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Legambiente Emilia-Romagna APSLegambiente Emilia-Romagna APS            

Giovedì 16 aprile, ore 20,30
Aula n 2 Faventia Sales Via San Giovanni Bosco 1 Faenza


Confronto aperto:
“Si può arrivare ad una visione condivisa sulle criticità e sui necessari interventi
contro i rischi delle alluvioni?


Come Legambiente non abbiamo soluzioni certe per le complesse questioni in campo, ma ci
interessa confrontarci e, per quanto possibile, andare oltre ad alcune semplificazioni.
A partire da alcune premesse per predisporre le osservazioni al Progetto di variante al Piano di
Assetto Idrogeologico Po (che dovranno essere presentate entro il 31 maggio)

vorremmo incontrare e confrontarci in particolare con:
i Comitati degli alluvionati
Associazioni di categoria
e con tutti coloro che possono essere interessati.


Nel corso della discussione interverranno anche:
Il geologo Paride Antolini
il direttore di Legambiente regionale Francesco Occhipinti


Non abbiamo invitato direttamente gli Amministratori locali e regionali, coi quali intendiamo
interloquire successivamente, ma che naturalmente potranno intervenire se lo vorranno.


Tentare di arrivare, per quanto possibile, ad una visione condivisa delle criticità e delle possibili
soluzioni, non deriva da una astratta vocazione ecumenica, ma piuttosto dalla consapevolezza
che per farvi fronte è necessario condividere e aggregare comportamenti e impegni comuni.
                                                                                                 Circolo Legambiente Lamone Faenza
                                                                                                 Legambiente Emilia-Romagna

 

Il Documento

Come associazione Legambiente, Circolo Lamone di Faenza e Presidenza regionale, prima di formulare osservazioni sulla vasta documentazione del “Progetto di variante al PAI PO” avanziamo alcune premesse sulle quali ci interesserebbe sentire l’opinione, ed eventualmente confrontarci, con tutti gli attori sociali, politici e istituzionali, che possono essere interessati.

Per parte nostra precisiamo che non ci interessa affermare alcuni principi generali che sosteniamo da tempo né, tanto meno, indicare soluzioni certe per affrontare le complesse questioni in campo, ma piuttosto stimolare un confronto di merito. Anche perché, in questo campo, c’è la necessità di avere a disposizione competenze specifiche, tecniche, istituzionali e non solo, (a partire da: Autorità di Bacino, Agenzia della Protezione Civile, Regione Emilia-Romagna, EE.LL) ma pensiamo non basti.

Occorre, insieme, coinvolgere anche associazioni, comitati, cittadini, agricoltori, imprenditori interessati, affinché portino il loro patrimonio di conoscenze ed esperienze, oltre che di bisogni attuali, da parte di chi ha vissuto direttamente gli eventi alluvionali.
Tutto questo, anche per cercare di fare chiarezza su alcuni luoghi comuni: assistiamo ancora a semplificazioni e narrazioni fuorvianti sulle cause e sulle possibili soluzioni per gli eventi alluvionali accaduti, a volte in buona fede, in altre palesemente
strumentali.
Speriamo siano sempre meno coloro che continuano a negare la realtà dei cambiamenti climatici e dei loro effetti, ma la questione non è solo questa: qualcuno continua ad affermare che tutto è dipeso dalla “non pulizia” degli alvei e dalla presenza di vegetazione ripariale, per le esondazioni; e la rottura degli argini solo dalla presenza di animali fossori…

Noi pensiamo che le carenze di manutenzione, l’accumulo di detriti e sedimenti in alcuni tratti, e il deterioramento di alcuni argini, abbiano indubbiamente avuto effetti negativi e devono essere affrontati, ma che con le masse d’acqua in questione, gli effetti finali non sarebbero cambiati di molto e sono necessari, quindi, altri interventi aggiuntivi.

Così come riteniamo vada chiarito che, a parte qualche manutenzione necessaria, non è praticabile “un radicale dragaggio degli alvei” perché, abbassando le quote di fondo, si mettono in crisi le scarpate, i ponti, gli attraversamenti di subalveo; si diminuirebbe la pendenza di fondo già molto bassa in pianura e l’effetto rallentamento peggiora le condizioni del deflusso.

