Costituzione rimossa. L'articolo 11 non prescrive solo il ripudio della guerra offensiva ma indica le organizzazioni internazionali come soggetti deputati a perseguire con ogni mezzo la pace
Vasily Nebenzya, ambasciatore russo all'Onu, lascia la seduta prima dell'intervento del delegato ucraino © Ap
Nel dibattito parlamentare sulla guerra in Ucraina la Costituzione è stata rimossa. Mai richiamata né nell’intervento del presidente del Consiglio, né nella risoluzione approvata con il concorso di maggioranza e opposizione. In fondo può comprendersi.
Non è facile coniugare lo scontro armato con il diritto, la guerra assieme al suo «ripudio». Ben presente invece la Nato, richiamata nel discorso rivolto alle Camere per ben sei volte. C’è allora da chiedersi se, in caso di guerra, i principi costituzionali debbano essere sostituiti con i vincoli internazionali. Domanda per nulla peregrina poiché è evidente che la crisi Ucraina ha una sua determinante dimensione globale e la soluzione deve essere ricercata coinvolgendo il diritto internazionale più che quello nazionale. Ciò non toglie però che il comportamento del nostro Governo, anche sul piano dei rapporti con gli altri Stati e nelle organizzazioni cui è parte, deve essere indirizzato dalla sua legge suprema.
D’altronde la nostra Costituzione fornisce precise indicazioni. Non tanto nelle disposizioni che prevedono il «sacro dovere di difesa della Patria» (art. 52) e dunque la legittimità della guerra difensiva (secondo quanto specificato negli articoli 78, 60 e 87), quanto nel sempre richiamato, ma poco meditato, articolo 11 della Costituzione. È questa una disposizione più articolata e meno «arresa» di quanto non si dica solitamente.
Infatti, non solo si enuncia il principio pacifista del «ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», ma si indica con chiarezza in che modo si deve assicurare quest’obiettivo. In assoluta continuità concettuale, stilistica e sostanziale (l’articolo non è distinto in commi, bensì composto da un’unica frase separata da punti e virgola) si richiamano le organizzazioni internazionali rivolte ad assicurare la pace e la giustizia tra le Nazioni. Nei confronti di queste, in condizioni di parità, sono ammesse limitazioni di sovranità; richiedendosi altresì che esse siano promosse e favorite. Il richiamo all’Onu è del tutto esplicito (anche storicamente fondato, basta leggere gli atti dell’Assemblea costituente).
Non può invece farsi risalire a questa disposizione né la nostra adesione alla Nato, né i vincoli di natura militare che comporta. Il che non vuol dire che sia «incostituzionale» l’adesione al patto atlantico (almeno fin tanto che si presenta come organizzazione di «difesa» dei Paesi aderenti), ma semplicemente che non è questa l’organizzazione idonea a conseguire l’obiettivo supremo della pace e la giustizia tra le Nazioni. Non è neppure difficile comprendere perché sia necessario affidarsi ad organizzazioni che perseguono la pace come obiettivo e non la difesa armata come strategia. In Ucraina, in questo momento, se vuoi la pace devi far cessare il confronto militare, non solo quello armato che sta producendo gli orrori della guerra, ma anche quello tra le potenze e gli Stati che si armano per continuare lo scontro, magari in altre forme.
È il tempo dei «costruttori di pace», ovvero di soggetti che in piena autonomia possano operare come mediatori tra le parti in lotta. Organizzazioni terze, non perché prive di giudizio – è chiaro in questo caso chi siano gli aggressori e chi le vittime – ma perché estranee al conflitto. Per poter svolgere la funzione di mediazione necessaria, infatti, non si può al tempo stesso partecipare alla guerra.
Sono note le enormi difficoltà in cui si trova ad operare oggi l’Onu. Ma, nel rispetto del principio pacifista della nostra Costituzione, ci si può arrendere e piegare alle logiche di potenza che stanno prevalendo, alla cultura del riarmo come strumento di difesa, all’orribile latinetto «si vis pacem, para bellum»? Ma veramente si pensa di poter fermare l’esercito di Putin contrapponendogli le vittime civili e armando agli aggrediti?
