Piena occupazione Continua il confronto tra Zamir e Netanyahu. Le famiglie degli ostaggi: sciopero generale
Salim Asfour, 85enne palestinese sfollato ridotto a pelle e ossa, nella tenda dove vive con la famiglia a Khan Younis – foto Epa/Haitham Imad
Serviranno altri 200mila riservisti per attuare il piano militare di occupazione totale della Striscia di Gaza. Secondo indiscrezioni del quotidiano Haaretz, i calcoli del capo di stato maggiore, Eyal Zamir, prevedono tempi molto lunghi di preparazione e di reclutamento. Tre mesi almeno, prima di lanciare l’invasione finale. Zamir ha consegnato il suo studio di fattibilità alla riunione del gabinetto di sicurezza.
LE DICHIARAZIONI hanno causato l’ira del premier Benjamin Netanyahu e del ministro delle finanze Bezalel Smotrich, che hanno messo in discussione il piano, giudicando i dati esagerati e i tempi troppo lunghi. Il capo dello staff dell’esercito ha anche fatto presente che «non esiste un fronte umanitario adeguato». Eppure, anche tra chi non sposa apertamente gli obiettivi dell’occupazione e dell’espulsione della popolazione palestinese, sta avanzando una linea politica che, soprattutto nelle ultime settimane, viene diffusa su ogni canale. Commentatori, politici, alti funzionari militari, membri dei partiti di governo stanno propagando l’idea che per Hamas la terra avrebbe più valore del proprio popolo. E che quindi occupare e annettere a Israele ampie zone di Gaza potrebbe essere il modo per piegare il movimento politico e militare palestinese.
Il Jerusalem post consiglia un’annessione settimanale di ampie porzioni di terra palestinese, che diverrebbero parti dello stato di Israele per sempre. A meno che Hamas non accetti qualsiasi cosa chieda Tel Aviv: «Restituirei a malincuore il territorio. Ma solo quando la lista dei desideri di Israele sarà soddisfatta», scrive Douglas Altabef, presidente di una ong sionista e direttore del Fondo per l’indipendenza di Israele.
Ma nel gabinetto di sicurezza c’è anche chi spinge verso una soluzione negoziata che eviti l’occupazione totale. Tzachi Hanegbi, il principale consigliere per la sicurezza di Netanyahu, ha dichiarato di opporsi alla proposta del primo ministro. Un altro consigliere, Arye Dery, leader del partito ultraortodosso Shas, ha chiesto di dare priorità alla via diplomatica, così come domandato dal ministro degli esteri Gideon Sa’ar (nonostante il suo voto favorevole), che vorrebbe vedere esaurite tutte le possibilità negoziali prima di attuare il piano militare.
IL MINISTRO estremista Smotrich ha criticato il progetto perché troppo blando e ancora aperto a una soluzione diplomatica. Ieri, in effetti, le indiscrezioni sulla possibilità di nuovi colloqui tra le parti si sono fatte sempre più insistenti. L’inviato statunitense in Medio Oriente, Steve Witkoff, ha incontrato a Ibiza, in Spagna, il primo ministro qatariota Sheikh Mohammed bin Abdul Rahman al-Thani. I due starebbero lavorando a un nuovo piano di pace da presentare ai negoziatori di Hamas e di Tel Aviv. Si tratterebbe di un piano globale e definitivo.
Secondo una certa lettura, il progetto di occupazione annunciato dallo stato ebraico dovrebbe mettere alle strette Hamas, che potrebbe scegliere di accettare le condizioni israeliane di resa totale. Ma il presidente Trump (promotore del progetto di cessate il fuoco) e il suo alleato Netanyahu potrebbero portare avanti una strategia già più volte praticata. Quella di manifestarsi disponibili al dialogo per poi presentarsi ai negoziati con richieste irricevibili, dimostrando in questo modo che non rimane altra soluzione che non sia l’invasione e la pulizia etnica dei palestinesi. Il «piano Trump», insomma, la «riviera» di Gaza.
Ieri decine di migliaia di israeliani hanno manifestato contro l’occupazione della Striscia, mentre le famiglie degli ostaggi hanno lanciato una proposta di sciopero generale la cui data verrà ufficializzata oggi. Einav Zangauker, madre di uno dei prigionieri a Gaza ha minacciato Netanyahu: «Se conquisti parti della Striscia e gli ostaggi vengono uccisi, ti daremo la caccia nelle piazze, alle elezioni, in qualsiasi momento e luogo».
I PALESTINESI continuano a vivere l’inferno. Secondo fonti mediche, undici persone sono morte di fame nelle ultime 24 ore, portando il numero totale dei decessi per stenti a 212, tra cui 98 bambini. Negli ultimi giorni quattro palestinesi sono morti schiacciati dai pacchi di aiuti lanciati dal cielo. Ieri Muhannad Zakaria Eid, di quindici anni, è stato travolto mentre seguiva i paracadute con il cibo nella zona di Nuseirat, nel centro della Striscia. Aveva già perso tre fratelli, tutti ammazzati dagli attacchi israeliani. Diverse organizzazioni internazionali continuano a definire il lancio di cibo un metodo inefficace e dannoso. Ma l’esercito israeliano ha fatto sapere che sabato sei nazioni hanno preso parte alle operazioni aeree coordinate con Tel Aviv. Tra queste, per la prima volta, anche Italia e Grecia. In tutto, ieri, sono stati lanciati 106 pacchi. Altri trentuno palestinesi sono stati uccisi da Israele, ventiquattro mentre tentavano di raggiungere gli aiuti umanitari.
