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Gli Usa erano stati avvertiti da George Kennan, artefice della politica di contenimento dell’Urss, nel ’97: «L’espansione della Nato è l’errore più grave degli Usa dalla fine della guerra fredda. Spingerà la politica russa in direzione contraria a quella che vogliamo»

 

Anche quando è diventata indipendente nel 1991, l’Ucraina era rimasta assente fino al 2014 dall’immaginario europeo. Un’Europa non totalmente Europa. A Putin, riconoscendo le repubbliche del Donbass, è riuscita un’operazione magistrale: farne una nazione “martire”, nonostante le componenti fasciste e neo-naziste.
Un Paese dai dubbi contenuti democratici, con governi manovrati dagli oligarchi e un’amministrazione corrotta, oggi è il simbolo della nuova frontiera europea.
Una nazione che si distingue per avere sulla coscienza un milione e mezzo di ebrei sterminati con i nazisti durante la seconda guerra mondiale e che non ha mai neppure processato un criminale di guerra. Eppure questa è la nuova Europa, dove sul calendario è stato strappato il giorno della Memoria e cancellata la secolare lingua russa tra gli idiomi ufficiali.

NON È UNA BELLA EUROPA, anzi è assai minimale nei princìpi e nei valori che però Putin con le sue decisioni ha reso accettabile e da difendere, negandone nel suo discorso l’esistenza come nazione sovrana. Se l’è presa, come rilevava ieri Tommaso Di Francesco, persino con Lenin, senza accorgersi che il risveglio dell’Ucraina non l’aveva inventato lui ma esisteva già da tempo nella storia e nel mito.
A Putin oggi sono attribuite le colpe maggiori ma la guerra o la “quasi guerra” è un crimine con dei complici. In primo luogo gli Stati uniti che hanno lasciato degradare i rapporti con la Russia fino ai minimi termini: sono quasi tre anni che si sono ritirati dal trattato sui missili intermedi in Europa e hanno rifiutato di negoziare un altro accordo che tenesse conto di una Russia ben diversa da quella in disfacimento di trent’anni fa. Le stesse richieste di Mosca per contenere l’allargamento della Nato sono state trattate in maniera sprezzante, come se gli Usa e l’Alleanza Atlantica avessero inanellato gloriose vittorie militari invece di una serie di disfatte, dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Siria alla Libia, per finire recentemente con il Mali, dove Bamako ha preferito affidarsi alla Compagnia di mercenari russi Wagner piuttosto che agli ex colonialisti francesi e all’Europa.

Eppure gli Usa erano stati avvertiti da George Kennan, artefice della politica di contenimento dell’Urss, nel ’97: «L’allargamento della Nato è il più grave errore della politica americana dalla fine della guerra fredda… questa decisione susciterà tendenze nazionaliste e militariste anti-occidentali… spingendo la politica estera russa in direzione contraria a quella che vogliamo». E a questo pessimo risultato si è arrivati con la crisi ucraina, il dispiegamento dei missili ai confini della Russia ma anche con la vicenda della Nato in Kosovo nel’99 e i raid su Gheddafi in Libia nel 2011: in entrambi i casi la Nato e gli Usa non si sono limitati a “proteggere” la popolazione come promesso ma hanno attuato dei cambi di regimi e di status politico di intere regioni, affondandone altre nel marasma.

MA FORSE IL PEGGIO è toccato all’Europa. Essendo latitante una politica estera dell’Unione – Borrell è una sorta di ectoplasma – la Nato si è completamente sovrapposta a Bruxelles. I Paesi europei come un gregge si sono accodati al cane pastore americano di cui hanno accettato le iniziative finendo come in Afghanistan per condividere con gli Usa una disastro orchestrato essenzialmente da Washington. Del resto l’obiettivo degli americani in questa crisi è quello di mandare agli europei due messaggi;: 1) devono pagare sempre di più il conto della Nato 2) devono smettere di acquistare gas russo.