Queste nostre affermazioni, che naturalmente possono essere contestate, cercano di contrastare alcune semplificazioni che circolano.
A questo proposito una prima richiesta di approfondimento che avanzeremo agli estensori del PAI è quella di provare, per quanto possibile, ad approfondire scientificamente l’impatto di questi elementi sulla riduzione effettiva delle portate e sulla condizione degli argini, durante gli eventi catastrofici accaduti.

Tentare di arrivare, per quanto possibile, ad una visione condivisa delle criticità e delle possibili soluzioni, non deriva da una astratta vocazione ecumenica, ma piuttosto dalla consapevolezza che per farvi fronte è necessario condividere e aggregare comportamenti e
impegni comuni.

Le nostre premesse

Prima di esaminare le diverse ipotesi di opere che vengono avanzate dalla variante del PAI-PO, ci interessa richiamare alcuni punti fermi, in gran parte presenti nel Capitolo 6. Linee di assetto (pag.28 – 35) della Relazione Tecnica Fasce Fluviali , nel quale tutte le principali questioni sono messe in ordine, anche se non sempre opportunamente declinate:

° “il presupposto che il rischio zero – inteso come la messa in sicurezza assoluta del territorio – non è conseguibile”, pertanto va sempre ricordato che a fronte di eventi significativi, sempre possibili, va considerato un “rischio residuo” al quale fare fronte non solo con le opere, che si riterranno necessarie e possibili, ma anche con altri interventi, misure, comportamenti:
– mettere a punto un sistema costante di vigilanza sui corsi d’acqua, con chiare responsabilità istituzionali, raccogliendo anche segnalazioni di volontari e singoli cittadini;
– rafforzare la preparazione della popolazione sui sistemi di protezione civile;
– adattare costruzioni e spazi rurali a possibili esondazioni, ma lo stesso vale nelle aree urbane a possibile rischio, adattando le abitazioni, prevedendo, per quanto possibile, di liberare locali ai piani sotterranei, spostando centraline e apparati elettrici, ecc.;

Da questo punto di vista occorre favorire e riconoscere nelle normative le spese per la messa in sicurezza degli impianti sia per i risarcimenti in corso per le abitazioni alluvionate evitando il “ costruire come era e dove era”, che per gli interventi preventivi migliorativi dì impianti essenziali nei momenti critici.

° Il principio del “dare più spazio al fiume”, va declinato in tutte le situazioni possibili verificando tutte le aree golenali, più o meno significative, che potrebbero essere allargate, oltre che le necessarie e possibili manutenzioni degli alvei. Ricordando che ogni azione di restituzione di spazio al fiume aiuta a ridurre il rischio.
Ipotizzando quali potrebbero essere gli effetti positivi sulle portate, con il necessario coinvolgimento degli abitanti, a partire dalle loro conoscenze dirette (alcune ipotesi possono essere indicate, e possiamo presentarle successivamente) .
Naturalmente non si tratterebbe di interventi di per sé risolutivi, ma che potrebbero portare qualche beneficio aggiuntivo (da valutare e quantificare) con costi e tempi di realizzazione relativamente ridotti.
Questa verifica su possibili “piccoli” interventi dovrebbe essere fatta già a partire dalla collina, per regimentare il deflusso delle acque, anche più a monte del confine di regione.
Visto che nel confronto in corso, da qualche parte, vengono messi in alternativa gli interventi a valle rispetto quelli a monte, è bene tener presente che nella parte alta del bacino le ipotetiche opere di ritenuta delle portate potrebbero avere una valenza di laminazione poco significativa.
I laghetti montani, le briglie sui rii laterali, che hanno importanti problemi di gestione e manutenzione, sono palliativi che “rendono” poco a livello di riduzione delle portate. Si facciano, dove è possibile, ma non bastano !

