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Legge elettorale. Il presidente della prima commissione del senato Dario Parrini (Pd): «Il pluralismo partitico si è rivelato più resistente del previsto. Il maggioritario in Italia negli ultimi dieci anni è stato una preso in giro, oggi richiederebbe riforme costituzionali che non sono all'ordine del giorno»

 

Operazioni di voto  © Sabbadini

Dario Parrini, senatore toscano del Pd e presidente della commissione affari costituzionali, è grande esperto della materia elettorale e come tale in passato ha dato un contributo decisivo all’approvazione di due leggi a effetto maggioritario, il mai applicato Italicum e l’attuale Rosatellum. Oggi ha maturato una riflessione – «anche autocritica», dice lui – e sostiene la necessità di una legge elettorale proporzionale con sbarramento, simile cioè a quella prevista nel testo base che la camera aspetta da molti mesi di esaminare. «Negli ultimi dieci anni – spiega Parrini – il maggioritario è stato adulterato dalla contrapposizione tra coalizioni civetta utili per vincere un premio in seggi ma incapaci di governare. È stato una presa in giro degli elettori».

Il fallimento del maggioritario è davvero un fenomeno degli ultimi dieci anni? O non

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Quirinale. “Se fossero stati gli italiani ad eleggere il PdR” si legge in un tweet di Giorgia Meloni “lo avrebbero fatto in un giorno”. Bizzarra argomentazione a favore di una repubblica presidenziale. Ma anche falsa

 

Quirinale  © Ansa

Il faticoso travaglio che ha portato alla rielezione di Sergio Mattarella al Quirinale ha dato nuovo impulso alla proposta di elezione diretta del presidente della Repubblica, che fin dall’immediato dopoguerra venne avanzata dall’ex capogabinetto del MinCulPop di Salò, Giorgio Almirante, frattanto divenuto segretario del Movimento Sociale Italiano, erede diretto del Partito Nazionale Fascista.

Non sorprende, dunque, che a riportare in auge questa proposta

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Gianni Silvestrini (@GiaSilvestrini) / Twitter

L’accesa discussione sulla tassonomia, che è arrivata anche all’interno della Commissione Ue, e la posizione contraria della Banca Europea degli Investimenti a finanziare interventi su gas e nucleare contrastano con le proposte italiane volte ad allargare le maglie sui criteri previsti per gli investimenti sulle centrali a metano.

Del resto, al contrario della Germania che si pone obiettivi climatici più sfidanti di quelli previsti dall’Europa per motivare la propria industria a primeggiare nella corsa green, l’Italia ha quasi sempre una posizione difensiva, che rischia di essere perdente.

In effetti, il panorama generale della nostra transizione climatica è quanto mai deludente.

Partiamo dal Piano nazionale integrato energia e clima, il Pniec, varato a gennaio 2020, che prevedeva una riduzione delle emissioni climalteranti del 37% alla fine di questo decennio rispetto al 1990. Come è noto, il Green Deal europeo ha puntato su obiettivi molto più ambiziosi, passando da una riduzione delle emissioni al 2030 del 40% ad un taglio del 55%. Per capire l’accelerazione che sarà necessaria, basti considerare che nel 2019 le emissioni italiane di anidride carbonica erano del 19,2% inferiori rispetto al 1990. È chiaro dunque che sarebbe molto utile un’indicazione su come il governo intenda rivedere il Pniec, anche alla luce del Pnrr.

Perché si tratta di sbloccare molti settori.

Pigliamo l’evoluzione dell’elettricità verde, che ci vede incredibilmente inchiodati sulle stesse percentuali di generazione oscillanti tra il 39% del 2014 e il 37% del 2021. E gli ultimi provvedimenti sul caro energia hanno preso di mira le rinnovabili e non le fossili, proprio quando dovremmo avviarci a moltiplicare per almeno 7 volte la potenza verde installata annualmente. Un pessimo segnale destinato a scoraggiare gli investimenti. Gli stessi impianti fotovoltaici non incentivati sono infatti, incredibilmente, presi di mira dal provvedimento.

Sul fronte dell’efficienza energetica, il Superbonus sta dando dei buoni risultati nel settore dell’edilizia, con 18,3 miliardi ammessi a detrazione a fine gennaio 2022, per il 48% relativi a condomini. Risultati interessanti da questo incentivo anche per quanto riguarda le rinnovabili, con 93.000 impianti fotovoltaici installati. La situazione è invece drammaticamente ferma da anni sul lato industriale a causa del blocco dello strumento di incentivazione dei certificati bianchi, con un nuovo decreto di cui però si è in attesa dei meccanismi attuativi.

