Guerra ucraina. Quando gli alleati fornivano armi ai partigiani, infatti, erano già in guerra con la Germania; non solo, ma quella guerra la stavano vincendo e, particolare non secondario, avevano già «gli stivali sul terreno» in Italia, ed erano loro, non gli invasori tedeschi, che bombardavano le nostre città occupate col fine di far durare di meno la guerra
Odessa, Ucraina © Ap
Ho letto l’articolo di Luigi Manconi sulla moralità della resistenza in Ucraina e sulla giustezza di mandare armi. Non sono d’accordo (con Manconi non mi capita quasi mai) ma riconosco le ragioni e la serietà e ci penso. Vorrei che anche chi è d’accordo riconoscesse e rispettasse le mie, che non riguardano certo la moralità della resistenza – in Ucraina come in Italia o in Kurdistan – ma la difficoltà di un paragone storico fra tempi e contesti molto diversi. Forse anche per questo l’Anpi, che di Resistenza qualcosa sa, la pensa diversamente.
Quando gli alleati fornivano armi ai partigiani, infatti, erano già in guerra con la Germania; non solo, ma quella guerra la stavano vincendo e, particolare non secondario, avevano già «gli stivali sul terreno» in Italia, ed erano loro, non gli invasori tedeschi, che bombardavano le nostre città occupate col fine di far durare di meno la guerra. Quindi il paragone regge solo se: a) pensiamo di essere già in guerra con la Russia; b) pensiamo di vincerla militarmente; c) pensiamo che l’invio di armi abbrevierà il conflitto anziché prolungarlo, incaricando gli ucraini di fare la guerra con le nostre armi per nostro conto.
Ho nominato il Kurdistan. Non credo che ci fossero dubbi sulla moralità della resistenza nel Rojava. Però non solo non gli abbiamo mandato armi, ma mentre paragoniamo chi si arruola per combattere col battaglione Azov alle Brigate Internazionali di Spagna, gli italiani che sono andati a combattere nel Rojava li teniamo sotto sorveglianza di polizia perché possibili minacce all’ordine pubblico. È vero che il Rojava non stava «nel cuore dell’Europa»: stava in Turchia, paese nostro alleato, nel cuore della Nato, portatore dei nostri valori occidentali.
Manconi non lo dice e non credo che lo pensi, ma metterla in termini di moralità rischia di bollare come immorale chi la pensa in altro modo. Abbiamo troppo interiorizzato una mentalità antagonistica e non dialogica: sì green pass o no green pass, o servi di Putin o servi della Nato, o di qua o di là e chi sta di là è un nemico immorale. Siamo tutti convinti che l’aggressione deve finire e si deve raggiungere un compromesso. Discutiamo e litighiamo fra noi sui mezzi per arrivarci ma non dimentichiamo ciò che unisce e rende possibile parlarsi. E ascoltarsi.
Commenta (0 Commenti)Guerra. Da quando è cominciata la guerra in Ucraina l’incontro di oggi ad Antalya tra Lavrov e Kuleba presente il ministro Cavusoglu, è la mossa diplomatica più rilevante. Ancora una volta Ankara si distacca dall’Ue e dagli Stati Uniti: la sua astensione sulle sanzioni è rilevante perché parliamo del secondo maggiore esercito della Nato
Erdogan e Putin © Ap
Con la guerra si rimescola il Grande Gioco dell’Eurasia, dove l’Occidente con il disastroso ritiro dall’Afghanistan tocca sempre meno palla come dimostra il gran rifiuto a Biden di Arabia saudita ed Emirati sul calmiere all’oro nero. Come la Russia, la Turchia è un Paese eurasiatico e Ankara, come Mosca, è erede di un ex impero che Erdogan sta proiettando da anni dal Mediterraneo ai Balcani, dall’Africa all’Asia centrale turcofona: la Turchia si sente talmente autonoma nella Nato che non ha imposto a Mosca neppure una sanzione, cosa che gli alleati europei e americani _ media compresi _ evitano accuratamente di sottolineare.
