Prima il raid sull’ospedale Nasser di Gaza, poi all’arrivo dei soccorsi il secondo missile: così Israele uccide venti palestinesi, tra loro paramedici e giornalisti. Netanyahu tenta di giustificarsi: «Tragico incidente». Ma stavolta il massacro è andato in diretta tv
Silenzio Stampa La trappola di Israele ripresa in diretta tv. Eppure Netanyahu parla di «tragico incidente»
Amici e familiari pregano davanti alla salma della giornalista freelance Mariam Dagga, 33 anni, uccisa nell'attacco israeliano a Khan Younis – Ap
Il complesso del Nasser di Khan Younis è l’unica struttura ospedaliera ancora attiva nel sud di Gaza, affiancata solo da cliniche da campo e strutture d’emergenza. Ieri mattina migliaia di persone si trovavano nel complesso e nell’area esterna. Nelle sale operatorie decine tra medici, personale sanitario e studenti tirocinanti erano occupati nella lunga lista di interventi previsti.
ANCHE TANTI GIORNALISTI erano presenti per seguire la disperata situazione umanitaria, i decessi per fame, i malati cronici che non possono essere curati. E visitare i feriti dei bombardamenti per raccogliere testimonianze dirette sull’accaduto, su chi è morto, sul numero dei dispersi. Mariam Abu Daqqa, di 33 anni, era una collaboratrice dell’Associated Press e, come ha confermato l’agenzia statunitense, riferiva spesso dal Nasser. Ha lavorato anche con altri media, tra cui la versione in lingua araba dell’Independent. È riuscita a far uscire da Gaza suo figlio 13enne ma lei è rimasta per raccontare.
Il cameraman Hussam al-Masri, un collaboratore dell’agenzia britannica Reuters, stava trasmettendo una diretta video dall’ospedale. Da mesi posizionava la sua telecamera proprio in quel punto: al piano più alto, appena sotto il tetto. Chiunque seguisse quella diretta, l’ha vista interrompersi al momento dello scoppio. Un attacco israeliano ha colpito il quarto piano dell’ospedale Nasser. Un drone, secondo i testimoni. Il boato è stato fortissimo. Decine di persone sono uscite dalla struttura in preda al panico, le sale operatorie hanno interrotto gli interventi. Medici, giornalisti, membri della protezione civile sono saliti fino al punto dell’impatto per provare a soccorrere Hussam al-Masri.
TRA LORO ANCHE Mariam Abu Daqqa e i suoi colleghi Moaz Abu Taha, collaboratore della Reuters, e Mohammed Salama di Al-Jazeera. La telecamera di Al-Ghad TV riprendeva in diretta, dal piano terra, le operazioni di soccorso e ha registrato l’esatto momento in cui una seconda bomba ha colpito l’ospedale. Lo stesso punto in cui era sta ucciso Hussam.
I tre reporter sono morti sul colpo. Il fotografo Hatem Khaled, un altro collaboratore della Reuters, si è spento poche ore dopo. Ventuno persone ammazzate di cui cinque giornalisti e quattro membri del personale medico, compreso un laureando al sesto anno di medicina, Mohammed al-Habibi.
IN UNA DICHIARAZIONE, l’esercito israeliano ha
ammesso di aver colpito l’area dell’ospedale Nasser, aggiungendo poco altro: si rammarica delle vittime non coinvolte (in cosa, non si sa); non prende di mira i giornalisti in quanto tali; fa di tutto per limitare le uccisioni dei civili. Sono sempre le stesse parole a cui – solo quando si supera l’alta soglia di sopportazione dell’opinione pubblica occidentale – si aggiunge la promessa di un’indagine. La Reuters ha ricordato di essere ancora in attesa di notizie in merito all’inchiesta promessa da Israele sull’assassinio di un altro giornalista dell’agenzia, Issam Abdallah, ucciso dai carri armati di Tel Aviv al confine con il Libano il 13 ottobre 2023. Secondo una versione successiva, riportata dal quotidiano israeliano Haaretz, i funzionari dell’esercito hanno dichiarato di aver colpito l’ospedale non con droni ma con i carri armati.
LE GRANATE avrebbero preso di mira la telecamera di Hussam al-Masri, scambiata per una telecamera di Hamas che spiava i militari. I soldati avrebbero poi sparato una seconda volta per «assicurarsi» che la macchina fosse stata distrutta. La Reuters ha definito «devastante» la notizia della morte dei suoi collaboratori. L’Ap si è detta «scioccata e rattristata». «L’uccisione di giornalisti a Gaza dovrebbe scioccare il mondo – ha dichiarato l’Onu – non in un silenzio sbalordito ma in azione, chiedendo responsabilità e giustizia». Proteste sono giunte da diversi Paesi, mentre il presidente degli Stati uniti, Donald Trump, che non era informato dell’accaduto, ha dichiarato ai giornalisti di non esserne «contento», balbettando l’ennesima vuota previsione che pone fine alla «guerra» entro due-tre settimane. L’ufficio del primo ministro Benyamin Netanyahu ha dichiarato che «Israele si rammarica profondamente per il tragico incidente», aggiungendo con macabra ironia di apprezzare «il lavoro dei giornalisti, del personale medico e di tutti i civili».
NON LONTANO dal Nasser, tra le tende profughi di al-Mawasi, il giornalista di Al-Hayat al-Jadid, Hassan Douhan, è stato raggiunto dalla notizia della strage. Ha quindi scritto un messaggio sul proprio profilo Facebook, per onorare i colleghi morti, definendoli «martiri della verità e del giornalismo, portatori di parola, suono e immagini. Martiri del dovere nazionale e della professione».
POCHE ORE dopo, Israele ha colpito la tenda di Hassan, facendo di lui il sesto reporter ucciso ieri. Sono circa 245 dall’8 ottobre 2023. Gli attacchi israeliani hanno ammazzato 58 persone in 24 ore. Il ministero della salute ha comunicato che nello stesso periodo undici persone sono morte a causa della malnutrizione, tra cui due bambini. Sono più di trecento i decessi causati dal blocco israeliano di cibo.