E qui veniamo al paradosso: oggi siamo noi europei a finanziare gli sforzi bellici della Russia per imporre la sua sfera di influenza. Siamo infatti nelle mani di Putin che a sua volta conta su di noi come clienti di primo piano. Da quando Mosca annesse la Crimea nel 2014, la dipendenza europea dal gas russo è andata aumentando. Nel 2014 l’Unione europea importava il 30% del proprio fabbisogno di gas da Mosca ma l’incidenza è salita al 44% nel 2020 e al 46,8% nel 2021. I dati per l’Italia sono sostanzialmente in linea con quelli medi europei.

PUTIN LO SA PERFETTAMENTE, tanto è vero che Mosca si è affrettata a rassicurare gli europei, in primo luogo Germania e Italia, sulle forniture di metano indispensabili al funzionamento delle loro economie. Ecco perché, nonostante le sanzioni decise a Londra e Bruxelles, nelle capitali del continente si respira un’aria imbarazzante. La stessa decisione tedesca di bloccare il gasdotto Nord Stream 2 con la Russia ha un significato più politico che concreto: questa pipeline non è mai entrata in funzione.
Ma il bello deve venire. L’aumento dei consumi e degli investimenti nel 2021 e altri fattori hanno contribuito al moltiplicarsi per quattro-cinque volte del prezzo del gas in Europa. Così la Russia ha moltiplicato anche il fatturato della Gazprom, pur tagliando sensibilmente le forniture. A questo aggiungiamo che Mosca resta il principale fornitore singolo di petrolio in Europa con una quota del 25%. In sintesi il motore dell’economia europea è in mano a Putin e i soldi europei stanno finanziando lo sforzo bellico russo. Ne usciremo?

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Energia. In Italia non è chiaro chi fa la politica energetica, e nell’interesse di chi. Il Paese ha diritto a una risposta, dall’Eni e dal governo, principale azionista

 

“Il direttore finanziario della compagnia petrolifera e del gas BP, Murray Auchincloss, ha detto agli investitori questa settimana: «È possibile che stiamo guadagnando più soldi di quanti sappiamo cosa farne». Le compagnie petrolifere e del gas hanno riportato profitti da capogiro, poiché la crisi del gas aumenta il prezzo al quale possono vendere i loro combustibili fossili, senza aumentare il costo della loro estrazione”. Così inizia un articolo del Guardian online dell’11 febbraio, e aggiunge che anche i profitti della Shell sono stati eccezionalmente elevati.

SPOSTIAMOCI A CASA NOSTRA. Un articolo dell’Ansa online del 18 febbraio titola: «Eni: nel 2021 Ebit +400%; utile a 4,7 miliardi, top dal 2012». Ma allora tutti i soldi che vengono drenati dalle nostre tasche a causa delle bollette gas e luce più care, vuoi vedere che vanno nelle tasche degli azionisti dell’Eni, della Bp, della Shell, e così via? Inoltre, è logico presumere che l’Eni (e con lei altre aziende Oil&Gas che operano in Italia) abbia sottoscritto contratti a lungo termine ai prezzi pre-crisi con la Russia (sostengono gli analisti che è lì il problema, il ricatto che ci prende per la gola). Ma se è così perché mai aumenta il prezzo del gas ai livelli dei prezzi spot? E che li abbia sottoscritti lo ha pubblicamente affermato Putin nel corso dell’incontro con i responsabili delle grandi imprese italiane, come riporta il Sole24Ore del 26 gennaio: «Roma, ha osservato Putin, è stata in grado di acquistare gas a prezzi più bassi, direi molto più bassi rispetto ai cosiddetti prezzi di mercato spot, che sullo sfondo della pandemia e del deficit di offerta sono notevolmente cresciuti». E questo, ha notato Putin, grazie al fatto che «le compagnie energetiche italiane continuano a lavorare con Gazprom sulla base di contratti di lungo termine».