° Poi naturalmente sono necessarie anche casse di espansione, vista la conformazione dei nostri bacini, generalmente fuori linea, sia quelle progettate e non terminate e altre nuove.

° Infine, dopo gli altri interventi, vanno sperimentate come misura emergenziale e in zone appropriate, aree di tracimazione controllata, da progettare e gestire con estrema attenzione, considerando anche la necessità di possibili delocalizzazioni, volontarie.
Si tratta di interventi (sia le casse che le aree) che hanno importanti impatti e quindi in tutti questi casi ovviamente, oltre al coinvolgimento dei cittadini e delle attività che insistono su queste aree, devono essere previste le giuste compensazioni e risarcimenti, regolamentando quelli che vengono definiti “diritti di allagamento”.

Se da un lato è comprensibile che chi vive e/o lavora in aree ipotizzate a questo fine, sia giustamente preoccupato e voglia verificare tutte le possibili alternative, deve essere ribadito con forza che chi continua a definire le aree di tracimazione controllata una “misura demenziale” o è strumentalmente in malafede, o preferisce che la tracimazione avvenga nei centri abitati.

° In aggiunta agli interventi diretti sui bacini fluviali, sono necessarie anche misure specifiche nei centri urbani: evitando nuovo consumo di suolo; tecniche di drenaggio urbano sostenibili; desigillazione di aree impermeabilizzate; adeguamento e manutenzione delle reti fognarie; delle valvole di non ritorno; dei sistemi di pompaggio…
Il reticolo di drenaggio urbano è messo in crisi dalla crescente impermeabilizzazione delle superfici, oltre che dal fatto che l’attuale sistema fognario non è tarato per piogge significative a cui non si era abituati.
Ma, come abbiamo visto, possono produrre fenomeni di allagamento per la fuoriuscita dalle fogne. Interventi questi, che non sono in capo all’autorità di bacino o al PAI, ma piuttosto agli Enti Locali che non possono delegare all’esterno queste funzioni (ad esempio ai gestori del servizio idrico) ma devono riprendere la conoscenza e il controllo dei loro territori.

° Infine è necessario che vengano resi noti le verifiche e l’avanzamento dei lavori svolti, in somma urgenza, o in corso, affinché tutti abbiano contezza dello stato della situazione.

Sulle proposte di opere ipotizzate dal PAI

Partendo da queste premesse, sulle quali vorremmo confrontarci, intendiamo costruire le nostre osservazioni alle opere proposte, chiedendo alla Regione, a cui spetta la loro progettazione, che per ognuna sia necessario avere un maggiore approfondimento progettale evidenziando gli impatti precisi sul territorio circostante, oltre che ipotizzare meglio i vantaggi in termini di difesa dei
manufatti e sulla riduzione delle portate a valle.

Questo per rendere consapevoli i cittadini, valutare le possibili controindicazioni, potere fare un ordine di priorità, considerando costi e benefici.

Il tutto, nella consapevolezza che non tutto si potrà fare subito e che alcune ipotesi potrebbero essere riconsiderate in corso d’opera, ma all’interno di una strategia complessiva che preveda anche un ordine di priorità e una indicazione di tempistiche.

Dal punto di vista del metodo una prima osservazione

Nel giugno scorso la Regione presentò una bozza di progetto “Interventi di mitigazione del rischio idraulico a protezione della città di Faenza e della vallata – fiume Lamone e torrente Marzeno – giugno 2025”, con l’impegno a rispondere ai contributi e alle osservazioni che sarebbero stati inviati. Molte sono state le osservazioni inviate, le nostre tra queste, ma questo impegno non è stato mantenuto.

Forse, si potrebbe immaginare che, almeno in parte, queste osservazioni siano state in qualche modo tenute in conto nella variante del PAI PO, ma adesso la richiesta è di conoscere quale e in che tempi ci sarà un ritorno sulle attuali osservazioni, scaduti i termini prorogati a fine maggio, per un confronto nel merito dei progetti prioritari, che coinvolga tutti i soggetti interessati.

Circolo Legambiente Lamone

Legambiente Emilia-Romagna