Non voltarsi dall’altra parte oggi vuol dire dirsi disponibili a mediare, chiedere a gran voce – l’intera comunità internazionale – una conferenza internazionale per affrontare la questione Ucraina, disposti a riconsiderare i rapporti geopolitici che ci hanno condotto alla soglia della distruzione dell’intera umanità. Una soglia che varcheremo se dovessero concretizzarsi le minacce nucleari, che vengono ormai cinicamente prospettate, con incredibile superficialità, dai vari leader del mondo.
Una domanda prima di ogni altra dovremmo a questo punto con urgenza e realisticamente porci: se non può essere l’Onu l’organizzazione internazionale in grado di «salvare le future generazioni dal flagello della guerra», riaffermando «la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grande e piccole» (così è scritto nel preambolo dello Statuto delle Nazioni Unite), chi altri? Seguendo la via maestra della nostra Costituzione – oltre che il nostro senso dell’umano – qualunque organizzazione internazionale rivolta a tali scopi. Un ruolo non indifferente possono esercitare le organizzazioni sociali non governative, le chiese e i partiti che credono che per costruire la pace non bisogna prepararsi alla guerra.
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Tre Stati per la mediazione internazionale: Ankara è membro Nato, Tel Aviv risente del peso di Mosca in Medio Oriente, Pechino non vuole compromessa la sua strategia economica. L’ex capo del Mossad Halevy: per gli Usa é il momento di «salvare la faccia a Putin». Non lo merita ma così il conflitto si allarga. Anche con l’arrivo di armi europee
Chi può parlare con Putin? Il mondo non va tutto nella stessa direzione come vogliono far credere l’Unione europea e gli Usa recapitando armi all’Ucraina e isolando Putin. La Turchia, membro Nato, non mette nessuna sanzione a Mosca e Israele, con il suo milione di russi e ucraini in casa, corre sul filo per non inimicarsi il leader del Cremlino che da anni consente a Tel Aviv in Siria _ dove Israele si è annesso il Golan con l’approvazione Usa_ di bombardare i pasdaran iraniani quando vuole.
La Turchia, guardiano degli Stretti, del Mar Nero e del fianco sud est della Nato, a sua volta occupa un pezzo di Siria del Nord _ dove ha massacrato i curdi alleati degli Usa contro l’Isis _ e che non intende mollare. Ma dove sono le sanzioni minacciate ad Ankara dagli europei nel 2019? Vedete bene che ognuno vuole fare a pezzi le vite e i territori qualcun altro.
Questo non giustifica l’orrore dei russi in Ucraina contro i civili ma descrive soltanto quali sono gli attuali rapporti di forza. Le guerre, in genere, non ripristinano diritti ma ridefiniscono i poteri, diceva Hanna Arendt.
Adesso qualcuno comincia a chiedersi come uscirne fuori. Su Haaretz ci prova Efraim Halevy, ex capo del Mossad dal 1998 al 2002. Halevy ci dice tre cose: 1) Putin ha agitato l’arma nucleare perché l’invasione va male mentre i militari russi si aspettavano una rapida resa delle forze ucraine 2) Xi Jinping era informato da Putin dell’invasione prima ancora delle Olimpiadi, visto che i cinesi in queste settimane si sono comprati la Borsa di Kiev. Il leader cinese gli ha chiesto di fare un passo indietro ma Putin si è rifiutato. 3) Secondo Halevy per gli americani é venuto il momento, con la mediazione internazionale – magari israeliana, turca e cinese – di trovare una via di uscita alla Russia e salvare la faccia a Putin. Non perché meriti di essere salvato ma perché il conflitto minaccia di allargarsi: le forniture di armi europee e italiane sono un atto ostile anche in vista di una futura guerriglia. Girarci intorno è da ipocriti o da stupidi.
Con gli assedi alle città e i civili nel mirino dei raid la guerra sta prendendo una “piega siriana”, avverte su Grand Continent Michel Goya, ex colonnello dei marines e storico militare. Nel medio periodo, secondo Goya, l’Ucraina potrebbe diventare terreno di una guerriglia con una retrovia in Moldavia (dove sta andando Blinken), in conflitto con Mosca per la Transnistria, dove ci sono già tremila soldati russi ed è candidata a diventare il prossimo obiettivo di Putin. Siamo dalle parti della vecchia e dimenticata Bessarabia, vestigia di conflitti congelati, che fu indipendente come repubblica sovietica con capitale Odessa, poi finì alla Romania e infine all’Urss.
