“Mentre leader politici e governi si sottraggono ai loro obblighi, troppe aziende hanno tratto profitto dall'economia israeliana dell'occupazione illegale, dell'apartheid e ora del genocidio”. Francesca Albanese, Relatrice Speciale ONU per i Territori Occupati Palestinesi.
“Le compagnie energetiche internazionali hanno alimentato il genocidio israeliano ad alto consumo energetico”. È quanto denuncia nel suo report, presentato il 30 giugno scorso al Consiglio dei diritti umani dell’ONU, Francesca Albanese, Relatore Speciale ONU sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati (Opt) dal 1967 (documento allegato in basso).
Il settore energetico è solo uno degli ambiti indagati per dimostrare i meccanismi delle imprese a sostegno del “progetto coloniale israeliano di sfollamento e sostituzione dei palestinesi nei territori occupati”.
L’occupazione della Palestina da parte di Israele è stata inquadrata da diversi studiosi come colonialismo di insediamento, che implica l’estrazione e il profitto dalle terre e dalla loro colonizzazione, attraverso l’espulsione dei suoi proprietari.
Con particolare riferimento al periodo successivo all’ottobre 2023, la Relatrice Speciale analizza le entità aziendali che in vari settori hanno contribuito allo sfollamento e sostituzione di popolazione in Palestina da parte di Israele: produttori di armi, aziende tecnologiche, imprese edili e di costruzione, industrie estrattive e di servizi, banche, fondi pensione, assicuratori, università e organizzazioni benefiche.
Per entità aziendali, precisa il rapporto, si intendono imprese commerciali, società multinazionali, enti a scopo di lucro e non a scopo di lucro, siano essi privati, pubblici o statali.
Albanese colloca all’interno della più ampia matrice dell’occupazione illegale israeliana le imprese che hanno direttamente e indirettamente reso possibile, facilitato e tratto profitto dalla costruzione e dalla crescita delle colonie basandosi sul database istituito dall’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) ai sensi delle risoluzioni 31/36 e 53/25 del Consiglio per i Diritti Umani.
Elettricità, gas e carburante
Dipendendo dalle importazioni di carburante e carbone, Israele mantiene un’infrastruttura energetica integrata servendo sia Israele che il territorio palestinese occupato, alimentando senza soluzione di continuità i coloni illegali, mentre controlla e ostacola l’accesso palestinese all’energia.
La centrale elettrica di Gaza forniva solo il 10-20% del fabbisogno elettrico di Gaza, lasciandola fortemente dipendente dal combustibile per i generatori e dalle dieci linee di approvvigionamento israeliane.
Dall’ottobre 2023, Israele ha interrotto l’erogazione di energia alla maggior parte di Gaza.
Senza elettricità o combustibile, la maggior parte delle pompe idriche, degli ospedali e dei trasporti hanno raggiunto l’orlo del collasso totale. Il collasso dei sistemi fognari ha contribuito alla recrudescenza della poliomielite e vitali impianti di desalinizzazione sono stati costretti a chiudere.
Il carbone di Drummond e Glencore
Il carbone per l’elettricità in Israele proviene principalmente dalla Colombia, da cui origina il 60% delle importazioni di carbone israeliane nel 2023-24: Drummond Company, Inc., con sede negli Stati Uniti, e Glencore PLC, con sede in Svizzera, sono i principali fornitori.
Le rispettive controllate possiedono le miniere e i tre porti coinvolti nella consegna di 15 spedizioni di carbone in Israele dall’ottobre 2023, incluse sei spedizioni dopo che la Colombia ha sospeso le esportazioni di carbone verso Israele nell’agosto 2024.
Anche Glencore è stata coinvolta nelle spedizioni dal Sudafrica: queste hanno rappresentato il 15% delle importazioni di carbone israeliane nel 2023 e nel 2024.
In uno studio elaborato da SOMO nel 2012 e ripreso da Greenpeace nel 2014, le due aziende già in passato risultavano coinvolte in casi di violazione di diritti umani nella gestione delle miniere della Colombia da cui a quel tempo Enel importava il carbone per le sue centrali in Italia.
Il gas di Chevron e BP
La Chevron Corporation statunitense, in consorzio con la NewMed Energy israeliana (una sussidiaria del Delek Group, elencato nel database dell’OHCHR), estrae gas naturale dai giacimenti di Leviathan e Tamar.
Chevron ha pagato al governo israeliano 453 milioni di dollari in royalties e tasse nel 2023. Il consorzio di Chevron fornisce oltre il 70% del consumo energetico israeliano.