MA ALLORA? PUTIN MENTE? Ammettiamo pure che la domanda di gas sia improvvisamente schizzata ben al di sopra dei livelli pre-covid (e così non è), tanto che le previsioni garantite dai contratti a lungo termine si sono rivelate inadeguate e si è costretti a ricorrere al mercato spot, a prezzi molto alti. Pure in questa irrealistica ipotesi, le quantità a prezzi spot sono comunque molto piccole rispetto al totale che viene acquistato, al più qualche percento. E dunque, come è possibile che i prezzi di questo piccolo percento, possano fare raddoppiare o triplicare il prezzo del tutto? Ecco, credo che gli italiani abbiano diritto a una risposta chiara, da Eni e dal governo, principale azionista, non dimentichiamolo.

È UN QUADRO, specialmente in Italia, estremamente poco limpido, inquietante, questo dell’aumento del prezzo del gas, per le manovre che si susseguono come conseguenza. Ne cito alcune.
1. Tassare i profitti dei produttori di energia rinnovabile invece di tassare gli extra-profitti delle compagnie petrolifere, Eni in testa
2. Continuare a non affrontare in modo organico e deciso lo scandalo dei 19 (o più) miliardi di sussidi ambientalmente dannosi che diamo ogni anno alle aziende del fossile
3. Investire nella estrazione delle modeste riserve di gas nazionali, che possono incidere ben poco sulla emergenza che stiamo vivendo (coprirebbero poco più del 2% del consumo totale), che è un pessimo segnale, che va contro il percorso di decarbonizzazione aumentando l’estrazione e immettendo nuove risorse finanziarie nel fossile
4. Il presidente del consiglio e il ministro della transizione ecologica invitano l’Ad dell’Eni per chiarimenti sulla possibilità di usare le riserve di gas nazionale. Ma non poteva un funzionario del Mite chiedere a un tecnico dell’Eni? Vuoi vedere che non era una informazione tecnica di cui avevano bisogno ma di indicazioni strategiche?
5. La scandalosa richiesta fatta alla Commissione Europea di allentare ulteriormente le briglie della tassonomia europea sul gas come fonte energetica “verde”, attraverso l’innalzamento del limite di 270 g CO2 eq/kWh come emissione ammissibile delle centrali a gas. Per fortuna la richiesta non è stata accolta, ma il marchio infamante rimane
6. Il nucleare IV generazione, la fusione. Messaggi da parte del governo e dell’Eni che tendono a indurre nell’opinione pubblica la convinzione che la soluzione a tutti i nostri problemi sia dietro l’angolo, e che quindi è inutile stare ad affannarsi con il solare e l’eolico, che sono pure brutti e deturpanti, mentre le centrali nucleari sono belle e moderne
7. Il piano industriale dell’Eni prevede un aumento degli investimenti nelle prospezioni, alla ricerca di nuovi giacimenti. Ma l’Iea non ha forse messo nero su bianco che se si vuole restare entro i limiti di 1,5 °C di incremento di temperature, le nuove prospezioni devono essere fermate, tutte?
Insomma, non è chiaro chi fa la politica energetica in Italia, e nell’interesse di chi.

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Alcuni operatori hanno comprato a prezzi bloccati e rivendono a più del doppio. Perché non conviene estrarre altro gas in Italia

 Il persistere dell’enorme incremento dei costi di generazione dell'energia sta avendo conseguenze economiche molto preoccupanti, sia lato inflazione sia per il pericolo di un rallentamento (se non addirittura interruzione) della ripresa, e ha di fatto messo in crisi il sistema produttivo italiano. Le cause intrinseche di questo aumento derivano dalla struttura del sistema energetico europeo e dalla sua dipendenza dal gas.

L’Unione europea, pur disponendo di un sistema di infrastrutture di importazione diversificato, non ha potuto sottrarsi alle dinamiche globali, non dominabili, degli aumenti di prezzo. Questo per una serie di motivi: gli approvvigionamenti si concentrano per oltre il 50% su un solo fornitore extra UE; manca una regolamentazione comune e applicata in tutti gli Stati membri sulla sicurezza, con particolare riferimento alla gestione degli stoccaggi e al relativo uso delle riserve; le barriere tariffarie determinate dalla regolamentazione degli scambi cross border (tariffe infrastrutture gas) hanno penalizzato l’Italia; i prezzi della CO2 sono aumentati, e su tutto ciò vi è una sensibile presenza di posizioni finanziarie speculative che peggiorano la situazione.