Più o meno come gli israeliani la pensano anche i turchi che si sono riavvicinati allo stato ebraico. Senza la Russia _ e tanto meno contro la Russia _ non è possibile nessuna sicurezza in Europa, Eurasia e Medio oriente “allargato”: questa è l’idea comune della Turchia di Israele, che ovviamente nella non ostilità a Mosca difendono le loro conquiste territoriali.
La posizione della Turchia è significativa perché ancora una volta Ankara si distacca dagli europei e dagli Stati uniti: un’astensione rilevante sulle sanzioni la sua perché parliamo del secondo maggiore esercito dell’Alleanza Atlantica. Oltre tutto Ankara ospita la grande base Nato di Incirlik e 60 testate atomiche americane. Dal 2016, col tentato golpe contro Erdogan, attribuito a un complotto gulenista e agli americani, la Turchia tiene in ostaggio l’Alleanza Atlantica. Allora tagliò la luce a Incirlik e a Istanbul la base Nato venne circondata dalle forze fedeli a Erdogan. Mai vista una cosa simile nella Nato.
I turchi sono stati chiari: “Non siamo disposti a essere coinvolti in sanzioni contro la Russia” ha affermato il ministro degli esteri Mevlut Cavusoglu. Pur essendo Turchia e Russia in competizione in diversi teatri di crisi _ Siria, Libia, Azerbaijan e anche in Ucraina dove Ankara ha fornito armi e droni a Zelensky _ Erdogan e Putin hanno una relazione personale che ha portato alla cooperazione in diversi ambiti. Il più importante è quello del gas, visto che la Russia è il primo fornitore della Turchia e l’Azerbaijan il secondo con il gasdotto Tap che approda in Puglia. Il gas russo arriva con due gasdotti sottomarini nel Mar Nero (Blue Stream, costruito da Eni nel 2003 e TurkStream, in funzione nel 2020). Forniture mai interrotte, neppure con la crisi dell’ottobre 2015 seguita all’abbattimento di un jet russo in Siria da parte delle forze turche. Gli Usa, la Nato e l’Europa non possono intervenire per sanzionare la Turchia, altrimenti salta tutto.
Al di là del gas, la cooperazione si è estesa anche al nucleare, con la società russa Rosatom che sta sviluppando la prima centrale nucleare turca. All’energia si aggiunto il comparto della difesa. Nel 2019 Ankara ha acquistato il sistema missilistico russo S-400, per cui la Turchia, membro della Nato, è stata espulsa dal programma degli F-35. La Russia è quindi il terzo partner commerciale della Turchia, dopo Germania e Cina, con un interscambio di 34,7 miliardi di dollari nel 2021.
Nonostante la Turchia non abbia riconosciuto l’annessione russa della Crimea nel 2014 e le armi fornite a Kiev, Ankara si guarda bene dal compromettere i suoi interessi con la Russia. Alla faccia della Nato e degli europei.
Costituzione e guerra. Si pone una domanda sulla compatibilità con la Costituzione della linea emersa dalle dichiarazioni di Draghi e dalla risoluzione approvata in parlamento sul conflitto in Ucraina. Una domanda legittima, che non vede risolti tutti i dubbi in uno scenario di guerra che può incidere sugli equilibri geopolitici globali
Si pone una domanda sulla compatibilità con la Costituzione della linea emersa dalle dichiarazioni di Draghi e dalla risoluzione approvata in parlamento sul conflitto in Ucraina. Una domanda legittima, che non vede risolti tutti i dubbi in uno scenario di guerra che può incidere sugli equilibri geopolitici globali. Segnali significativi vengono dal riarmo tedesco e dal voto nell’Assemblea generale Onu del 2 marzo.
Diciamo subito che la Costituzione non è per un pacifismo senza se e senza ma. Per l’articolo 11 «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Mentre l’articolo 52 definisce la difesa della patria un sacro dovere del cittadino. Dunque, la difesa armata è sempre consentita, ed anzi doverosa. La guerra di aggressione non è consentita mai. E certamente nessuna generazione potrebbe conoscere la differenza meglio di quella che scrisse la Costituzione.