PER QUESTO L’INCONTRO trilaterale tra il ministro russo Lavrov e il suo omologo ucraino Kuleba con il collega turco Cavusoglu rappresenta la mossa diplomatica internazionale più rilevante da quando è cominciata la guerra, anche se i russi rimarcano che avviene ai margini di un forum multilaterale in programma da tempo ad Antalya. La coincidenza che ad Ankara è in visita in queste ore il presidente israeliano Herzog, segnale di ulteriore riavvicinamento tra le due potenze mediorientali, aggiunge un peso ulteriore alle manovre di Erdogan che aveva tentato di organizzare un incontro tra Putin e Zelensky in Turchia prima dell’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, ma senza riuscirci.
LA TURCHIA SI GIOCA buone carte con la Russia di Putin, anche se più dura la guerra e più difficile diventa un compromesso. Ancora una volta Ankara si distacca dall’Unione europea e dagli Stati Uniti: la sua astensione sulle sanzioni è rilevante perché parliamo del secondo maggiore esercito dell’Alleanza Atlantica e del Paese che si affaccia sul Mar e Nero e controlla gli Stretti dei Dardanelli, ovvero in posizione strategica di prima linea.
TURCHIA E RUSSIA sono paesi in competizione ma che collaborano in campi strategici. La cooperazione tra Putin ed Erdogan si è sviluppata in diversi ambiti. Il più importante è costituito dall’energia, e in particolare dal gas naturale. Con oltre il 33% degli approvvigionamenti di gas, la Russia è il primo fornitore della Turchia, nonostante negli anni la quota russa si sia ridotta come conseguenza della diversificazione energetica perseguita da Ankara e per l’arrivo sul mercato turco del gas dall’Azerbaigian. Il gas russo, che giunge in territorio turco attraverso due gasdotti sottomarini nel Mar Nero (il Blue Stream, costruito da Eni e inaugurato nel 2003, e il TurkStream, messo in funzione nel 2020), garantisce flussi costanti che non si sono interrotti neanche nelle fasi più critiche delle relazioni bilaterali, come quella seguita all’abbattimento di un jet russo in Siria da parte delle forze turche nell’ottobre del 2015.
ALLA COOPERAZIONE energetica si aggiunto un nuovo e assai sensibile comparto, quello della difesa. Nel 2019 Ankara ha infatti acquistato il sistema di difesa missilistico russo S-400, per cui la Turchia, membro della Nato, è stata espulsa dal programma degli F-35.
Al di là del gas, la collaborazione si è estesa anche al nucleare, con la società russa Rosatom che sta sviluppando la prima centrale nucleare turca nell’Anatolia meridionale, che dal 2025 dovrebbe produrre circa il 10% del fabbisogno di elettricità. Le forniture energetiche ovviamente costituiscono la parte più consistente degli affari bilaterali. La Russia è il terzo partner commerciale della Turchia dopo Germania e Cina, con un interscambio di 34,7 miliardi di dollari nel 2021, e il secondo fornitore dopo la Cina. Inoltre i russi sono stati nel 2019 i turisti più numerosi in Turchia con 7 milioni di presenze. E i russi sono stati anche i primi a tornare quando lo hanno consentito le misure sulla pandemia.
IL FATTO CHE LA CINA abbia forti interessi in Turchia, dove l’inflazione al 50% sta abbattendo i prezzi reali delle acquisizioni di imprese e infrastrutture, rende ancora più interessante il triangolo Pechino-Ankara-Mosca: di fatto questi tre Paesi controllano direttamente o indirettamente gran parte dei traffici terrestri e navali (nel caso di Turchia e Cina) tra l’Asia e l’Europa. Ecco perché la Russia punta a impadronirsi di Odessa e della fascia costiera ucraina. La Cina controlla porti rilevanti: un paio in Turchia, il Pireo in Grecia e una parte di Haifa in Israele. La Turchia ha la sua sfera di influenza, in aspra concorrenza con la Grecia e la Ue, nel Mediterraneo orientale che ora con politica della Patria Blu e l’intervento in Libia del 2019 ha allargato fino alle coste della Tripolitania.
AL DI LÀ DI QUESTI aspetti, Turchia e Russia sono anche in accesa competizione in diversi teatri di crisi, in particolare in Siria, Libia, Azerbaijan, dove i due paesi si trovano su fronti contrapposti, e dove entrambe cercano di consolidare le rispettive posizioni, evitando allo stesso tempo qualsiasi scontro diretto. Mentre il presidente Erdogan tiene aperti i canali di dialogo sia con Mosca che con Kiev con le forniture militari agli ucraini.