Palese, dunque, l'incremento dei costi di generazione dell'energia, ma altrettanto palesi gli extra profitti degli operatori, che non aiutano a calmierare tali costi. Circa i due terzi di combustibile che importiamo dalla Russia, infatti, vengono acquistati a valori quasi dimezzati rispetto alle attuali quotazioni, grazie a contratti a lungo termine siglati anni fa, a prezzi fissi tarati sui valori di allora. È lo stesso presidente russo, Vladimir Putin, ad affermare che le compagnie energetiche italiane stanno facendo affari d'oro con il gas russo, rivendendolo a quasi il doppio del prezzo che stanno pagando. Si parla di extra profitti che ammontano ad almeno 4 miliardi di euro: per fare due conti, un metro cubo viene pagato circa 30 centesimi e rivenduto a 50, con un profitto di 20 centesimi, che basta moltiplicare per 20 miliardi di metri cubi (fonte: dichiarazioni presidente Nomisma).

Però, a causa della riservatezza dei dati e di strategie di acquisto differenti da soggetto a soggetto, è estremamente difficile individuare chi realmente abbia subito l’aumento del costo energetico. Gli acquisti effettuati con contratti di lungo termine avrebbero dovuto azzerare, o quanto meno calmierare, l’incremento di prezzo rispetto a chi ha operato in mercati spot. Il consumatore legato a contratti di lungo periodo, cioè, non avrebbe dovuto subire incrementi di costo della componente energia, quando sembra stia accadendo il contrario, dato che il prezzo di questi contratti si sta agganciando al prezzo del mercato spot.

Le infrastrutture nazionali (i cui costi devono in parte ancora essere ammortizzati) garantiscono un approvvigionamento di provenienza diversificata che, secondo i dati sul bilancio del gas naturale forniti dal MiTE, non è sfruttato al massimo della sua capacità. Gli scenari futuri di riduzione dei consumi nazionali prevedono, infatti, un aumento della capacità dei punti di ingresso che saranno impiegati per il gas di transito, così come sta avvenendo in questo momento.

Attualmente le forniture per l’importazione in Europa sono state garantite e secondo alcuni analisti non c'è motivo di ritenere che la Russia non intenda rifornire più l'Europa, d’altronde ci guadagna. È da notare come il gas russo, nonostante le garanzie di Putin a Draghi sul mantenere stabili le forniture nei confronti dell’Italia, stia cedendo il passo a forniture di Gnl fortemente sostenute dalla diplomazia europea, disponibile ad aprire relazioni con Stati arabi, come il Qatar, e gli USA. Solo da pochi giorni, inoltre, è ripreso l'approvvigionamento anche dalla Libia.

Pensare di riprendere una produzione nazionale di gas non fa che consolidare la dipendenza del nostro sistema energetico a una fonte dalla quale dovremmo a mano a mano affrancarci, e non è un’operazione conveniente per più ordini di motivi.

Nell’ambito del mercato del gas, le regole europee di formazione dei prezzi non permettono di ricavare vantaggi diretti dall'aumento della produzione nazionale di gas naturale. Dovrebbe essere messo in piedi un complesso normativo “di emergenza”, temporaneo, che deroghi alle attuali regole di mercato, e questo non sarebbe né semplice né veloce. Nel frattempo non avremmo una riduzione dei costi energetici rispetto a quelli di mercato. Ed in ogni caso anche aumentare la produzione interna non è una faccenda veloce, ci vorrebbe almeno un anno.