Sì alla difesa, no all’aggressione. Un principio lineare, esteso dall’art. 11 ai contesti internazionali attraverso il richiamo a «un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni» e alle «organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Si può ritenere dunque costituzionalmente compatibile il sostegno militare volto a difendere i confini di paesi alleati e membri di organizzazioni di cui l’Italia faccia parte, come ad esempio la Nato. Altra cosa è la critica, sempre legittima, che si può volgere alle politiche messe di fatto in campo dalla Nato.
Ma l’Ucraina non è nella Nato. Dunque la domanda da porre è sulla compatibilità costituzionale del coinvolgimento in una guerra tra paesi terzi. Anche qui possiamo trarre dalla Costituzione alcune chiare risposte.
È certamente compatibile l’invio di soldati e armi in compiti strettamente di peace-keeping, ad esempio come forza di interposizione tra parti belligeranti. È chiaro il nesso con i fini di cui all’articolo 11. Ma un punto focale sarà nelle regole di ingaggio da osservare in campo, che non devono tradursi nel tentativo di esportare forzosamente la democrazia con le armi. Questo è un obiettivo che l’articolo 11 non assume. Né la compatibilità costituzionale sarebbe assicurata dalla partecipazione a iniziative sovranazionali o di alleanza. Non sfuggono i dubbi che ne possono venire su non poche delle nostre missioni militari all’estero.
E se si inviano solo armi, come faremo con l’Ucraina? Qui, diversamente da qualsiasi aiuto a carattere umanitario, il dubbio è corposo. Con l’invio ci si coinvolge inevitabilmente nel conflitto, per una parte e contro l’altra. Nulla cambia, dal punto di vista costituzionale, se è una scelta condivisa sovranazionale o di alleanza. Inoltre, nella specie sembra certo che le armi di cui si può realisticamente ipotizzare l’invio non sono in grado di modificare in misura significativa il rapporto di forze in campo. L’Ucraina è soccombente. Non è banale, allora, l’opinione per cui l’invio alla fine può solo inutilmente aggravare sofferenza e morte. Certo, rimane la speranza di guadagnare tempo per il negoziato. Ma questo sostanzialmente conferma che sono altri gli strumenti principali per aprire la via alla pace: in primis, le sanzioni economiche e gli anticorpi interni che possono stimolare contro la politica di Putin.
Il dubbio poi cresce per il metodo. In ultima analisi, ogni scelta sull’invio delle armi è affidata a tre ministeri: esteri, difesa, economia. Al parlamento si promette informazione, e nulla più. Troppo poco. Ancora una volta, se ne lamenta l’emarginazione. Ma ribadiamo che ciò accade se e quando i soggetti politici che in esso operano lo consentono. Far parte di una maggioranza non significa sostenere acriticamente un esecutivo in ogni circostanza. E una diplomazia istituzionale più o meno riservata può comunicare a un governo quel che non si accetta. Si vuole davvero dare al paese il messaggio che in una vicenda cruciale di pace e guerra il parlamento – come l’intendenza – seguirà? Dobbiamo avvertire che questioni come la riforma del catasto eccitano gli animi in misura ben maggiore?
Bisognerà puntare a far meglio, comunque attivando una occhiuta e continua vigilanza parlamentare sull’esecutivo, ed affiancando a questo nel paese una severa vigilanza democratica. In ogni caso, dovremo ricordare che non esiste una lettura della Costituzione che dia ragione a Putin. Chi aggredisce con le armi ha sempre torto.
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Questo testo forte e commovente mi è stato fatto conoscere da Giulia Marcucci, che insegna Lingua e traduzione russa nella mia università, la Stranieri di Siena. Lo ha scritto ieri un coraggioso cittadino russo: un poeta, di cui Giulia ci parla nella breve nota che segue il testo.
Pubblicarlo oggi, in italiano, ci pare abbia un significato profondo.