PER LA TURCHIA, che ha molto da perdere dal conflitto tra Kiev e Mosca, è in gioco la sicurezza e l’equilibrio di forze nel Mar Nero, area particolarmente sensibile nella storia delle relazioni turco-russe. Su questo sfondo, da una prospettiva turca, l’Ucraina costituisce un argine all’influenza e alla pressione russa nella regione del Mar Nero. Non sorprende che la Turchia non abbia riconosciuto l’annessione russa della Crimea nel 2014 e poi abbia venduto i suoi droni a Kiev.
Ma nonostante questo sostegno all’Ucraina la Turchia si guarda bene dal compiere mosse che possano compromettere i suoi interessi con Mosca. Alla faccia della Nato e degli europei.
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Quando le truppe alleate sfondarono presso Quartolo per dirigersi verso la Pideura in modo da accerchiare Faenza dal versante delle colline, la mia mamma aveva 14 anni ed abitava al podere "al cà" proprio a poche decine di metri dal baratro del calanco ("al rivv" come le chiamavano loro), dirimpetto al quale verso est c'era la sommità dell'altro calanco (quello dove adesso più o meno c'è l'agriturismo L'Oasi.
Alla sommità del calanco dove viveva mia mamma erano appostati i tedeschi, alla sommità del calanco opposto (500 metri circa in linea d'aria), c'erano gli alleati (inglesi, ghurka, polacchi e greci).
La famiglia di mia mamma aveva scavato per tempo 2 rifugi: il primo, discretamente sicuro era realizzato sulla discesa del calanco e si sviluppava all'interno della scarpata; il secondo era stato realizzato scavando sotto al pagliaio in profondità ed armando con pali di sostegno; il pagliaio era eretto fra la casa e la stradina (quella che adesso percorsa in discesa ci porta alla casa vinicola La Berta. In famiglia erano 26, erano da diversi giorni in mezzo al fronte di guerra e si dividevano nei 2 rifugi.
Verso l'imbrunire di un giorno di cui non ricordo la data un caporale tedesco addetto ai muli (su questo particolare mia mamma è sempre stata precisissima), si affacciò pistola in pugno nel rifugio sotto al fienile dove c'erano mia mamma ed una decina dei familiari, ordinando che uno di loro salisse sul fienile per tagliare il fieno per le sue bestie. Provarono a dissuaderlo, ad implorare di aspettare la notte perché c'era il rischio di essere sicuramente presi di mira dall'artiglieria leggera alleata. Il tedesco minacciò ancora ed armò la pistola, gli zii della mia mamma si guardarono e "Tugnì" che non aveva famiglia si mosse per salire sul fienile a tagliare il fieno da una altezza di 3\4 metri. in quella posizione era visibilissimo. Non aveva ancora iniziato il suo lavoro che una granata assassina tirata dal versante alleato esplose esattamente alla base del pagliaio ed una scheggia colpì il povero "Tugnì" che cadde a terra con il corpo aperto in due dalla scheggia dall'inguine al costato. Non morì subito, passò la notte ed al mattino decisero di tentare la sorte caricandolo su un carro trainato dai buoi per portarlo alla colonia di Castel Raniero dove era stato trasferito l'ospedale; nel frattempo una delle sorelle di "Tugnì", sposata a San Cristoforo saputo della disgrazia volle a tutti i costi raggiungere il fratello, ma poco dopo la chiesa di Castel Raniero, prima della Berta una granata proveniente questa volta dallo schieramento germanico la colpì in pieno lasciandola morta e sfracellata in un lago di sangue. Tugnì non venne portato a Castel Raniero, l'ospedale nel frattempo era stato bombardato, ma venne caricato in un mezzo alleato e morì a Forlì due giorni dopo. Un altro zio (Quinto) ed una zia di mia mamma furono fra coloro che portarono da bere agli sciagurati malati e feriti semiabbandonati a Castel Raniero dopo il bombardamento. Successivamente la famiglia di mia mamma venne fatta sfollare.
Mi chiedo se le vedette alleate e tedesche a cui non sfuggiva nessun movimento non avessero visto che lo zio e la zia uccisi dalle loro granate fossero dei semplici civili, per i quali non vi è stato nessun processo, nè alcuna Corte di Giustizia che abbia perseguito questo orrendo crimine di guerra.
