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OPINIONE

Il 25 aprile della LIBERAZIONE e della LIBERTA’

Con una risposta a Giuseppe De Rita

 Giuseppe De Rita sostiene che il 25 aprile è una festa che non ha più senso. Cosa avrà voluto dire? E’ necessario chiedercelo. Non ho dubbi che De Rita sia antifascista.
Quindi? E’ la constatazione di un sociologo che legge la realtà e la interpreta? Ma da un sociologo della sua fama ci si aspettano descrizione e analisi.
Non flash che assomigliano a battute amare. Per non dire irritate.
Il 25 aprile non ha più senso. Per chi?

Per chi ne conosce il significato, ha un doppio senso. Per i fascisti e gli eredi politici del fascismo, di sfumature varie, ha un senso negativo, da cancellare. Il senso della sconfitta.
Per chi proviene, in prima persona o per storia familiare, dall’antifascismo militante, è una festa imprescindibile nel suo enorme valore.

Il valore della libertà. La libertà, diceva Piero Calamandrei, che ha il valore dell’aria. Ne conosci veramente il valore quando l’aria viene meno.

Per gli afascisti, gli indifferenti rispetto ad ogni questione civile che non li riguardi in prima persona, è un giorno come un altro, salvo il godere di una giornata di riposo.
Gli indifferenti. Quelli che Antonio Gramsci detestava. Il tarlo che rode dall’interno ogni democrazia, un tarlo pericoloso perché silenzioso e invisibile. A volte, si vede il marciume quando è troppo tardi.
Il 25 aprile divide, o non dice più niente a nessuno, quindi mettiamoci una pietra sopra? Divide ancora? Perché?
Non c’è una sola festa, e non solo in Italia, che sia vissuta allo stesso modo, felice o infelice che sia.
Anche il 14 luglio, in Francia, non ha lo stesso valore  in ogni ambito e per ogni persona. Ma nessun francese ignora cosa accadde il 14 luglio del 1789.
Il 4 luglio, negli USA, è festa molto sentita. Chi ne gioisce va dai radical democratici  ai sovranisti, con spirito opposto. Ma nessuno, negli USA, dice che è una festa priva di significato.

La generazione italiana giovane non conosce il significato del 25 aprile? Tutta la gioventù? Strana generalizzazione. Questo sarebbe  un vero e grande guaio, e non solo per il 25 aprile.
La vera e drammatica questione è che la conoscenza della storia è merce rara, nel nostro paese. Nei piani bassi e nei piani alti.
Credo che De Rita dovrebbe  preoccuparsi di un paese che ha pochi parlamentari che conoscono la nostra storia, Costituzione compresa.
E che il primo vulnus alla nostra Repubblica, sia stato, poco dopo il suo inizio, il mettere molta polvere sotto il tappeto.
Molti fascisti, anche criminali, nei ministeri, nell’esercito, nella magistratura, nella scuola. L’armadio della vergogna docet.
Non sono soltanto i giovani che conoscono poco la storia. Pochi sanno che i nodi individuati dal Risorgimento democratico non sono stati sciolti. Neppure Giolitti lo ha fatto. Che la prima guerra mondiale ha sconvolto il mondo, e non solo l’Italia. Che il fascismo sembrò la risposta che, andando per le spicce, metteva ordine.
De Rita ridicolizza gli uomini del CLN che, a Liberazione compiuta, sfilano in giacca e cravatta. Ma dietro di loro c’era tanta gioventù armata. Di questo non parla, De Rita. Come dovevano sfilare, i rappresentanti del CLN, con fucili spianati?  La nostra non fu solo una Resistenza armata di armi. Ci furono tante altre buone armi, se proprio vogliamo usare la parola armi. Quelle del pensiero, della politica, dell’etica civile, opposte a quella del regime. Claudio Pavone lo ha spiegato in modo magistrale. E molte donne storiche hanno spiegato il significato liberatorio, per le donne, della Resistenza delle donne antifasciste. Una per tutte, Anna Rossi-Doria.
Gli uomini del CLN, sfilando così vestiti,  vollero significare che la gioventù antifascista armata aveva consentito loro di ritornare a una vita civile finalmente senza armi. In pace, con abiti in borghese, che non vuole dire abiti borghesi, come De Rita dovrebbe sapere. Gli uomini del CLN comprendevano bene il significato dei simboli, esperti di semiotica più di De Rita.
La nostra gioventù, quella che studia, quella civilmente impegnata, nel volontariato, nell’ambientalismo, per i diritti civili e sociali, non sa cosa significhi il 25 aprile? De Rita non conosce questa gioventù.
E’ una gioventù innamorata della Resistenza, del 25 aprile, di Bella Ciao.
La gioventù a cui mi riferisco è tutta la gioventù? Certamente no. Forse sono in maggior numero gli indifferenti? Non lo escludo.
C’è anche una gioventù fascista o neofascista?
C’è, si vede, si sente. Non si nasconde. E’ rumorosa. E’ di numero superiore alla gioventù antifascista, impegnata quotidianamente per l’attuazione della Costituzione, molto più di quanto non facciano molti parlamentari?
Non credo. Ma sono modi di essere giovani su fronti opposti, non c’è retorica di necessaria riconciliazione che tenga. Piero Calamandrei disse che la patria era stata uccisa dal fascismo e che l’antifascismo l’avrebbe fatta rinascere. Recentemente Maurizio Viroli ci ha ricordato una espressione di Norberto Bobbio, che sceglieva le parole con cura. L’antifascismo deve essere intransigente e sprezzante. Sprezzante? Certo, perché privo di valore, da disprezzare. E, aggiungeva Viroli, noi antifascisti siamo in difficoltà, se pensiamo di dovere comprendere e perdonare. Comprendere nell’accezione della comprensione storica dei fatti, premesse, contesti, conseguenze? Certamente. Ma comprensivi come con un fanciullo che, per inesperienza, ha sbagliato? Sicuramente no.