Poi c’è il rispetto degli obiettivi climatici, che impongono una notevole decrescita dei consumi finali da fonti fossili e da gas naturale. Un ribasso previsto anche nel PNIEC, i cui obiettivi devono essere ancora adeguati all'European Green Deal, per arrivare a un'Europa climaticamente neutra entro il 2050. Eventuali incrementi di produzione nazionale di gas naturale potrebbero comportare anche una revisione dell’appena pubblicato Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee (PiTESAI), che dovrà valorizzare la sostenibilità ambientale e socio-economica delle diverse aree, ridurre gli impatti complessivi derivanti dalle attività upstream e accompagnare il processo di decarbonizzazione (il Piano suggerisce di valutare una dismissione anticipata di alcune concessioni di idrocarburi considerate scarsamente produttive).

Ma ammettiamo che si voglia aumentare la produzione nazionale di gas naturale. Attualmente è di circa 3,3 miliardi di metri cubi. Senza ulteriori investimenti e sfruttando le attività esistenti, si arriverebbe a un incremento di soli 0,7 miliardi di metri cubi all'anno. Stando alle dichiarazioni del ministro Cingolani, si potrebbe invece arrivare a circa 8 miliardi di metri cubi. Più che raddoppiare la produzione attuale significherebbe aggiungere pozzi nei giacimenti già in produzione (infilling), procedere a un'attività di manutenzione straordinaria dei pozzi esistenti (workover), oppure sviluppare nuove concessioni (in Adriatico, e non solo, operazione quest’ultima altamente sconsigliata per gli impatti ambientali e sociali che comporta). Si tratta di manovre che, a essere ottimisti, richiederebbero almeno un paio di anni e che avrebbero anche un costo molto alto.

Affinché il progetto prospettato dal MiTE possa prendere corpo, lo Stato dovrà poi trovare un accordo coi produttori su come recuperare gli investimenti necessari e gli effetti delle annunciate cessioni a prezzo calmierato all'industria (non è chiaro se con prolungamenti/ampliamenti degli attuali ambiti di attività o altre forme di contropartita) e si dovrà sobbarcare ulteriori oneri, ai quali vanno aggiunti anche quelli derivanti dai maggiori impatti sanitari e ambientali sui territori e sulle economie locali interessate.

L’operazione inoltre non ha nessuna certezza di mercato. I costi del gas naturale prodotto in territorio Italiano sono superiori rispetto a quelli del gas importato. Oggi abbiamo diversificato la capacità di approvvigionamento di gas naturale, attraverso investimenti sulle infrastrutture, le quali hanno costi socializzati che, a prescindere dal loro utilizzo o meno, sono comunque scaricati in bolletta. Si tratta di costi che, auspicabilmente, in un periodo minore rispetto a quello necessario per incrementare la produzione nazionale (almeno 2 anni), potrebbero essere ammortizzati meglio.

Nella valutazione complessiva è importante tener presente che nel territorio nazionale non abbiamo riserve certe di gas naturale. Secondo i dati forniti dal MITE, esse ammonterebbero a 45,7 miliardi di metri cubi standard (Sm3) (attualmente ne estraiamo circa 3,3 miliardi di Sm3, che si vorrebbero portare a 8; in tal caso bruceremmo riserve strategiche che potrebbero esserci utili in casi di necessità e urgenza, ipotesi al momento lontane secondo i criteri di valutazione del MiTE).

Tutto questo per dire che, proprio perché stiamo pagando carissimo le scelte sbagliate degli anni passati che ci hanno legato alle fossili, al petrolio e al gas, è arrivato il momento di liberarci da questo cappio al collo e puntare alla transizione energetica come a una grande opportunità. Va riformato e completato il mercato energetico, ancora strutturato per il vecchio modello fossile, e ripensata la fiscalità, per ridistribuire equamente i sacrifici e i vantaggi. Vanno liberati da una serie di ostacoli irragionevoli le rinnovabili e gli interventi di risparmio energetico, che rimangono la migliore soluzione. Dobbiamo accelerare su autoproduzione, autoconsumo ed efficientamento energetico e rafforzare le comunità energetiche, sia nel settore privato che in quello pubblico, sfruttando i tanti fondi a disposizione. Dobbiamo sostenere le aziende che hanno subito fortemente l’aumento dei costi e supportarle verso l’innovazione tecnologica e la conversione ecologica dei processi produttivi, oltre che pensare a nuove filiere produttive.