Sono parole di Tomaso Montanari che, con questa premessa, pubblica su "Volerelaluna.it" un testo "Russia e Ucraina: le parole e la realtà" di Lev Rubinštejn
Mentre ci viene chiesto di schierarci con una delle nazioni in guerra, a me pare più giusto stare accanto a chi – dentro ognuna delle due nazioni – si oppone alla guerra, la contesta, la denuncia, spesso a costo della vita stessa. Il nostro collettivo ripudio della guerra, scolpito nella Costituzione da chi dovette farla una guerra giusta (quella della liberazione partigiana dai nazifascisti), rimane vivo e vero solo se non accettiamo il gioco di chi dice che parteggiare vuol dire parteggiare per una bandiera, una nazione, un capo.
Non accettiamo di dover scegliere tra la politica zarista e omicida di Putin e quella imperialista e diversamente omicida della Nato e dell’America di Biden. Siamo incondizionatamente solidali con le cittadine e i cittadini dell’Ucraina che sono ora sotto il fuoco russo, senza per questo appoggiare il governo, inquietante e filofascista, del loro paese. Siamo vicini alle donne e agli uomini della Russia, trascinati in guerra da un autocrate sanguinario.
Ci si dice che dovremmo difendere i valori e gli interessi occidentali. Ma quali sono questi valori: quelli scritti nelle Costituzioni o quelli perseguiti dai governi? E di chi sono questi interessi? «L’interesse nazionale – ha scritto Simone Weil – non può essere definito né da un interesse comune delle grandi imprese industriali, né dalla vita, dalla libertà e dal benessere dei cittadini, perché questo interesse comune non esiste». È dunque nel dissenso interno, nelle ragioni del conflitto sociale, nel rifiuto di ogni nazionalismo, nella difesa dei diritti che va cercata la forza per ripudiare l’idea stessa della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, e come mezzo di costruzione del consenso interno ai singoli Stati.
La guerra è sempre e comunque una inutile strage, promossa, provocata, agita dai pochi che la ritengono invece utile ai loro interessi di potere, e che sono separati da abissi sociali e ormai quasi antropologici da coloro che in quella guerra perderanno libertà, beni e vita. Così, più che dalle mille analisi geopolitiche tutte orientate a priori, in queste ore una luce sembra venire dalle parole di un poeta, che riflette sullo strazio delle parole e del loro significato, eterna premessa allo strazio dei corpi nella guerra.
(Tomaso Montanari)
25-02-2022
Il testo lo potete leggere sul sito a questo link: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/02/25/russia-e-ucraina-le-parole-e-la-realta-con-una-premessa-di-tomaso-montanari-e-una-nota-di-giulia-marcucci/
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Oggi la Pace in piazza. Ora che la drammaticità di un confitto armato è entrata dirompentemente nelle nostre vite (e schermi) è importante capire che tipo di azioni di natura politica per la pace possiamo mettere in pista. Perché la strada della pace non deve mai interrompersi
Ora che la drammaticità di un confitto armato è entrata dirompentemente nelle nostre vite (e schermi) è importante capire che tipo di azioni di natura politica per la pace possiamo mettere in pista. Perché la strada della pace non deve mai interrompersi.
E deve trovare risorse di nonviolenza ogni volta. Ovviamente nel momento in cui sono i bombardamenti a farla da padrone (prendendosi tutto lo spazio mediatico) è difficile far capire che la risposta deve essere sensata, ragionata, non emotiva. Pena una escalation che potrà portare la guerra ad un livello ancora più devastante. E vicino.
Nonostante tutto quindi occorre mantenere la calma e la consapevolezza che la pace non si può fare mentre il conflitto divampa: il primo obiettivo deve essere quello di fermare la guerra. Ed è da qui che parte la proposta della Rete Italiana pace e Disarmo, che sarà la base della manifestazione di oggi, sabato 26 febbraio a Roma e di decine di altri eventi, mobilitazioni, ore di silenzio, iniziative di solidarietà che sono in programma in tutta Italia. [e anche a Faenza]
A partire da una chiara condanna della scelta di aggressione operata da Putin (ma sempre con in mente la differenza tra un governo e il suo popolo) noi come sempre pensiamo che occorra partire dalla solidarietà alle popolazioni e alle comunità. Che sono quelle che muoiono, e soffrono. Una pace (e poi un disarmo) di natura “umanitaria” nel vero senso della parola, non in quello distorto troppe volte utilizzato a sproposito. È per questo che sosteniamo tutti gli sforzi della società civile pacifista in Ucraina e Russia per arrivare ad una cessazione immediata delle ostilità e poi intraprendere una strada di vera Pace e riconciliazione.