Perdonare? Impossibile. Altri totalitarismi hanno compiuto altri disastri? Non è l’alibi per perdonare.
Nessuna tragedia della storia va perdonata. Il perdono non è una categoria della storia e della politica.

 Con questi pensieri andrò, fra poche ore, alla cerimonia del 25 aprile.
Ben sapendo che il 25 aprile, e la nostra Costituzione, sono ancora poco onorati.
E che avrebbero meritato, e meritano, molto più, e meglio, di quanto il popolo italiano e i sui rappresentanti abbiano fino ad oggi fatto.

Maria Paola Patuelli

25 aprile 2021

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Questa mattina di buon ora ho ricevuto un dono prezioso. Mi stavo chiedendo come inviare a chi ci segue da anni, per difendere la nostra Costituzione, un sensato augurio di BUON PRIMO MAGGIO.
Il dono è arrivato al momento giusto, inviato da una amica come noi resistente.
Parole di Italo Calvino, scritte un minuto dopo avere deposto il fucile, un minuto dopo la sconfitta del fascismo e del nazismo. Nelle parole di Calvino c
è tutto lo spirito di quei giorni, una gioia intensa, la più intensa mai provata prima, in Italia. Contiene già interrogativi che ancora oggi non sono sciolti. Fascismo parentesi? Già Gobetti aveva scritto che il fascismo era, in realtà , lautobiografia della nazione. Non è parentesi, incidente eccezionale di percorso, perché i conti con il fascismo - conti risolutivi – non si sono fatti. Scrive Calvino. Polizia, esercito, burocrazia trovarono nel clima fascista l’ambiente ideale a prosperare in una corruzione beata e incosciente. Possono oggi queste istituzioni continuare a funzionare se non profondamente rivoluzionate? Molto dobbiamo distruggere se molto vogliamo ricostruire. Nella Repubblica nata dopo queste meravigliose giornate polizia, esercito, burocrazia – aggiungo ministeri, magistratura, come ha dimostrato Davide Conti con ricerche esemplari -  erano ancora zeppi di fascisti, anche di criminali di guerra. Poco si distrusse, del passato, e nelle radici della Repubblica continuarono a vivere veleni, che fioriscono ancora oggi. Calvino ricorda che per ventanni il primo maggio fu festa proibita.
Ho sentito  raccontare, fin da bambina, che ci furono resistenze antifasciste, a tavola. Anche nelle famiglie antifasciste più povere, il primo maggio spuntavano i cappelletti, il più prelibato dei nostri cibi romagnoli.
Lultimo interrogativo di Calvino. La fratellanza – aggiungo anche sorellanza – universale è utopia? Fino ad oggi lo è. Nel senso che non è in nessun luogo, se non in ambiti religiosi - di varie confessioni - alquanto circoscritti. Non ho la certezza che trovo nelle ultime parole di Calvino. Fratellanza e sorellanza  farebbero un passo avanti solo se si insediassero definitivamente nei partiti e nei movimenti politici che li proclamano. Di rado a parole buone seguono fatti altrettanto buoni.