Chevron trae inoltre profitto dalla sua comproprietà del gasdotto East Mediterranean Gas che attraversa il territorio marittimo palestinese e dalle vendite di gas verso Egitto e Giordania. Il blocco navale di Gaza è collegato alla sicurezza israeliana della fornitura del gas di Tamar e del gasdotto East Mediterranean Gas.
In un periodo di crescente brutalità – sottolinea il rapporto – la società britannica BP PLC sta espandendo il suo coinvolgimento nell’economia israeliana, con licenze di esplorazione confermate nel marzo 2025, che consentono a BP di esplorare le distese marittime palestinesi sfruttate illegalmente da Israele.
Il petrolio di Chevron e BP
BP e Chevron sono anche i maggiori contributori alle importazioni israeliane di petrolio greggio, in quanto principali proprietari rispettivamente dell’oleodotto strategico azero Baku-Tbilisi-Ceyhan e di quello del Consorzio Kazakh Caspian e dei relativi giacimenti petroliferi.
Ciascun conglomerato ha effettivamente fornito l’8% del petrolio greggio israeliano tra ottobre 2023 e luglio 2024, integrato dalle spedizioni di petrolio greggio provenienti dai giacimenti petroliferi brasiliani, in cui Petrobras detiene le quote maggiori, e dal carburante per aerei militari.
Il petrolio di queste società rifornisce due raffinerie in Israele. Dalla raffineria di Haifa, due aziende elencate nel database dell’OHCHR riforniscono le loro stazioni di servizio in tutto Israele e nei territori palestinesi occupati, comprese le colonie, e l’esercito, attraverso contratti aggiudicati dal governo.
Dalla raffineria di Ashdod, una sussidiaria della società Paz Retail and Energy Ltd. elencata nel database dell’OHCHR fornisce carburante per aerei all’Aeronautica Militare israeliana che opera a Gaza.
Fornendo a Israele carbone, gas, petrolio e carburante – questa la conclusione – le aziende contribuiscono a sostenere le infrastrutture civili che Israele utilizza per consolidare l’annessione permanente e che ora trasforma in armi per la distruzione di Gaza e della sua popolazione (si stimano ad oggi oltre 60.000 morti).
La stessa infrastruttura a cui queste aziende forniscono risorse è servita all’esercito israeliano per tutte le operazioni a Gaza, guidata dalla tecnologia e ad alto consumo energetico. La natura apparentemente civile di tali infrastrutture non esonera le aziende dalla loro responsabilità.
Secondo il rapporto, infatti, anche il settore privato che ha tratto profitto dall’economia israeliana dell’occupazione illegale, dell’apartheid e del genocidio, sarà chiamata a rispondere delle proprie responsabilità.
Le raccomandazioni alle imprese
A conclusione della sua relazione, la relatrice Onu raccomanda alle entità aziendali di:
- cessare tempestivamente tutte le attività commerciali e porre fine ai rapporti direttamente collegati, che contribuiscono o causano violazioni dei diritti umani e crimini internazionali contro il popolo palestinese, in conformità con le responsabilità internazionali delle imprese e il diritto all’autodeterminazione;
- pagare le riparazioni al popolo palestinese, anche sotto forma di un’imposta sul patrimonio ottenuto durante l’apartheid, analoga a quella del Sudafrica post-apartheid.
Laddove le entità aziendali continuino le loro attività e relazioni con Israele – con la sua economia, le sue forze armate e i settori pubblico e privato connessi al territorio palestinese occupato – si può ritenere che abbiano consapevolmente contribuito a:
- violazione del diritto palestinese all’autodeterminazione;
- annessione del territorio palestinese, mantenimento di un’occupazione illegale e pertanto al crimine di aggressione e alle violazioni dei diritti umani ad esso connesse;
- crimini di apartheid e genocidio;
- altri crimini e violazioni accessori.
Secondo il rapporto, sia le leggi penali che quelle civili di diverse giurisdizioni possono essere invocate per ritenere le entità aziendali o i loro dirigenti responsabili di violazioni dei diritti umani e/o crimini ai sensi del diritto internazionale.
Ricordando l’aumento dei contenziosi nazionali e internazionali, che segnala una crescente tendenza verso la responsabilità delle aziende, cita infine precedenti importanti:
- I processi agli industriali del dopo Olocausto, come il processo alla I.G. Farben, che hanno gettato le basi per il riconoscimento della responsabilità penale internazionale dei dirigenti aziendali per la partecipazione a crimini internazionali.
- La Commissione per la verità e la riconciliazione del Sudafrica che, affrontando la complicità delle aziende nell’apartheid, ha contribuito a definire la responsabilità delle aziende per le violazioni dei diritti umani.
- From economy of occupation to economy of genocide – Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967, Francesca Albanese (pdf)