Passando alla mobilità, l’attenzione del governo sul lato del sistema industriale della componentistica, che in pochi anni dovrà trasformarsi verso la trazione elettrica, finora è stata minima. Nella legge di bilancio del 2022 è infatti assente una strategia per la transizione del settore automotive e per lo sviluppo di infrastrutture di ricarica private. Gli incentivi, che hanno portato a raddoppiare le vendite di elettriche pure lo scorso anno, non sono stati previsti, anche se è possibile che vengano introdotti in un altro provvedimento dal ministro Giorgetti.
Anche rispetto alla costruzione di una grande fabbrica di batterie a Termoli da parte di Stellantis, annunciata lo scorso luglio, si è ancora in attesa di una decisione. L’amministratore delegato Carlos Tavares ha infatti dichiarato che il negoziato col governo è ancora in corso.

Non possiamo non parlare infine delle posizioni stravaganti del ministro della transizione ecologica: Cingolani, dopo aver messo in discussione le caratteristiche ambientali della mobilità elettrica, ha poi riaperto il dossier nucleare seppellito, oltre che dai risultati di due referendum, dai pessimi risultati delle centrali in costruzione negli Usa e in Europa. Una mossa per distrarre l’opinione pubblica. E questo mentre le rinnovabili dimostrano di essere sempre meno costose, tanto da dominare il mercato, coprendo l’83% della nuova potenza elettrica installata nel mondo. Un segnale chiaro della direzione da prendere anche in Italia insieme ad una seria politica di efficienza. Rinnovabili e riduzione dei consumi: due politiche indispensabili per contrastare la variabilità dei prezzi del gas e ridurre le emissioni dei gas climalteranti.

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Partito Ambientalista i Verdi (Svezia) - Wikipedia

Sabato parteciperò all’Assemblea ecologista convocata a Firenze. Quanto segue è l’intervento che intendo fare.

Mi trovo qui con sentimenti contrastanti: in parte speranza in parte disperazione. Trovo che la necessità di un soggetto spiccatamente ecologista sia una necessità urgente. Questo per la parte speranza. In quota disperazione non mi resta che affidarmi alla mia biografia. Proverò a spiegarmi con un solo ma chiaro caso: il nucleare.

Sono andato a votare il primo referendum del 1987. Avevo i capelli, peraltro lunghi, e mi sarei laureato due anni dopo. Sono andato al secondo referendum, del 2011: i capelli erano un lontano ricordo, in compenso lavoravo da 20 anni come giornalista e una decina di anni prima avevo chiuso definitivamente i miei rapporti con il mondo dei motori. Oggi mi ritrovo a sentir parlare di nucleare, la pelata è sempre quella ma il pelo è grigio, e comincio a intravedere la pensione, a quanto sembra. Mi auguro lunga vita ma il più sembra fatto, non credo di arrivare a 116 anni. E il nucleare torna a farsi sentire.

Nel frattempo una fetta sempre maggiore di società ha preso coscienza del cambiamento climatico e iniziano a farsi sentire le prime azioni globali, forse insufficienti ma è un inizio. A farsi sentire con sempre maggior autorevolezza sarà il pianeta, quindi la presa di coscienza non può che aumentare.

La persistenza, che sembra quella delle scorie radioattive, dell’ipotesi «nucleare», di cui si fa portavoce un ministro se possibile peggiore del non compianto Galletti, è dovuta all’assenza di una coscienza politica ecologista in qualsiasi formazione politica di maggioranza o minoranza.
Ci sarebbero i Verdi, ora Europa Verde, ma non vengono votati: caschi il mondo le X non arrivano. Eppure sono conosciuti: affondano le loro radici nell’anno del primo referendum antinucleare. La Federazione è del ’90 (la Lega Nord, che si usa citare come partito più antico, è del ’91), tutti sanno che esistono, sulla scheda è facile riconoscerli. Il perché non importa qui, il dato è quello che vediamo. E’ anche vero che parte dell’ambientalismo è stato drenato dal M5s, ma quello è un partito generalista e molto confuso sui valori essenziali. Io posso anche votare qualcuno che ha le mie stesse idee sulla ciclabilità ma se poi dà lo sfratto alla Casa Internazionale della Donna mi ha perso per sempre. Non è un’opzione.

