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Centrosinistra Con le regionali alle porte e la segreteria impegnata nel difficili compito di risolvere le grane in Puglia e Campania, l’attacco è ripartito

Elly Schlein, LaPresse Elly Schlein

«Giorgia Meloni ha una strategia efficace: entra in sintonia culturale con mondi diversi dal suo. Il centrosinistra quella strategia non l’ha ancora trovata. Ma deve». Graziano Delrio, uno degli esponenti più sobri della minoranza Pd, apre il fuoco contro Elly Schlein. Lo fa con un’intervista al Corriere, che arriva pochi giorni dopo l’ennesima bacchettata di Romano Prodi contro i vertici del partito: «In Italia il centrosinistra non esiste, senza un’opposizione il governo può fare qualsiasi cosa e vince sempre». Ancora Delrio: «Non posso non notare che mentre Meloni ascolta ed entra in sintonia con mondi culturali lontani da lei, come Cl o la Cisl, il centrosinistra sembra non essere in grado di mettere in campo una sua strategia per parlare a quanti, non sentendosi rappresentati, si rifugiano nell’astensionismo». Di chi è la colpa? «Di un certo sguardo dell’attuale Pd, fisso a sinistra. Solo a sinistra. Manca l’approccio interclassista. Persino Togliatti parlava di ceti medi».

Prodi non è nuovo a stroncature di Schlein, che pure è nata politicamente andando sotto casa sua per protestare contro il suo siluramento al Quirinale ad opera dei 101 nel 2013. E che tra i dem covino malumori per la linea più spostata a sinistra di Schlein non è un mistero. Finora i protagonisti delle intemerate però erano stati i soliti ex ultrà renziani, a partire da Pina Picierno. Il buon risultato del Pd alle europee 2024 (24%) aveva frenato le critiche interne, facendo parlare di una «pax schleiniana».

E invece in questa fine estate, con le regionali alle porte e la segreteria impegnata nel difficili compito di risolvere le grane in Puglia e Campania, l’attacco è ripartito. Con un obiettivo chiaro: impedire a Schlein di arrivare a palazzo Chigi. Anche se il centrosinistra dovesse spuntarla contro Meloni. Se la legge elettorale resta l’attuale Rosatellum, infatti, il candidato è il leader del partito che prende più voti. E ad oggi dunque è Schlein. Se la destra dovesse imporre la sua riforma, con l’obbligo di indicare il leader prima del voto, si aprirebbero le danze tra i tanti, in primis Conte, aspirano a quel ruolo. Compreso quel mondo dem moderato che non considera la segretaria adatta al governo, da Prodi in giù, passando per Gentiloni e, si dice, anche Franceschini, che pure l’ha sostenuta al congresso del 2023. E così ecco spuntare i nomi dei possibili federatori del centrosinistra, dal sindaco di Napoli Gaetano Manfredi all’ex direttore delle Entrate Ernesto Maria Ruffini, che in questi mesi da aspirante leader non ha però raccolto grandi consensi. E tuttavia rilancia l’idea delle primarie e si dice pronto a correre.
«Tutti tranne Schlein», sembra essere il refrain dei suoi oppositori interni e esterni al Pd. Un progetto che appare autolesionista, o addirittura suicida, ma che è in campo. E pare destinato ad alzare il livello dello scontro. Delrio è un uomo prudente, poco incline alle sparate sui giornali. Per questo la sua uscita a gamba tesa è parsa a molti come una dichiarazione di guerra, o quantomeno la fine della pace interna. La schiera degli oppositori può contare su una buona metà degli europarlamentari, da Picierno a Gori e Gualmini, quelli che votano quasi sempre in dissenso dalla linea sulle questioni internazionali, a partire dal riarmo voluto da von der Leyen. Senza dimenticare Luigi Zanda, uno dei primi a uscire in pubblico per definire la segretaria inadatta a palazzo Chigi.

Poi c’è l’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini, finora molto cauto, anche se ieri si è concesso una bacchettata a Gianni Cuperlo, che ha avuto il torto, in un’intervista, di dire che nel Pd «può trovare l’accoglienza che merita» la cultura cattolica che si è espressa nel pontificato di Francesco, e ancora nelle parole di Zuppi e Leone IV. La replica di Guerini: «Parlare di “accoglienza” dei cattolici nel Pd è una prospettiva sbagliata. Anche perché non saprei chi dovrebbe dare la patente di “accoglibilità”. Senza la cultura e la presenza cattolico-democratica, insieme alle altre culture politiche che lo hanno fondato, non ci sarebbe il Pd». Il tema, naturalmente, non è la fede cattolica. Ma il congresso Pd che ci sarà con tutta probabilità nel 2026. E i numeri che la minoranza otterrà per condizionare le liste delle prossime politiche. O anche la prospettiva, per ora infondata, di una vittoria dei riformimisti per detronizzare Schlein.