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Dazi Sulle guerra delle tariffe Usa, Roma e Berlino indossano i panni delle colombe in Ue

Friedrich Merz e Giorgia Meloni Friedrich Merz e Giorgia Meloni – AP

Avere a che fare con Donald Trump è come passare la vita sulle più impervie montagne russe. Ieri i governanti italiani, come quelli di tutta Europa, sono rimasti tutto il giorno col fiato sospeso in attesa di una lettera che non è arrivata e di un rinvio che invece alla fine è stato annunciato. Per Roma è una boccata d’ossigeno. L’Italia, con la Germania, guida le colombe, i Paesi europei che puntano sulla disposizione conciliante e non sul fronteggiamento a muso duro. La premier italiana, nel weekend, si è sentita con il cancelliere tedesco Merz. Ieri, appena pubblicate le lettere di Trump a Giappone e Corea del sud, si è chiusa a palazzo Chigi e prevedibilmente le linee telefoniche sono tornate incandescenti.

Le posizioni, pur se un po’ schematicamente, sono chiare. Macron ma anche la presidente della commissione von der Leyen ritengono che la strada migliore per strappare al mercante di Washington condizioni non troppo punitive sia «mostrarsi forti».

Meloni e Merz puntano invece su rapporti molto più distensivi. «Una guerra dei dazi non fa bene a nessuno. Tariffe del 10% non sarebbero insopportabili per la nostra economia», afferma già dal mattino Tajani. «Non conosco nessun imprenditore che voglia rinunciare al mercato americano o sostituirlo con altri. Serve un tavolo con gli usa per non rovinare i rapporti», aggiunge eloquente Lollobrigida. Lui, come ministro dell’Agricoltura, è in questo momento forse il più preoccupato di tutti. Per l’Italia i dazi sull’alimentare al 17% minacciati da Washington sarebbero un disastro. Lollobrigida rifiuta di commentare quelle che sono «solo ipotesi» ed è probabile che il suo un silenzio scaramantico. Ma l’indirizzo è chiaro: la priorità per il governo di Roma è evitare quella ghigliottina accettando la mediazione del 10% ma insistere perché vengano portati a quel livello anche gli dazi più dolorosi per l’Italia come per la Germania, l’acciaio al 50% e le auto al 25%. Impresa peraltro tutt’altro che facile dal momento che in tutti i rapporti che ha avuto con l’amico Donald la premier italiana ha registrato la sua determinazione nel riportare a Detroit l’automotive e una conseguente scarsissima disponibilità a cedere su quel fronte.

L’opposizione bersaglia il governo accusandolo di volersi inchinare al diktat di Trump. «Ma Meloni dove vive? Quel 10% sommato al 13% dovuto al deprezzamento del dollaro ci costerebbe 20 miliardi e 118mila posti di lavoro», ripete Elly Schlein sciorinando le previsioni più infauste di Confindustria. La segretaria del Pd vuole che si imbocchi la strada opposta: «Deve esserci un negoziato europeo a schiena dritta. Possiamo toccare dove fa più male prendendo di mira gli interessi delle aziende bi tech americane a cui invece abbiamo fatto un regalo accettando che non si applicasse la tassa minima globale del 15%».

La segretaria del Pd, come un po’ tutti i rappresentanti dell’opposizione, fa il proprio gioco anche propagandistico, come è ovvio che sia. La realtà è che aprire il fuoco su Big Tech vorrebbe dire imbarcarsi in una guerra commerciale totale dalla quale probabilmente tutti, gli Usa ma anche la Ue, uscirebbero con le ossa rotte. L’ipotesi di una reazione europea molto dura però è ancora in campo. Metterebbe le colombe di fronte al dilemma se adeguarsi o spaccare la Ue, ipotesi persino più catastrofica. Il rinvio lascia ora qualche tempo in più per cercare una soluzione pacifica anche all’interno della Ue.

Sui dazi ieri si è espresso apertamente, sia pur senza nominarli apertamente, anche il capo dello Stato. «I rapporti commerciali aperti creano interessi comuni e garantiscono vincoli di pace», dice Mattarella. Ma il presidente, pur essendo una voce molto autorevole, più che tanto al momento non può fare. Ma se nel corso della trattativa ormai vicina al traguardo dovesse vedere il rischio di una divisione dell’Unione si può star certi che tornerà a farsi sentire.