Quanto ho messo per iscritto risale al 1944.
QUESTO RACCONTO, E TANTI ALTRI ALCUNI ANCOR PIU' CRUENTI E CRUDELI, ALTRI TESTIMONI DEL CORAGGIO DEI SEMPLICI CONTADINI O DELL'INCOSCIENZA DEI GIOVANI, MA SOPRATTUTTO GLI OCCHI NARRANTI DEI MIEI GENITORI PROTAGONISTI LORO MALGRADO COME VITTIME CIVILI DELLA FOLLIA DELLA GUERRA, LA DRAMMATICITA', LA PAURA, IL TREMORE CHE PRENDEVA LE LORO LABBRA ED I LORO SGUARDI, QUELLI DI CHI AVEVA VISSUTO QUEI MOMENTI ED IL MIO RAGIONAMENTO CHE NE CONSEGUE E' UNO DEI MOTIVI PER CUI SONO CONTRARIO ALL'INVIO DELLE ARMI IN UKRAINA.
Il presidente Ukraino ha ragioni da vendere, la sua nazione è aggredita dalla Russia che pagherà un prezzo molto più alto se la guerra non si estende, rispetto all'estensione del conflitto come una certa malata e sconcertante propaganda sembra volerci preparare. A Zelensky direi anche: adesso prova a salvare più vite che puoi perché non c'è ragione di contribuire a far allargare il conflitto con più perdite umane in nome della lotta fino all'ultima goccia di sangue, anche se mi risulti molto più simpatico dei generali russi col petto medagliato e con purtroppo lo sguardo del cane rognoso. Tornando ai fatti narrati ricordo che la guerra vera, con la guerra di posizione, i bombardamenti massicci e ripetuti ed i massacri di civili arrivò in Italia dopo l'8 Settembre del 1943 e la successiva occupazione da parte dei tedeschi e la nascita della R.S.I nel Nord Italia.
La guerra partigiana si avviò solo alla fine del 1943.
La 2a Guerra Mondiale era iniziata il 1o Settembre 1939!
La guerra partigiana era in gran parte formata da giovani, alcune ragazze, e molti uomini che erano già stati soldati in guerra nei primi anni del conflitto nell'esercito italiano, che non vollero più continuare la guerra per i fascisti ed i tedeschi!
MA ALLORA NON C'ERA SCELTA! OGGI INVECE LA SCELTA DELLA PACE E' ANCORA POSSIBILE E VA CERCATA IN OGNI MODO!
Allora i proclami della R.S.I. prevedevano la fucilazione per chi non si presentava nei centri di reclutamento fascisti e tedeschi.
LE ALTERNATIVE IN UN MONDO IN GUERRA DA 4 ANNI ERANO:
- fare la guerra nei partigiani oppure nei corpi dell'esercito italiano intruppati nelle divisioni alleate, che fornivano anche le armi ai partigiani.
- Fare la guerra nei reparti della R.S.I intruppati nell'esercito tedesco, con le armi fornite dai tedeschi.
- Una terza via era quella di stare nascosti nelle case di campagne presso i contadini confidando di riuscire a nascondersi in caso di retate da parte dei fascisti che se ti prendevano ti fucilavano oppure di spedivano nei campi di concentramento in Germania!
SE ASCOLTIAMO E SEGUIAMO LE ARGOMENTAZIONI DI QUEI GIORNALISTI CHE SI SONO MESSI L'ELEMETTO ED I TEORICI DELLA STRATEGIA MILITARISTA TORNEREMO A QUELLE 3 ALTERNATIVE SOPRA ELENCATE. Punto
di Alpi Medardo
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Sovranismo. Altro che restauratore del comunismo: demolisce invece «le odiose fantasie utopiche ispirate dalla Rivoluzione, ma assolutamente distruttive per qualsiasi Paese»
Protesta contro l'invasione russa dell'Ucraina, Tel Aviv © Ap
Quanti hanno avuta la costanza di leggere il lunghissimo discorso di Putin del 21 febbraio 2022, tre giorni prima dello scoppio della guerra? Nel discorso vi sono novità strabilianti e conferme del suo essere Putin.