Sono tutti interventi ampiamente descritti nella mozione appena presentata e sottoscritta da tutto il Gruppo M5S Senato, di cui sono il primo firmatario. Nei 27 impegni che chiediamo al Governo nel testo della mozione è racchiusa una cassetta degli attrezzi con la quale costruire un nuovo modello energetico efficiente, sicuro e democratico, attraverso interventi concreti con effetti immediati nel breve e lungo periodo; sono tutti strumenti di cui ci auguriamo il Governo faccia tesoro, anche nella messa a punto del nuovo decreto contro il caro bollette. E se al momento la priorità è trovare risorse per calmierare i prezzi delle bollette per cittadini e imprese, sarebbe il caso di andarle a recuperare da chi in questa emergenza sta godendo di extra profitti, anche nel settore delle fossili.

Perseverare con l’attuale modello energetico sarà un diabolico bagno di sangue, non il contrario. Gli strumenti a disposizione ci sono. Utilizzarli significa non solo ridurre i costi delle bollette, ma anche aumentare l’autonomia energetica di famiglie e imprese, affrancarci concretamente dalle fossili, rispettare in pieno gli obiettivi climatici, combattere la povertà energetica e alimentare un circolo virtuoso di lavoro sostenibile che rilancia il comparto produttivo e protegge l’ambiente, noi stessi e le future generazioni.

* Presidente Commissione Industria del Senato e coordinatore del Comitato Transizione ecologica del M5S

 

 

 

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Transizione dove sei. E’ stato annunciato l’obiettivo di aumentare di 2 miliardi di metri cubi la produzione nazionale dai pozzi esistenti, e di immetterli nel mercato con un meccanismo di contratti a lungo termine a prezzo prefissato

 

Le misure in campo energetico che il governo ha presentato confermano un sostanziale sbilanciamento delle sue politiche verso il gas. E’ stato annunciato l’obiettivo di aumentare di 2 miliardi di metri cubi la produzione nazionale dai pozzi esistenti, e di immetterli nel mercato con un meccanismo di contratti a lungo termine a prezzo prefissato. Rispetto al consumo di gas di 76 miliardi di metri cubi registrato nel 2021, si tratta di una quantità limitata che, pur gestita al di fuori del mercato spot, potrà beneficiare solo pochi (grandi?) consumatori.

Cosa che non sarebbe cambiata di molto nemmeno con il ventilato raddoppio della produzione nazionale. Sul versante delle fonti rinnovabili – prevalentemente fotovoltaico – è stata annunciata una semplificazione, cosa di per sé positiva, per gli impianti fino a 200 kW.
L’obiettivo citato un anno fa dal ministro Cingolani, cioè di una quota del 72% di rinnovabili al 2030, obiettivo condiviso da un fronte che va da Greenpeace alle associazioni dell’industria elettrica, avrebbe dovuto portarci a una svolta che, più volte annunciata, ancora non si vede. Per farlo bisognerebbe installare qualcosa come 8 GW di rinnovabili all’anno a fronte di richieste di connessione alla rete di circa 200 GW: le intenzioni di investimento rinnovabile com’è noto ci sono e sono robuste.

Se installassimo 8 GW di rinnovabili all’anno, potremmo ridurre i consumi di gas nel settore elettrico di 2 miliardi di metri cubi, la stessa quantità di gas di cui si vuole aumentare la produzione nazionale. In assenza di questa svolta rinnovabile – per quanto dichiarata a parole – le misure presentate oggi appaiono la riconferma della linea “prima di tutto il gas”. Il solare va bene ma non a scala industriale, quella la si lascia al gas. E’ peraltro assente una misura per semplificare le installazioni agrivoltaiche – cioè impianti solari sotto cui si continua a coltivare – che invece potrebbe dare un contributo rilevante oltre dare un reddito aggiuntivo alle aziende agricole. La misura è presente nel Pnrr ma è limitata a soli 2 GW. Il Fraunhofer Institute ha valutato per la Germania – a titolo di esempio per dare il senso del grande potenziale energetico – che tutta l’elettricità oggi utilizzata da quel Paese, implicherebbe installazioni agrivoltaiche per 500 GW coinvolgendo solo il 4 per cento della superficie agricola tedesca e con benefici anche per le colture coinvolte. L’Italia ha una superficie agricola inferiore alla Germania ma ha molto più sole e consumi energetici ben inferiori.