BUON PRIMO MAGGIO, comunque.

Maria Paola Patuelli

 

PRIMO MAGGIO VITTORIOSO

Italo Calvino

Prendiamoci per mano, oggi, uomini e donne di tutto il mondo, sfiliamo per le strade delle nostre città in rovina, cantiamo, se il nodo di commozione che ci stringe la gola non ce lo impedisce: è il primo maggio, il primo maggio più radioso che l’umanità abbia festeggiato finora.

Sogniamo? o forse fu un sogno quello che trascorremmo, un torbido incubo che terrorizzò il mondo per una lunga teoria d’anni ed ora è svanito? Il momento atteso per anni con impazienza sempre più assillante, invocato giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, trasfigurato dalle nostre menti quasi in un mito irraggiungibile. Quel momento ora è giunto.

Chi pensa più ai lutti, alle sofferenze, alle rovine? La vittoria è arrisa alle forze della libertà, della giustizia, del progresso. La stanca umanità oggi appunta garofani rossi sulla sua veste di lutto.

La storia continua. Il cammino dell’uomo verso il completo affrancamento morale non poteva arrestarsi contro i muraglioni e i «bunker» dell’Organizzazione Todt. Le costruzioni di cinque secoli di progresso non potevano crollare per le esplosioni delle V2. Il fascismo – e con questo termine comprendiamo anche il nazismo e i vari movimenti reazionari affini sorti in Europa dopo la prima guerra mondiale – il fascismo che si proponeva di cancellare le conquiste di almeno cinque secoli e di riportare la società al livello morale del medioevo, non rappresenta che una oscura parentesi di un venticinquennio nel bilancio della storia.

Parentesi? Possono nella storia del progresso esistere parentesi? Come si spiegano? Che fu insomma questo fascismo che arrecò al mondo più rovine di qualsiasi catastrofe ed ora agonizza sotto l’impeto delle armate di tutte le nazioni, unite contro di lui?

In questo primo maggio di eccezione – di eccezione soprattutto per noi Italiani ai quali per oltre vent’anni fu impedito di festeggiarlo – noi salutiamo i grandi ideali cui la festa è dedicata: l’affrancamento del lavoro dal tallone capitalista che usa del lavoratore come una merce o di uno strumento, l’unione fraterna di tutti i popoli, senza più frontiere né mercati da conquistare a mezzo di periodiche guerre, l’eguaglianza di diritti di tutti i lavoratori di fronte ai beni che il lavoro produce.

Fu contro questi ideali umanitari, i più sublimi cui mai uomo aspirasse, che sorse il fascismo; a essi ideali mosse guerra e ad essi tentò di sostituire le folli e retoriche ideologie imperialiste e razziste, il reazionario culto delle tradizioni e una sua cosiddetta etica fatta di sopraffazione e violenza. Perché? Quali le ragioni ultime di tutto questo?

Troppo facile ed insoddisfacente sarebbe l’additare come sola causa la volontà di due folli megalomani, il prodotto di due cervelli malati, ricoperti rispettivamente da un cranio pelato e quadrato e da un ciuffo sbilenco ed obliquo. La storia è risultato di complicati giochi di forze economiche, non prodotto di volontà individuali.