Le novità riguardano il giudizio sul passato sovietico che contrasta l’etichetta su di lui come l’ex membro del Kgb, colpevole d’aver dichiarato la scomparsa dell’Urss «la più grande tragedia del Novecento», e dunque di poter essere un prevedibile pericoloso restauratore del comunismo.
Ecco come Putin definisce la rivoluzione bolscevica: «Dopo il colpo di stato di ottobre del 1917 e la conseguente guerra civile – frantumando la Russia – la politica bolscevica ha portato alla nascita dell’Ucraina sovietica, che ancora oggi può essere giustamente chiamata “Ucraina di Vladimir Lenin”. È il suo autore e architetto». Stalin poi attuò la politica di distanziamento dal passato con «il Terrore Rosso e la rapida transizione verso una dittatura stalinista, il dominio dell’ideologia comunista e il monopolio del potere da parte del Partito Comunista, la nazionalizzazione e il sistema pianificato dell’economia nazionale».
All’origine dunque vi sono: «Le odiose fantasie utopiche ispirate dalla Rivoluzione, ma assolutamente distruttive per qualsiasi Paese normale» e infine: «Il crollo del nostro Paese unito è stato causato da errori storici e strategici dei dirigenti bolscevichi, e dalla direzione del Partito Comunista, fatti in diversi momenti nella costruzione dello Stato, nella politica economica e nazionale».
Le parole che usa Putin sono le stesse che i Reagan, i Bush, i Clinton, e i sovietologi hanno fatto circolare per decenni, solo che per la prima volta la denuncia dell’ideologia comunista viene dal Cremlino, senza la consapevolezza del paradosso, senza che sia accreditata la rottura politica e istituzionale con i 74 anni precedenti. Oppure la rottura è da desumere da quel video dove in una ambientazione sfarzosa si vedono cadetti in uniforme altrettanto sfarzosa, aprire le porte a Putin che avanza?
Un Putin compreso nel ruolo di rex costruens, un ruolo mirabolante data la sua origine di figlio di un operaio della città di Pietro il grande.
Nel ruolo di rex costruens vi sono conferme della sua strategia. Difatti nella seconda parte del discorso vi è da un lato il resoconto di tutti i benefici che l’Ucraina ha avuto del suo essere parte della Russia: industrializzazione e urbanizzazione di un paese contadino e dall’altro lato la denuncia che una parte del paese era attratta «dal virus del nazionalismo» sino al colpo di stato del 2014 quando «ha ricevuto assistenza diretta da Paesi stranieri. Il cosiddetto campo di protesta in piazza dell’Indipendenza a Kiev è stato sostenuto materialmente dall’ambasciata americana per un milione di dollari al giorno».
Così l’Ucraina è divenuta una «colonia con un regime fantoccio» e al presente tende «con il sostegno militare della comunità internazionale a un confronto geopolitico con la Federazione Russa». La riappropriazione della Crimea è stata una dichiarazione di intenti rivolta agli avversari da parte del rex costruens.
Il discorso si conclude con la disamina dei rapporti tra Mosca e l’America-Nato: «Il principale avversario degli Stati Uniti e della Nato è la Russia. Nei documenti della Nato il nostro Paese è ufficialmente dichiarato direttamente come la principale minaccia alla sicurezza euro-atlantica. E l’Ucraina servirà da trampolino per un tale colpo».
Nella disamina sono elencati gli eventi che dal 1989 hanno contraddistinto le relazioni tra la Russia e l’America, e quelle dell’Unione Europea – che accoglie il cavallo di Troia dei paesi dell’Est-Europa senza rendersi conto che sarebbero diventati lo strumento in mano americana per bloccare il nostro futuro politico e militare. Non solo ignora questo nostro dramma il rex costruens della Russia – cui interessa restituire la sua dignità di grande potenza – ma non distingue tra l’avversione della Polonia e i fremiti di autonomia da Washington della Francia, della Germania, dell’Italia. Parla con Macron per ribadirgli le sue intenzioni e non si fa consigliare in russo dalla Merkel…
Nel cortile occidentale la sola eccezione è Israele. E al di fuori la Cina. Sono eccezioni che si spiegano: per Israele a causa della sua rete di finanza internazionale senza confini (che non distingue tra i business men di Wall Street, di Kiev, Londra, Mosca, Las Vegas, eccetera); per la Cina a causa della diga o ponte della politica di potenza. Se si chiudono gli occhi «sui danni collaterali» in terra ucraina – come gli americani e gli inglesi fanno in Medio Oriente e al presente nell’Afganistan dei talebani – la guerra in corso nella nostra Europa ha le sue radici nella partita tra due potenze che si sono ingigantite proprio nel combattersi. Il livello dei rispettivi apparati militari sono lì a dimostrarlo.