Come vedete la disperazione è argomentata. Torno alla speranza, che avrà ampi modi per essere vanificata. Uno di questi è la costruzione di un soggetto nuovo con dinamiche vecchie: una nuova generazione di dirigenti, non importa l’età, che vede i movimenti attivi della società, di cui io sono parte, solo come vasche di consenso elettorale. Nella mia esperienza i soggetti strutturati si sono sempre posti nei confronti dei movimenti dal basso come la spugna che assorbe, senza dialogo – se non sovraordinato – con le novità sociali. Il rischio c’è sempre e solo le dinamiche dei prossimi tempi diranno se verrà disinnescato. Probabilmente questo appuntamento è l’ultima chance per un cambiamento vero, profondo, come diceva Alex Langer.

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Mattarella all'altare della patria © LaPresse

Questa volta hanno vinto i peones. Non si può dubitare che i voti “spontanei” per un Mattarella-bis, cresciuti progressivamente fino a 387 nella settima votazione, abbiano dato una indicazione resa irresistibile dal confuso affannarsi dei leader in candidature incaute, come quella della Casellati, e indicazioni velleitarie o di bandiera.

Alla fine, la rielezione di Mattarella è il risultato migliore nella situazione data. Ma tutti hanno in vario modo perso.

Perde il parlamento, non tanto per il numero delle votazioni, alla fine contenuto, quanto per l’incerta e confusa gestione di gruppi dirigenti che non governavano il proprio partito. Ora, il centrodestra è in pezzi, il centrosinistra non è in buona salute, e si avviano le rese dei conti. Meloni attacca a testa bassa, Salvini è in palese difficoltà, e tra Conte e Di Maio volano scintille. Qualche mugugno affiora anche nel Pd.

Perde il governo, nonostante Letta si affanni a dichiarare il contrario. L’esecutivo non si rafforza quando due dei maggiori partiti che lo sostengono sono in piena bagarre e vedono più o meno apertamente contestate le leadership.

Perde infine Draghi, perché un premier pluri-osannato che si autocandida e riceve un no da forze che lo sostengono a Palazzo Chigi non esce bene dalla competizione. Non recupera riciclandosi come sponsor della rielezione di chi avrebbe voluto sostituire. Né basterà per cancellare l’onta battere i pugni sul tavolo in Consiglio dei ministri.

Vince Mattarella, con un profluvio di ringraziamenti. Ma la rielezione, per come è andata, garantisce continuità, non stabilità.

Come ho scritto, i veri contendenti in campo per il Quirinale erano dall’inizio solo due: Mattarella e Draghi. Qualunque scelta diversa sarebbe stata un minus. Dunque, il recupero di Mattarella realizza uno dei (buoni) risultati possibili. Ma il quadro politico generale si è indebolito, e nei mesi che verranno le turbolenze si riverseranno nella competizione inevitabile in vista del turno elettorale del 2023. Non si fermeranno certo alla soglia del Consiglio dei ministri.

Per non appesantire un carico di problemi di per sé gravoso, sgombriamo il campo dalle questioni inutili, a partire dai dubbi sulla piena conformità alla Costituzione del secondo mandato.

Come ha scritto Gaetano Azzariti su queste pagine, la Costituzione non pone alcun divieto, e sarebbe sbagliato pensare che la mancata previsione sia una disattenzione dei costituenti. Fu una scelta voluta. Lo dimostra la inclusione nel testo originario dell’articolo 88 del semestre bianco, che aveva senso solo assumendo la rielezione come possibile. E non c’è uno “spirito” dei costituenti che indichi il contrario. La mancanza di un divieto si deve leggere piuttosto come un margine di elasticità del modello, che è un connotato essenziale di tutta la parte relativa alla forma di governo, ed offre, a mio avviso, un pregio della Costituzione vigente. Che mandi in sofferenza i costituzionalisti non deve impressionare oltre misura.

Diciamo poi no alle pulsioni per l’elezione diretta. Un presidente eletto da una maggioranza sulla base di un programma politico presentato in una campagna elettorale formale non potrebbe mai essere un rappresentante dell’unità nazionale nel senso che oggi la Costituzione assegna al capo dello Stato. In specie nel momento storico attuale l’elezione diretta di un capo di stato o di governo è divisiva. Mentre l’esperienza di altri paesi dimostra che non necessariamente garantisce maggiore stabilità e governabilità. Meglio tenere quel che abbiamo.

Invece, il voto per il Quirinale ha messo in piena luce lo stato-semi-comatoso dei partiti politici. Qui è il vero ventre molle del sistema italiano. Dovremmo allora puntare a interventi volti in prospettiva a rivitalizzare i partiti. Fra questi, spicca la legge elettorale, che Letta fa bene a riprendere. Ma si convinca per il sistema proporzionale, il solo che può contribuire a stimolare nei soggetti politici una ricerca di identità e di progetto, e già indicato come necessario correttivo dello sciagurato taglio dei parlamentari.