Alla luce dei recenti avvenimenti i due dittatori ci appaiono immensamente piccini al confronto degli eventi da loro scatenati.

Il fascismo fu la sbirraglia scatenata contro il proletariato per impedire la sua emancipazione: questa la manifesta realtà dei fatti. Il mostruoso fu che essa venne posta al governo del paese. Nel ’22 la libertà politica fu venduta pur di conservare la libertà economica.

Sotto la nera bandiera della reazione trovarono subito un comodo usbergo istituzioni, che mutato il vento furono le prime a trasferirsi all’opposizione.

Polizia, esercito, burocrazia trovarono nel clima fascista l’ambiente ideale a prosperare in una corruzione beata e incosciente. Possono oggi queste istituzioni continuare a funzionare se non profondamente rivoluzionate?

Molto dobbiamo distruggere se molto vogliamo ricostruire.

Ma più infami di tutte furono le recenti imprese, da quando, dopo il collasso del ’43, tramontati i miti imperialisti, perduto l’appoggio del capitalismo e passato all’incondizionato servizio del padrone tedesco, il fascismo scoprì d’essere nientemeno che repubblicano e sociale.

C’era contraddizione nei termini ma tanto, erano solo parole e nessuno le prese sul serio. Di fatto il cosiddetto fascismo repubblicano non fu che una organizzazione poliziesca e spionistica al soldo dei tedeschi e non occorre rinnovare il troppo fresco ricordo dell’infamia di cui si coperse.

Questo fino a ieri, a pochi giorni fa. E adesso …

Ancora pochi giorni or sono mentre combattevamo sotto le raffiche dei “mitra” fascisti e dei “machine-pistole” nazisti, ancora non osavamo sperare che il 1° Maggio avremmo lasciato il moschetto per la penna. Ma sia impugnando la penna, sia il moschetto noi continueremo a combattere per il medesimo ideale.

L’ideale che in un 1° Maggio non lontano gli uomini si riconoscano tutti liberi e fratelli, le fabbriche cessino di forgiare strumenti di morte, ci sia per tutti lavoro e riposo, la produzione non subisca carestie né congestioni, l’arte e la scienza, veri fini dell’umanità attingano a nuove conquiste.

Utopie? Ci si arriverà, siatene certi. Dipenderà da noi l’arrivarci in dieci anni o in dieci secoli. Solo allora potremo dire che il sacrificio dei tanti caduti nella lotta non è stato sterile.

 

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Maria Paola Patuelli: il 25 aprile della Liberazione e della Libertà. Con  una risposta a Giuseppe De Rita - RavennaNotizie.it

Giuseppe De Rita sostiene che il 25 aprile è una festa che non ha più senso. Cosa avrà voluto dire? E’ necessario chiedercelo. Non ho dubbi che De Rita sia antifascista.

Quindi? E’ la constatazione di un sociologo che legge la realtà e la interpreta? Ma da un sociologo della sua fama ci si aspettano descrizione e analisi.

Non flash che assomigliano a battute amare. Per non dire irritate.

Il 25 aprile non ha più senso. Per chi?

Per chi ne conosce il significato, ha un doppio senso. Per i fascisti e gli eredi politici del fascismo, di sfumature varie, ha un senso negativo, da cancellare. Il senso della sconfitta.

Per chi proviene, in prima persona o per storia familiare, dall’antifascismo militante, è una festa imprescindibile nel suo enorme valore.

Il valore della libertà. La libertà, diceva Piero Calamandrei, che ha il valore dell’aria. Ne conosci veramente il valore quando l’aria viene meno.

Per gli afascisti, gli indifferenti rispetto ad ogni questione civile che non li riguardi in prima persona, è un giorno come un altro, salvo il godere di una giornata di riposo.  

Gli indifferenti. Quelli che Antonio Gramsci detestava. Il tarlo che rode dall’interno ogni democrazia, un tarlo pericoloso perché silenzioso e invisibile. A volte, si vede il marciume quando è troppo tardi.

Il 25 aprile divide, o non dice più niente a nessuno, quindi mettiamoci una pietra sopra? Divide ancora? Perché?