Per tali motivi chiediamo all’Italia, all’Europa, alle Istituzioni internazionali di chiedere una cessazione degli scontri con tutti i mezzi della diplomazia e a partire da principi di neutralità attiva (quindi evitando qualsiasi pensiero di avventure militari insensate, anche solo come escalation di postura).
Cruciale in questa fase sarà anche garantire un passaggio sicuro alle agenzie internazionali e alle organizzazioni non governative per una assistenza umanitaria alla popolazione coinvolta dal conflitto, che già sta soffrendo troppo. Le reti internazionali della società civile per il disarmo umanitario hanno già sottolineato i problemi legati all’uso di armi esplosive negli ambiti urbani, o anche di armi proibite calle convenzioni internazionali come le cluster bombs. E soprattutto con il pericolo nucleare dietro l’angolo.
Una volta arrivati al cessate il fuoco è fondamentale operare concretamente per una de-escalation della crisi nel pieno rispetto del diritto internazionale, affidando alle Nazioni Unite il compito di gestire e risolvere i conflitti tra Stati con gli strumenti della diplomazia, del dialogo, della cooperazione, del diritto internazionale. Spesso si dice che l’Onu è debole… ma il motivo vero è che non le si dà mai la forza per potere concretizzare quanto previsto dalla sua Carta. E oggi l’Onu potrebbe fare da guida in maniera positiva, durante questo conflitto: va ricordato infatti come il Segretario Generale Guterres abbia basato la propria agenda politica su una proposta di Disarmo (per l’umanità, per la vita, per le future generazioni). È quindi importante che in seconda battuta si possa favorire l’avvio di trattative per un sistema di reciproca sicurezza che garantisca sia l’Ue che la Federazione Russa.
La Rete Italiana Pace e Disarmo lo ha detto chiaramente nella sua presa di posizione sulla crisi dell’Ucraina: «Come è possibile la costruzione di una Europa con “sicurezza condivisa” tra e per tutti gli Stati ed i popoli, come auspicava lo svedese Olof Palme, se si continua con questa politica di contrapposizione militare che, vista dall’altra parte, è sinonimo di accerchiamento, di minaccia alla propria sicurezza?»
Noi pensiamo che la strada da intraprendere sia invece quella della cooperazione, degli investimenti, dei contratti e del commercio equo, della mobilità, degli scambi, della solidarietà, del disarmo climatico, della neutralità attiva per costruire un’Europa di benessere, di sicurezza, di cooperazione, nel rispetto delle diversità. Solo così si potrà vivere in pace.
Per costruire un’Europa smilitarizzata dall’Atlantico agli Urali, di pace, di sicurezza per tutti, di libertà e di democrazia. Un’Europa allargata ed aperta al mondo, dove l’Alleanza Atlantica sia una collocazione culturale, di emancipazione collettiva, di condivisione di un progetto globale di pace.
Tutto questo significa dire «Sì alla pace» e «No alla guerra».
*Coordinatore Campagne – Rete Italiana Pace e Disarmo
Commenta (0 Commenti)Scenari. Il «fatto compiuto» nel breve periodo vince, ma il costo potrebbe essere molto alto: la Russia si allontana dall’Europa in una deriva tragica per gli europei e per gli stessi cittadini russi
Protesta all'ambasciata ucraina di Roma © Ap
Un continente che per la verità non era mai scomparso. Credevano, gli europei, inebriati dal crollo del Muro di Berlino nell’89, di essere usciti dal Novecento ma Putin ieri li ha fatti rientrare nel secolo dei massacri europei, visto che quelli più recenti, nella ex Jugoslavia, li avevano dimenticati. Eppure sembra che sia stato proprio Putin a chiedere di inviare dalla Bosnia i parà russi a sfilare a Pristina, in Kosovo, mentre nel ’99 Usa e Nato bombardavano Belgrado, come già aveva fatto il Terzo Reich nel 1941.
