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Russia-Ucraina La priorità russa resta il Donbass e la smilitarizzazione di Kiev. In cambio il congelamento delle linee del fronte e, forse, Zaporizhzhia

Il presidente russo Vladimir Putin, foto Ap Il presidente russo Vladimir Putin – Ap

L’impressione è che sia una settimana decisiva, non solo per le sorti dell’Ucraina. Venerdì Donald Trump e Vladimir Putin si incontreranno in Alaska e, come i rispettivi funzionari hanno sottolineato, la soluzione del conflitto che da tre anni e mezzo funesta l’Europa dell’Est è il tema principale, ma non l’unico. Se la diplomazia ha già trovato una base per l’accordo e se, in qualche modo, parteciperà anche Zelensky non possiamo ancora saperlo, ma siamo certi che uno degli obiettivi di Putin è stato raggiunto: usare la forza in modo plateale ed essere ammesso lo stesso ai tavoli che contano, quelli dove si disegnano gli equilibri del mondo e si dice che non bisogna usare la forza. Ma gli Usa insegnano: sono gli altri a non doverla usare.

Finora c’è stato quasi il monopolio della forza ma Putin, come Netanyahu, ha reclamato il suo diritto a entrare nel pantheon degli impuniti. Per ora Washington sembra volergli concedere il privilegio. In altri termini, il presidente degli Usa ha riabilitato il cattivo di questa storia. Contro il diritto internazionale e le istituzioni di cui la Russia stessa fa parte, Putin ha invaso l’Ucraina e ora si trova a preparare un incontro in cui Mosca cercherà di ottenere quasi tutto. La priorità è la parte di Donetsk (circa il 30% del territorio pre-bellico della regione) che gli permetterebbe di evitare altri mesi (anni?) di conflitto per arrivare alla roccaforte Kramatorsk e alla vittoria militare. Ammesso che ciò avvenga, che non è scontato.

LE FORZE ARMATE ucraine si sono mostrate disciplinate e coriacee e sono sempre indietreggiate ordinatamente senza abbandonare le posizioni. La Caporetto che Mosca auspica da un anno non è in vista. Nonostante l’avanzata costante dei reparti del Cremlino è mancata la manovra in grado di spezzare le linee di difesa nemiche. E il numero di morti tra i soldati delle truppe d’assalto sembra sia alto come non mai. Sul campo ciò si traduce in un’avanzata costante, anche se piuttosto lenta. A Putin conviene molto di più prendere il Donetsk senza combattere. Anzi, sarebbe forse una soddisfazione maggiore per il russo: significa che «l’Occidente collettivo», così come ci chiamano alle sue latitudini, si è arreso alla sua volontà.

In cambio, dicono le stesse indiscrezioni, i russi potrebbero ritirarsi dalle porzioni di oblast di Sumy, Kharkiv e Dnipro che attualmente occupano. Sezioni di territorio trascurabili e assolutamente non comparabili al Donbass per importanza economica e storico/culturale. Quest’ultimo aspetto non è da sottovalutare: è dal 2014 che in Donbass si muore nella guerra a bassa intensità che ha preceduto l’invasione russa. Chi spiegherà alle famiglie dei caduti che tutte quelle morti sono state vane e che tanto valeva cedere alle rivendicazioni dei separatisti il primo giorno? Chi si accollerà l’onere di contrastare i nazionalisti degli ex battaglioni di volontari ora inquadrati nell’esercito (Azov, Dnipro), così come delle formazioni di estrema destra (Pravy Sektor) che di questi tempi in Ucraina sono un importante motore propulsivo della guerra, tra la stanchezza generale e le prime proteste contro il sistema Zelensky e la coscrizione coatta?

AL SUD, SEMBRA, Mosca ha offerto solo il congelamento delle linee del fronte, nessun ritiro dagli oblast di Kherson e Zaporizhzhia. Della centrale nucleare più grande d’Europa, occupata all’inizio della guerra, non si è ancora parlato ufficialmente, ma potrebbe essere riconsegnata. C’è anche chi ipotizza che gli ucraini potrebbero cedere il Donetsk e accettare il congelamento dei confini al sud in cambio di garanzie di sicurezza effettive o dell’ingresso nella Nato. Ma, anche su questo, la Russia sembra inamovibile. Non solo territori, ma neutralità perpetua e smilitarizzazione. Secondo alcune analisi il Cremlino vorrebbe addirittura una riforma costituzionale dell’Ucraina in senso federale. Il motivo è ovvio.
Nel fine settimana il vice presidente Usa, JD Vance, ha detto che né Kiev né Mosca «saranno felici dell’accordo finale», ma ha tagliato corto sull’eventuale partecipazione di Zelensky alla riunione in Alaska: «non sarebbe produttiva».

L’AMBASCIATORE USA alla Nato, Matthew Whitaker, ha invece riacceso le speranze ucraine dichiarando che è «possibile» ed è ancora «in discussione». Zelensky potrebbe anche essere invitato a collegarsi da remoto, o a partecipare a tavoli secondari senza gli altri due presidenti. Appare anche scontato che, se Putin e Trump dovessero raggiungere un accordo, un eventuale rifiuto di Zelensky causerebbe molto probabilmente l’interruzione delle forniture militari dirette e forse addirittura il blocco alle autorizzazioni per le vendite ai Paesi europei che riforniscono Kiev.

Per questo Zelensky cerca di coinvolgere gli europei il più possibile per aumentare il suo peso negoziale e intanto fa sapere che «non passa giorno senza comunicazioni con gli Stati uniti su come garantire una pace reale». Anche le cancellerie europee sono in costante contatto con Washington, cercano di fargli capire che la giornata di venerdì, oltre a un regalo a Putin, potrebbe diventare una crepa di proporzioni storiche con il Vecchio continente.