Non c’è una sola festa, e non solo in Italia, che sia vissuta allo stesso modo, felice o infelice che sia.

Anche il 14 luglio, in Francia, non ha lo stesso valore  in ogni ambito e per ogni persona. Ma nessun francese ignora cosa accadde il 14 luglio del 1789.

Il 4 luglio, negli USA, è festa molto sentita. Chi ne gioisce va dai radical democratici  ai sovranisti, con spirito opposto. Ma nessuno, negli USA, dice che è una festa priva di significato.

La generazione italiana giovane non conosce il significato del 25 aprile? Tutta la gioventù? Strana generalizzazione. Questo sarebbe  un vero e grande guaio, e non solo per il 25 aprile.

La vera e drammatica questione è che la conoscenza della storia è merce rara, nel nostro paese. Nei piani bassi e nei piani alti.

Credo che De Rita dovrebbe  preoccuparsi di un paese che ha pochi parlamentari che conoscono la nostra storia, Costituzione compresa.

E che il primo vulnus alla nostra Repubblica, sia stato, poco dopo il suo inizio, il mettere molta polvere sotto il tappeto.

Molti fascisti, anche criminali, nei ministeri, nell’esercito, nella magistratura, nella scuola. L’armadio della vergogna docet.

Non sono soltanto i giovani che conoscono poco la storia. Pochi sanno che i nodi individuati dal Risorgimento democratico non sono stati sciolti. Neppure Giolitti lo ha fatto. Che la prima guerra mondiale ha sconvolto il mondo, e non solo l’Italia. Che il fascismo sembrò la risposta che, andando per le spicce, metteva ordine.

De Rita ridicolizza gli uomini del CLN che, a Liberazione compiuta, sfilano in giacca e cravatta. Ma dietro di loro c’era tanta gioventù armata. Di questo non parla, De Rita. Come dovevano sfilare, i rappresentanti del CLN, con fucili spianati?  La nostra non fu solo una Resistenza armata di armi. Ci furono tante altre buone armi, se proprio vogliamo usare la parola armi. Quelle del pensiero, della politica, dell’etica civile, opposte a quella del regime. Claudio Pavone lo ha spiegato in modo magistrale. E molte donne storiche hanno spiegato il significato liberatorio, per le donne, della Resistenza delle donne antifasciste. Una per tutte, Anna Rossi-Doria.

Gli uomini del CLN, sfilando così vestiti,  vollero significare che la gioventù antifascista armata aveva consentito loro di ritornare a una vita civile finalmente senza armi. In pace, con abiti in borghese, che non vuole dire abiti borghesi, come De Rita dovrebbe sapere. Gli uomini del CLN comprendevano bene il significato dei simboli, esperti di semiotica più di De Rita.

La nostra gioventù, quella che studia, quella civilmente impegnata, nel volontariato, nell’ambientalismo, per i diritti civili e sociali, non sa cosa significhi il 25 aprile? De Rita non conosce questa gioventù.

E’ una gioventù innamorata della Resistenza, del 25 aprile, di Bella Ciao.

La gioventù a cui mi riferisco è tutta la gioventù? Certamente no. Forse sono in maggior numero gli indifferenti? Non lo escludo.

C’è anche una gioventù fascista o neofascista?

C’è, si vede, si sente. Non si nasconde. E’ rumorosa. E’ di numero superiore alla gioventù antifascista, impegnata quotidianamente per l’attuazione della Costituzione, molto più di quanto non facciano molti parlamentari?

Non credo. Ma sono modi di essere giovani su fronti opposti, non c’è retorica di necessaria riconciliazione che tenga. Piero Calamandrei disse che la patria era stata uccisa dal fascismo e che l’antifascismo l’avrebbe fatta rinascere. Recentemente Maurizio Viroli ci ha ricordato una espressione di Norberto Bobbio, che sceglieva le parole con cura. L’antifascismo deve essere intransigente e sprezzante. Sprezzante? Certo, perché privo di valore, da disprezzare. E, aggiungeva Viroli, noi antifascisti siamo in difficoltà, se pensiamo di dovere comprendere e perdonare. Comprendere nell’accezione della comprensione storica dei fatti, premesse, contesti, conseguenze? Certamente. Ma comprensivi come con un fanciullo che, per inesperienza, ha sbagliato? Sicuramente no.