Una questione centrale della transizione energetica riguarda la resistenza del settore petrolifero e del gas, la cui natura oligopolistica sembra la vera ragione per cui non vediamo (e forse non vedremo) ancora una vera svolta ma solo greenwashing. Rispetto al numero limitato di grandi aziende a livello globale in questo mercato riservato a pochi, quello delle fonti rinnovabili è invece un mercato estremamente competitivo con migliaia di aziende di dimensioni grandi, medie e piccole. Il puntare alle tecnologie di cattura e sequestro della CO2 (CCS) – tecnologia che ha segnato, anche di recente, clamorosi fallimenti – per mantenere gli asset fossili utilizzabili anche in prospettiva e persino il battage, privo di fondamento, sulla fusione nucleare, rivela, oltre a una comunicazione diversiva rispetto alla povertà delle scelte industriali, la ricerca di qualche tecnologia di grande costo o complessità, adatta a una azienda intrinsecamente oligopolistica. Questo tipo di aziende investono in pochi impianti relativamente grandi e costosi, con tempi di rientro dei capitali lunghi, mentre investire nelle rinnovabili significa fare moltissimi impianti con costi calanti e tempi di ritorno più brevi. La frase di quell’alto dirigente petrolifero che, citando Schumpeter, suonava come «quando avrete vinto voi ecologisti sulle rinnovabili, noi saremo morti» forse aveva centrato il vero problema.

* direttore Greenpeace Italia

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Inflazione. Aumentano le bollette in misura eccezionale, i beni alimentari, la benzina e tutti i consumi ad alta frequenza con percentuali oltre il 2%. Se si consideri quanto l’insieme di questi beni pesi nel bilancio di una normale famiglia di lavoratori, si avrà facilmente il quadro di ciò che si sta abbattendo sulla nostra società

 

La tempesta inflattiva che sta colpendo l’Italia è tanto rilevante da mettere a rischio gli ultimi brandelli del patto sociale. Quello che si manifesta è infatti un aumento dei prezzi che colpisce i consumi di base e pesa in proporzione maggiormente sui soggetti a basso reddito, senza che possano avere alcuna reale capacità di resistenza.

Aumentano le bollette in misura eccezionale, i beni alimentari, la benzina e tutti i consumi ad alta frequenza con percentuali oltre il 2%. Se si consideri quanto l’insieme di questi beni pesi nel bilancio di una normale famiglia di lavoratori, si avrà facilmente il quadro di ciò che si sta abbattendo sulla nostra società. Stanno scivolando rapidamente oltre la soglia di povertà migliaia di persone, fino a ieri in grado di fare fronte senza eccessivi patemi alle necessità quotidiane.

Allo stesso tempo incontrano serissime difficoltà moltissime attività economiche caratterizzate da bassa marginalità o incapaci di contenere l’impatto della crescita dei costi attraverso l’aumento immediato di produttività o l’aumento dei prezzi.

Una situazione in qualche modo gestibile, se si dimostrerà una contingenza di breve durata, ma insostenibile se dovesse invece prolungarsi per

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L'intervento. Continua il dibattito interno alle formazioni di sinistra. Articolo 1 può rientrare nel Partito Democratico, ma a quale costo e con quale obiettivo?

 

Assemblea del Partito Democratico © LaPresse

Se estrapolato dal contesto in cui è stato formulato, il giudizio per cui il Pd sarebbe ormai “guarito dal renzismo” non convince. Non perché non siano visibili mutamenti rispetto alla stagione “renziana” , a cominciare da una guida maggiormente sensibile alle esigenze della mediazione politica e non più vocata al personalismo ad impianto plebiscitario. Ma perché la repentina affermazione di Renzi nel Pdsi spiegano solo in ragione di un processo di lunga durata che ha investito le forme politiche della sinistra dall’’89 in poi.