La guerra fredda è stata una tregua, la fine dell’Urss un’occasione che l’America è stata capace di sfruttare solo con Gorbaciov e Eltsin ma poi è arrivato l’imprevedibile, una piccola ex spia che si crede l’erede di Pietro il grande. Non di Stalin come ai politici e ai media occidentali fa comodo far credere, ma l’erede di una icona russa. E qui entra in campo la Cina, che al momento sta osservando le mosse dei due, di una America sfiancata dalle sconfitte in Medio Oriente e di una Russia che possiede capacità nucleari ma fallisce nel rifornire di benzina i carri armati e di cibo i suoi soldati, stanchi dell’attesa ai confini delle terre ucraine.
Potrà la Cina intervenire su quell’attesa, far tornare a casa i soldati, e rimandare in America l’apparato tecnologico e militare su cui si regge il presidente-attore? Sarebbe la sua prima mossa di grande potenza strategica in campo occidentale. Sarebbe l’inizio della storia del futuro?
* Storica del socialismo sovietico
Commenta (0 Commenti)No war. Non più armi dentro un conflitto già armato ma cervello, mediazione e capacità di imporre la trattativa. E il pacifismo non può essere più un movimento intermittente
Oltre che per la guerra, comincio ad essere sempre più preoccupata per quanto sta già generando nel nostro paese, a cominciare dal comportamento della Tv. Domenica sera, in uno dei sui tremendi show, si è arrivati ad attaccare a testa bassa Maurizio Landini per il suo discorso alla manifestazione per la pace, accusandolo di essere quasi connivente con le Brigate rosse, e cioè “equidistante” come del resto la Cgil sarebbe stata fra stato e terrorismo. Invano Nicola Fratoianni, presente nello pseudo dibattito, ha cercato di rispondere ricordando il ruolo svolto dal sindacato nel combattere le Brigate rosse: non lo hanno nemmeno lasciato parlare, coprendo la sua voce con i più incredibili attacchi. C’è davvero da avere paura.
Sono invece stata assai felice di rivedere in piazza, dopo tanti anni, il nostro movimento della pace – nostro di noi vecchi degli anni ’80, quando c’era ancora la guerra fredda. E poi in piazza di nuovo nel momento della prima e della seconda guerra all’Iraq, quando Neesweek scrisse in copertina «È nata la terza potenza mondiale». Operante, intelligentemente, anche nella tremenda vicenda jugoslava.
Da allora sono passati quasi 20 anni. E purtroppo l’occasione di questo nostro reincontro avviene perché ci siamo sentiti richiamati dalla criminale oltrechè insensata occupazione armata dell’Ucraina. Un atto che può avere conseguenze inimmaginabili.
Se i nostri governanti e i loro menestrelli, invece di mettersi l’elmetto
Leggi tutto: La pace deve combattere la guerra prima che scoppi - di Luciana Castellina
Commenta (0 Commenti)Crisi ucraina. La speranza di una soluzione negoziata del conflitto è in balia dei bombardamenti che non evitano i civili, del rilancio delle minacce fino a quella di uno scontro nucleare. La trattativa è necessaria, come dimostrano i colloqui ucraino-russi sul cessate il fuoco, e va sostenuta da una autorevole mediazione internazionale e dal ruolo delle Nazioni unite
Kiev ieri dopo un bombardamento russo © Ap/Pavel Nemecek
Gli incontri tra le delegazioni russa e ucraina si succedono mentre sul campo le armi non tacciono. La precondizione di un vero “cessate il fuoco” non è stata ancora raggiunta. La speranza di una soluzione negoziata del conflitto è indubbiamente flebile, appesa a un filo, continuamente in balia dei bombardamenti, della scia di sangue che non evita i civili, del rilancio delle minacce fino a quella di uno scontro nucleare, mentre le centrali a fissione, quelle ridotte a un deposito di scorie (Chernobil), come quelle in attività (Zaporizhzhia) diventano un obiettivo militare potenzialmente capace di innescare distruzioni umane e ambientali dilatate nello spazio e nel tempo.