Perdonare? Impossibile. Altri totalitarismi hanno compiuto altri disastri? Non è l’alibi per perdonare.

Nessuna tragedia della storia va perdonata. Il perdono non è una categoria della storia e della politica.

Con questi pensieri andrò, fra poche ore, alla cerimonia del 25 aprile.

Ben sapendo che il 25 aprile, e la nostra Costituzione, sono ancora poco onorati.

E che avrebbero meritato, e meritano, molto più, e meglio, di quanto il popolo italiano e i sui rappresentanti abbiano fino ad oggi fatto.

Maria Paola Patuelli

25 aprile 2021

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IL GRANDE DISCRIMINE tra una buona politica di sinistra, pulita, sostenibile e lungimirante ed una piegata alle ragioni e agli interessi di ENI.
Da leggere con attenzione.
Ravenna è il banco di prova per il futuro energetico in Italia
 
 
INTERNAZIONALE.IT
Ravenna è il banco di prova per il futuro energetico in Italia
Nella città romagnola l’Eni ha presentato una piano di cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica ...
 
 
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Esercitazioni al poligono di Nettuno (Roma)

Faenza 6 aprile 2021

Al Presidente del Consiglio Mario Draghi


Gentile Presidente Draghi

per favore non scelga di passare alla storia come il Capo di Governo che , in un epoca di crisi sanitaria , ambientale, sociale, culturale ed economica, come quella in cui stiamo vivendo ,ha deciso di privilegiare la scelta di aumentare i finanziamenti all'industria bellica e di aumentare le dotazioni di sistemi d'arma delle nostre forze armate convinto che questo sia uno strumento utile alla ripresa economica del Paese .

In Europa si parla molto di "economia verde" ma di quale verde si tratta ,di quello della speranza da dare ai giovani delle generazioni  future o del verde militare delle inquietanti tute mimetiche dei nostri soldati ?

Prima di tracciare le linee definitive del Piano di Ripresa e Resilienza Italiano legga con attenzione le 12 proposte che la Rete Italiana e Pace e Disarmo da tempo ha inviato al Governo senza ricevere alcuna risposta .Sono proposte concrete di pace e disarmo che si potrebbero inserire nel Piano di Ripresa e Resilienza Italiano che dovrà essere presentato entro il 20 aprile .

New Generation E.U.  : per le generazioni future le chiediamo di non offrire loro posti di lavoro nelle industrie belliche dispensatrici di morte ma di spendere i 200 miliardi del Recovery Fund e magari anche i miliardi della Cassa Depositi e Prestiti per una vera riconversione ecologica e sostenibile dell'economia .

Eccole alcuni possibili settori d'intervento dai quali scaturirebbero migliaia di posti di lavoro :

- dissesto idrogeologico

-trasformazione ecologica della produzione ( meno plastica meno imballaggi ....)

- riassetto delle reti idriche

- un diverso ciclo energetico e dei rifiuti

- una scuola pubblica e di qualità (strutture e personale docente e amministrativo )

-una sanità pubblica territoriale ( meno Aziende e più Servizi )

- una mobilità sostenibile .

Le giovani generazioni che stanno pagando i nostri errori hanno bisogno di prospettive di speranza e non di guerre e di stili di vita che rispettino la Terra e tutti gli esseri viventi .

Ci pensi Presidente prima del 20 aprile .

Cordiali Saluti

Marcella Morelli Dal Re Via G. Da Maiano 13 48018 Faenza

Anna Colombini Cavallazzi Via Renaccio 31 48018 Faenza

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Rappresentanza. Se un «partito» a sinistra non c’è, non è un caso

La discussione sulla crisi della «forma partito» dura da qualche decennio. Con il riflusso degli anni Ottanta scoprimmo che non funzionava più, né nel modello leninista d’avanguardia né in quello di «partito nuovo, di massa» di Togliatti. Il manifesto pubblicò già sul mensile del settembre 1969 un’inchiesta a firma di Lucio Magri e Filippo Maone che lanciava l’allarme sullo stato di salute del Pci e sulla necessità di connetterlo a lavoro e società).