Mi riferisco alla graduale convergenza fra subalternità al ciclo economico-sociale neoliberista e concezione “maggioritaristica” dell’assetto istituzionale che ha definito il dna “post-ideologico” del maggiore partito della sinistra nelle sue varie trasformazioni. Senza considerare come questo impianto culturale si sia radicato in profondità nei gruppi dirigenti cosiddetti “riformisti” ed abbia motivato la stessa nascita del Pd (che mai ha incarnato, al contrario di quanto a volte si legge, la convergenza tra la cultura cattolico-democratica e quella di matrice socialista), non si capisce non solo il successo di Renzi alle primarie – a fronte dell’esaurimento di un determinato ceto dirigente – ma neppure l’attuale orientamento lettiano.

A ben guardare, nel Pd odierno l’impostazione prevalente è ancora di natura liberal-democratica: un partito centrato sul ruolo degli amministratori, con un elettorato coagulato soprattutto nei centri storici e nel “ceto medio riflessivo”, tenuto insieme dal primato del governo e in cui nella lettura dei processi sociali si rifiuta, prevalentemente, il riferimento al contrasto fra capitale e lavoro, ed anzi si prefigura una loro costante “collaborazione” (che altra cosa dal “compromesso”). Un partito, insomma, in cui resta preponderante l’esclusione della materialità dei conflitti e l’estraneità ai nodi di una moderna critica del capitalismo.

D’altra parte, occorre riconoscere che alla sua sinistra non è cresciuta nessuna soggettività in grado di politicizzare la rappresentanza del lavoro, delle vecchie e nuove subordinazioni, di incanalare la stessa contrapposizione fra alto e basso su cui hanno fatto leva i diversi populismi, di dare carne e sangue alle domande sociali.

La motivazione di questa radicale difficoltà è da ricercare in un insieme di fattori, a cominciare dall’impaccio di un ceto politico comunque proveniente dall’esperienza della socialdemocrazia più influenzata dal ciclo neoliberista e da una visione ottimistica della globalizzazione (spesso condivisa, specularmente, da parte della cultura radicale e “altermondista”). Tutto questo ha però comportato che l’elettorato “di sinistra” rimasto – purtroppo molto lontano dal “popolo” che una volta animava le forze del movimento operaio – oggi si coaguli prevalentemente intorno al Pd.

Così, l’alternativa, nei fatti, è quella tra la difesa (non immune dal patetismo) di una microidentità strutturalmente incapace, dati i rapporti di forza, di organizzare una soggettività significativa in termini organizzativi ed elettorali, e l’accettazione di una sfida: stare dentro il soggetto maggioritario nel riformismo italiano per cambiarlo e spostare a sinistra il suo profilo, facendo leva su quanto già nel Pd e nella compagine di governo può spingere in questo senso.

Penso a un processo su base federativa né indolore né privo di asprezze ed elementi di conflittualità politica. Nello sforzo i recuperare un retroterra fra gli esclusi e nei ceti popolari, riannodando il filo fra una moderna rappresentanza sindacale e la soggettivazione politica del lavoro. Ciò significherà spingere nella direzione del superamento di una sorta di “vocazione minoritaria”, preoccupata più di presidiare il radicamento fra i lettori di Repubblica sulla base dell’“agenda Draghi” che di recuperare voti fra gli operai o tra i riders.

Raggiungere tali obiettivi, aggregare nuove energie è possibile, anche se impone una battaglia di ampia durata, chiama impegnarsi in quella che Gramsci indicava come la “guerra di posizione” e implica l’adozione di una buona dose di realismo. Derogare ad esso rimane, del resto, uno degli errori più gravi per chi ancora confida nelle ragioni della politica.

 

*Esecutivo Nazionale “Articolo Uno”

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