Il malcontento derivante dalla crisi economica si salderà con un fronte interno europeo favorevole a Putin della popolazione che protesta per l’aumento dei prezzi a causa delle sanzioni imposte per il conflitto oltre che la grave mancanza di materie prime. Insomma potrebbero arrivare scene di lotta di classe intorno alla guerra in Ucraina.

In realtà per l’Italia lo scenario è già quello perdente. Anche se Draghi dice che la nostra economia non è in recessione. Al vertice europeo di Versailles, dove sono passati gli accordi su energia e spese militari, è fallita la strategia del premier Mario Draghi che intendeva la sospensione sine die del Patto di stabilità e un secondo Recovery Fund per sostenere le economie colpite dal conflitto in Ucraina. I Paesi cosiddetti rigoristi o frugali, come l’Olanda di Rutte, sono stati chiari: il Recovery Fund è stato uno e straordinario, un’operazione non ripetibile. Insomma, nessuna mega-emissione comune di Euro-bond per finanziare gli Stati. E, di fatto, i loro deficit. Un copione che riporta le lancette dell’orologio comunitario indietro a prima della pandemia e alla contrapposizione tra falchi e colombe. Tra gli stati ricchi e i poveri. La lotta di classe in questo senso è già cominciata.

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