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Senza tregua Nuovi ordini di evacuazioni a sud della Striscia

I resti della scuola di Al-Bureij, colpita nella notte di martedì da un raid israeliano Zuma/Belal Abu Amer I resti della scuola di Al-Bureij, colpita nella notte di martedì da un raid israeliano – Zuma/Belal

Abu Amer

Erano passate poche ore dalla cena in cui Benjamin Netanyahu e Donald Trump hanno discusso di come procedere con la commissione di un crimine contro l’umanità (la pulizia etnica di Gaza) quando Avichay Adraee, il portavoce in lingua araba dell’esercito israeliano, annunciava l’ennesimo ordine di espulsione da un pezzo di Striscia. Gli ordini che Adraee pubblica sul suo profilo X sono amaramente noti, l’asettica comunicazione a migliaia di persone di abbandonare i propri temporanei rifugi.

L’ordine di ieri si riferiva a nove aree di Khan Younis, seconda città di Gaza per grandezza, oggi ombra irriconoscibile di sé stessa.

L’85% della Striscia è sotto ordine di evacuazione forzata, dicono i dati Onu e le mappe israeliane, reticoli di quadratini incomprensibili, su cui i palestinesi dovrebbero basarsi per cercare un luogo sicuro dove ripararsi, sapendo che di luoghi così non ne esistono.

L’ESERCITO EMETTE ordini senza dare spiegazioni militari, seppur fittizie. Un «gioco» crudele che ieri ha spinto la portavoce di Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, Tamara al-Rifai a dire che «non c’è niente di umanitario o di umano nel cercare di confinare prima 600mila persone e poi l’intera popolazione di Gaza in spazi controllati dalle forze israeliane». Il riferimento è all’annuncio di un altro crimine di guerra: due giorni fa il ministro della difesa Katz, come fosse normale, ha parlato del concentramento di 600mila palestinesi dentro una Rafah ridotta a macerie e ordigni inesplosi, in vista dell’espulsione. A ventidue mesi dal 7 ottobre 2023 non esiste più alcuna finzione: l’obiettivo di Israele è svuotare Gaza, il più possibile, e lasciare chi resta in uno spazio devastato, senza infrastrutture né dignità, totalmente dipendente dalla forza occupante. Una violazione nella violazione, spiega all’emittente qatarina al-Jazeera il giurista Ralph Wide: «Israele non ha nessun diritto di stare a Gaza e in Cisgiordania. Qualsiasi cosa faccia là è illegale perché è la sua presenza a essere illegale (…) È anche genocidio: è parte del processo in corso di infliggere al popolo palestinese condizioni di vita volte a distruggerlo in tutto o in parte».

IERI I GIORNALISTI palestinesi hanno raccolto le voci di tante donne e uomini, un coro unico e tenace per Trump e Netanyahu: nessuno se ne andrà dalla propria terra. Lo facevano mentre seppellivano 80 persone, uccise dall’alba al tramonto. Cinque morti nel raid israeliano su una tenda a Zeitoun; lo stesso ad al-Rimal, cinque vittime, e al Mawasi, nove uccisi; altri sei ammazzati dai cecchini vicino al centro di distribuzione della Gaza Humanitarian Foundation di Rafah (tra loro tre bambini); tredici nel bombardamento su una casa a Gaza City dove avevano trovato rifugio alcune famiglie.

ISRAELE PRENDE di mira quasi esclusivamente aree residenziali, siano esse abitazioni ancora in piedi, scheletri di palazzi sventrati o tendopoli. Una strategia che si lega al blocco degli aiuti imposto dal 2 marzo da Israele all’assistenza umanitaria di Onu e ong internazionali, con il cibo «consegnato» solo dalla Ghf con un meccanismo perverso e mortifero e con il resto (acqua potabile, medicine, benzina) tagliati fuori.

SUCCEDE COSÌ, scrive il giornalista Tareq Abu Azzoum, che l’ospedale al-Aqsa, «uno dei pochi parzialmente funzionanti al centro» di Gaza, «esaurirà il carburante entro poche ore portando alla sospensione di una serie di servizi medici». A poca distanza la clinica di Zeitoun cessava di operare: i bombardamenti hanno reso impossibile portare assistenza «a migliaia di pazienti, in un’area sempre più sovraffollata di rifugiati dalla zona est di Gaza a causa degli ordini di evacuazione», comunica la Mezzaluna rossa. Un circolo vizioso di espulsione e morte.