KIEV NON FA PARTE della Nato, ha sottolineato più volte in queste settimane l’Alleanza Atlantica e Putin ha afferrato il messaggio dando via libera all’invasione. Ricordiamoci quanto detto dallo stesso Biden il 20 gennaio il quale aveva dichiarato che in caso di «piccola incursione» in Ucraina la risposta non sarebbe stata automatica. È come se Washington, pur di non negoziare con Mosca, avesse affermato pubblicamente di essere pronta ad «accettare» questa «piccola incursione», diventata adesso un’invasione.
Insomma tanta solidarietà a parole ma in pratica un nulla di fatto. Sentire in queste ore che l’Occidente intende ancora «preservare l’integrità dell’Ucraina» sembra soltanto un battuta di pessimo gusto. Ecco perché se Putin perde ogni credibilità internazionale, rafforza, come voleva, la sua immagine di violenta superpotenza, si impadronisce dell’Ucraina e riporta nella casa madre anche la Bielorussia di un Lukashenko che oggi appare poco più che il sindaco di Minsk. Nel breve periodo vince, a un costo però che potrebbe essere molto alto per la Russia che si allontana dall’Europa in una deriva tragica e deprimente per gli europei e gli stessi cittadini russi.
GLI STATI UNITI E L’EUROPA al momento ne escono male, sia sotto il profilo politico che militare. Che in prospettiva: la Germania conta nulla e rischia di perdere la centralità che aveva con Merkel, Macron è un gesticolatore, gli altri non esistono, se non quelli dell’Est, in prima linea come i polacchi. L’Europa ha imbastito iniziative diplomatiche senza alcuna speranza di incidere mentre gli Usa hanno preso soltanto tempo: i leader europei escono rimpiccioliti come cagnolini tra le gambe di due lottatori di sumo.
ANCHE BIDEN non se la passa bene. Dopo il disastro del ritiro nell’agosto scorso dall’Afghanistan, incassa uno schiaffo sonoro da Mosca. Prima i talebani, adesso i russi: rischia di dovere pagare un costo salato in vista delle elezioni di mezzo termine. E in termini più ampi di geopolitica vede Mosca scivolare sempre di più nelle braccia di Pechino, che mantiene comunque una linea prudente: la Cina, maggiore partner commerciale di Kiev, non hai riconosciuto l’annessione russa della Crimea e nonostante i grandi accordi economici e sul gas con Putin invita «le parti a esercitare moderazione e a evitare che la situazione vada fuori controllo». Parole che suonano venate di umorismo nero.
IL RIDIMENSIONAMENTO europeo e della Nato appare ancora più evidente se si esamina il caso della Turchia, membro della Nato, che ha espresso il suo appoggio all’integrità territoriale dell’Ucraina ma è anche legata alla Russia di Putin da cui riceve la maggior parte del gas, con cui ha in costruzione centrali nucleari e dalla quale ha persino acquistato le batterie anti-missile S-400. Se è vero che Mosca e Ankara si confrontano in Siria, Azerbaijan e Libia (dove si sarebbero accordate per un nuovo governo), i due autocrati sono più inclini all’intesa che allo scontro. Tanto è vero che Erdogan ha evitato di chiudere lo stretto dei Dardanelli, ovvero il Bosforo, al transito delle navi da guerra come potrebbe fare in caso di conflitto e come aveva chiesto il leader ucraino Zelenski.
È SU QUESTA AMBIGUITÀ del fronte occidentale che conta Putin per mettere le mani sull’Ucraina, farla a fettine e, se ritiene conveniente, insediare un regime filo-russo. Non facciamoci illusioni, le conseguenze saranno gravi. Quando Putin parla di «denazificazione» dell’Ucraina sembra di tornare al 1945 quando l’Europa era sepolta sotto le macerie del più devastante conflitto della storia. È a questo che punta l’attuale zar mescolando storia vera e falsi storici?
LE MISURE «paralizzanti» annunciate dagli Usa investono il sistema finanziario ma se colpiranno come pare evidente anche il settore energetico arrivano tempi duri. L’Italia e l’Europa importano oltre il 40% dei loro consumi di gas dalla Russia e il 25% del petrolio, in pratica la guerra di Putin contro l’Ucraina finora l’abbiamo finanziata anche noi. Così siamo al punto che non ci restano altre alternative che sopportare le conseguenze di un conflitto che arriva diritto dentro le nostre case colpendo il portafoglio e le speranze di pace.
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