Per quanto quel filo sia esile, facile a venire strappato, ancora tiene. Gli incontri non si sono interrotti e pare proseguano nei prossimi giorni. Per quanto temeraria possa apparire la speranza che si ripone in questa trattativa essa ci appare come l’unica strada realisticamente perseguibile.
Solo che andrebbe difesa e aiutata. Ma come? Intanto si può dire cosa non si sarebbe dovuto e non si dovrebbe fare. La strada di inviare “armi letali” all’Ucraina va nella direzione esattamente opposta. La questione non riguarda solo l’Italia, ma tutta la Ue e in particolare alcuni paesi che hanno avuto un ruolo tragico nella storia europea del Novecento, particolarmente nel loro rapporto con i territori della attuale Russia. Il riferimento alla Germania è d’obbligo.
Siamo di fronte a un capovolgimento delle politiche di questo paese nei confronti dell’est europeo che invece ne avevano accompagnato e aiutato la ricrescita economica e politica fino a farlo diventare un pilastro dell’Unione europea. La decisione del socialdemocratico Scholz di incrementare la spesa militare cambia di botto il ruolo della Germania, cancellando anni di Ostpolitik da Brandt alla Merkel, sebbene in chiave assai diversa.
Con questa scelta il tema della sicurezza europea assume una curvatura marcatamente bellicista. I decreti di Draghi, con il rapido passaggio dalle armi non letali a quelle che invece lo sono, cancellano la condizione di neutralità del nostro paese, garantita da una legislazione antica ma ancora vigente; rompono l’equilibrio che idealmente intercorre fra l’articolo 11 della nostra Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra …”) e il 52 (richiamato in queste pagine da Massimo Villone) che ci dice che “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”; trascinano il nostro paese in una condizione di belligeranza, cosa ben diversa da una missione di peace-keeping d’interposizione, come è stata effettuata in altri luoghi e circostanze più praticabili.
Sperare che questo Parlamento possa vigilare poi sulla destinazione e l’uso di quelle armi appare davvero illusorio. Perché il filo della trattativa non si spezzi bisogna che oltre alle parti in causa prenda corpo una mediazione credibile e autorevole. In diversi hanno fatto il nome di Merkel. Non c’è dubbio che la sua figura resta ancora oggi la più autorevole sullo scenario europeo. Non è certo l’attivismo di Macron che la può sostituire, sia per deficit di credibilità sia per i suoi trascorsi d’interventismo bellico.
Ma una questione come questa che rischia di portare il mondo sulla soglia, persino varcabile, di una terza guerra mondiale, non può essere messa in mano a una persona sola. Siamo ben lontani dalla prospettiva di dare una Costituzione alla terra, come ci raccomanda Luigi Ferrajoli, ma certamente ci si dovrebbe attendere ben di più e di diverso dall’Onu.
Questa guerra ne mette a nudo i limiti e l’impotenza. La sua profonda riforma è indispensabile. Ma da subito chi lo rappresenta, a partire dal segretario generale, dovrebbe agire per costruire questa mediazione. E così vale per la Ue e i suoi organi, a partire dal Parlamento.
Dove è finita la tanto decantata Conferenza europea? Al suo posto Paesi come la Polonia già si sentono investiti del ruolo di bastioni contro il resuscitato impero del male, pretendendo in cambio di non essere tormentati sullo mancanza di uno stato di diritto, come ha affermato il premier polacco Morawiecki.
Il problema non sta nell’aprire l’ombrello della Ue per farvi precipitosamente andare sotto l’Ucraina, ma costruire una presenza fatta di politica e di diplomazia capace di sostituirsi alla Nato, il cui scioglimento sarebbe un atto storico dovuto.
La soluzione non può che essere trovata in un accordo che preveda la neutralità dell’Ucraina, nel contesto di una conferenza internazionale, come successe a Helsinki nel 1935 a favore della Finlandia. Regolando in quel quadro lo status della Crimea e del Donbass. Chi può portare avanti questa prospettiva se non un ampio movimento per la pace, articolato, ma unito sui temi di fondo. I tempi per ridare forza alla “seconda potenza mondiale” sono quelli che abbiamo di fronte.
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