A questo si potrebbero utilmente aggiungere una legge sui partiti, e una sul finanziamento pubblico da ripristinare.

Speriamo che i pruriti costituenti recedano, e che la politica italiana ritrovi una buona salute. Auguri a Mattarella, che ha contribuito almeno per il momento a contenere la febbre.

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Sergio Mattarella

Sergio Mattarella © LaPresse

L’assemblea dei “grandi elettori” sabato pomeriggio ha (ri)eletto, convinta e grata, Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica. Invece, dal racconto sui principali quotidiani, sembra che abbiamo confermato, con pari determinazione, Sergio Mattarella al Quirinale e Mario Draghi a Palazzo Chigi.

Non è cosi. È chiaro il fine strumentale di tali letture: si coltiva il “bis” anche per la Presidenza del Consiglio nella prossima legislatura.

Con realismo dobbiamo riconoscere che, al bivio storico al quale è l’Unione europea e date le condizioni della nostra finanza pubblica, Draghi è una risorsa per l’Italia, preziosa nel quadro della classe dirigente in prima linea. Tuttavia, la nostra democrazia costituzionale è irrinunciabile e i fatti della triste settimana passata possono aiutare a rianimarla.

Certo, dalle giornate quirinalizie, il Premier esce ingigantito nei confronti di sedicenti kingmaker e leader di carta e di fronte a partiti e schieramenti in pezzi. I consigli dei ministri avranno interferenze “esterne” meno incisive. Ma il dato politico fondamentale è l’avvio, da sabato, del movimento verso un riequilibrio costituzionalmente corretto del rapporto tra Presidente del Consiglio e Parlamento.

Le cause sono due, intrecciate.

La prima, soggettiva, è dovuta al ridimensionamento politico di Draghi per la sua insistenza istituzionalmente scomposta per arrivare al Colle: da ultimo, la convocazione a Palazzo Chigi dei segretari di partito, a urne aperte a Montecitorio, ha spostato su Mattarella anche chi ancora puntava sull’ex presidente della Bce.

La seconda ragione, sistemica, è il risveglio dei singoli parlamentari di fronte all’impasse e all’imbarazzante show di Matteo Salvini, a volte sostenuto da sponde incaute dalle nostre parti. In questo passaggio, il Parlamento, relegato da tanti anni in una sempre più angusta marginalità, ha orientato le delegazioni trattanti dei partiti e risolto un puzzle, il più difficile della storia della Repubblica italiana, in primis per l’assenza di una maggioranza politica.

Stavolta, “la centralità del Parlamento” non è stata un irritante ritornello. Il Covid ha fatto spalancare i portali del Transatlantico. La fredda volontà popolare è potuta entrare. A partire da Stefano Ceccanti, con tante colleghe e colleghi del Pd, del M5S e anche dell’altro campo, l’abbiamo interpretata. Come formichine operaie, per 4 giorni abbiamo accumulato la soluzione: 126, 166, 336, 387 voti per Mattarella e, infine, il traguardo.

Abbiamo esercitato la nostra funzione “in rappresentanza della nazione, senza vincolo di mandato” (Art 64 ). Nel voto di maggiore rilevanza costituzionale, il ruggito dei tanto disprezzati “peones” è stato decisivo. Volevamo evitare il “bis”. Non ci siamo riusciti. Ma non è stato tempo perso: ci siamo riconosciuti al di là degli schieramenti.

Ora, dobbiamo tornare ad esercitare la nostra funzione: per evitare il segno liberista nelle attese “riforme” incluse come conditionality nel Pnrr e per muovere, al riparo del Colle, i primi passi di una ricostruzione istituzionale e politica.

Innanzitutto, per la revisione dei regolamenti di Camera e Senato per connetterli al taglio degli scranni e limitare comportamenti opportunistici di singoli e gruppuscoli. Poi, per una legge elettorale proporzionale, con sbarramento adeguato, e le preferenze. Infine, per una legge sul finanziamento della politica facendo tesoro degli errori passati, ma anche delle classiste distorsioni vigenti.

Il percorso va completato nella prossima legislatura “costituente”: superare il bicameralismo perfetto, divenuto monocameralismo alternato; promuovere la stabilità dell’esecutivo con la “sfiducia costruttiva”disinnescare l’“autonomia differenziata” e ridare il primato allo Stato, a partire dalla Sanità.

La prossima legislatura è l’ultima chance: senza ristrutturazione della Repubblica parlamentare e senza il risanamento morale, intellettuale e organizzativo di grandi partiti, su identità distintive, una forma di semi-presidenzialismo ben bilanciata sarebbe il “male minore”.

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