La questione non è stata risolta neppure dai gruppi della nuova sinistra post ‘68, spesso nuclei inossidabili (Potere operaio) o puramente movimentisti (Lotta continua). L’idea di unificare la nuova sinistra in un partito unico non è mai decollata, come neppure quella di una forza alternativa al Pci di un qualche peso e dimensione. Lo stesso manifesto ha depositato al riguardo riflessioni sul merito di grande interesse fin dal primo numero del mensile nel giugno 1969 (l’intervista di Rossana Rossanda a Jean-Paul Sartre), cui seguirono saggi teorici ed esperienze nella ricerca di una strategia consigliare che guardava ad Antonio Gramsci e al socialismo dell’autogestione, ma poca pratica politica.

La crisi non è stata risolta dopo la dissoluzione del Pci, quando nel 1991 mosse i primi passi Rifondazione comunista. Di quella esperienza ci sono tracce del percorso iniziale (Garavini, Cossutta, Magri, altri) e poi di quello consolidatosi con la segreteria di Fausto Bertinotti con sforzi di innovazione politica ma non organizzativi. C’è stata infatti in Rifondazione assai poca innovazione sul tema della «forma partito», se non nel suo essere più aperto del passato nei rapporti con i movimenti (l’esperienza di Genova 2001 e dei no global). Come ci si organizza sul territorio e sul lavoro, come si partecipa alle decisioni, come si coabita in un comune luogo politico in modo plurale e organizzato sono questioni appena sfiorate da quella esperienza rifondativa.

Sul versante del Pds-Pd la consapevolezza della questione ha portato verso lidi ancora maggiormente fragili e velleitari: partito «leggero» senza sezioni territoriali e con Circoli, «primarie» come metodo nelle decisioni in cui hanno fatto finito per fare breccia personalizzazione della politica e gruppi di pressione senza neppure copiare fino il fondo le primarie del Partito democratico statunitense dove votano gli iscritti e non anche i semplici elettori. Insomma, si brancola nel buio quando si affronta la discussione sul «partito».

Se un «partito» a sinistra non c’è, non è quindi un caso. Vorrei dirlo ad Alfonso Gianni, Aldo Carra, ai tanti amici e compagni che sulle pagine del manifesto sollecitano periodicamente a porsi il rovello di una organizzazione partitica. Questa assenza non è frutto del destino cinico e baro. Bensì della mutata composizione di classe della società, delle forme digitali della comunicazione e delle tecnologie, del mutato ruolo di identità e ideologie, della crisi dell’organizzazione novecentesca in partito e altro ancora.

Un nuovo partito deve fare i conti con tutto ciò che abbiamo alle spalle. Servono, di conseguenza, sperimentazione e fantasia politico/organizzativa ammettendo che il quesito non può avere risposte prefabbricate e già fallite. Si può partire, in un inedito itinerario, per esempio dall’inventario di forme sperimentate negli ultimi anni: rete per temi omogenei, uso di internet, parzialità organizzative, nuova geografia degli interessi sociali e individuali da rappresentare (il femminismo ha prodotto tante novità in questo campo su cui riflettere), confederazione di esperienze e di soggetti diversi.

In tale riflessione resta tuttora affascinante l’idea gramsciana di «partito intellettuale collettivo» e «moderno principe» che ha il compito di indicare la rotta e di unificare in un progetto/programma gli input provenienti da movimenti e aggregazioni sociali. Questo «partito» con una sua cultura specifica che pensa alla trasformazione sociale come a un processo di «case matte» da conquistare è quello che ci manca.

Oggi, invece, la maggioranza di noi – nonostante Sinistra italiana, Articolo Uno, eccetera – è senza casa politica. Chiedersi perché è un cruccio da affrontare. Se la trovassimo, e nel nome avesse qualche riferimento a ecologia e nuovo socialismo, non sarebbe male.

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