«Forze armate nei cieli, nei mari e a terra»: al vertice dei Volenterosi Macron schiera 26 paesi a sostegno bellico dell’Ucraina. «Manca solo la decisione Usa». Ma l’Italia e la Polonia non invieranno «mai» truppe. E anche la Germania punta tutto sull’esercito di Kiev
Fronte orientale Per Zelensky la principale garanzia di sicurezza per l’Ucraina è un esercito forte
La conferenza stampa di Macron e Zelensky all’Eliseo – Ansa
Per Emmanuel Macron 26 dei 35 Paesi membri della Coalizione dei volenterosi si sono accordati per garantire la sicurezza post-bellica dell’Ucraina con la forza. Supporto militare diretto, missili balistici, monitoraggio delle attività russe, addestratori per l’esercito, basi aeree e navali e «forze armate nei cieli, nei mari e a terra». Un grande piano sul quale il presidente francese, in conferenza stampa accanto a Volodymyr Zelensky dopo una mattinata di colloqui internazionali, si mostra sicuro: «c’è accordo tra di noi, abbiamo già stabilito i ruoli, qualcosa resta da definire ma ora manca solo la decisione definitiva degli Stati uniti».
Al giornalista che chiede se Italia, Germania e Polonia, contrari all’invio di soldati, fanno parte di quei 26, prima Macron e poi Zelensky rispondono un «sì» deciso, «ogni Paese darà il suo contributo nel modo che predilige». Ma allora i 26 non sono davvero tali, anzi, sono sicuramente molti di meno, soprattutto se si parla di truppe sul campo.
POCO DOPO la premier italiana e il presidente polacco hanno ribadito che non invieranno mai soldati in Ucraina e il cancelliere tedesco ha dichiarato che la priorità di Berlino «è il sostegno all’esercito di Kiev», non l’invio di soldati. Viene dunque spontaneo chiedersi: la comunanza d’intenti di Macron è una fuga personale in avanti, un modo per provare a influenzare il processo decisionale mentre il tavolo non è ancora chiuso? In parte sì, sappiamo – perché lo hanno dichiarato apertamente – che Francia e Gran bretagna sono i soli due paesi dell’Europa occidentale convinti dell’invio di soldati in Ucraina.
La Russia non ha il diritto di decidere se i Volenterosi invieranno o meno soldati sul campo. Dobbiamo aumentare di molto le spese per la Difesa. Mark Rutte, Nato
Ma non possono farlo da soli, senza gli Usa a coprirgli le spalle e, per ora, la decisione definitiva di Washington è rimandata di qualche giorno. Il punto fondamentale del quale Macron e Zelensky hanno discusso prima faccia a faccia mercoledì sera, poi con i colleghi dei volenterosi ieri mattina e infine al telefono con Donald Trump è però un altro, riassunto da una frase di Volodymyr Zelensky: «la migliore garanzia di sicurezza per l’Ucraina è un esercito forte». Su questo sembrano tutti d’accordo, che la guerra la continuino gli ucraini finché possono.
ZELENSKY ha parlato di due fasi distinte: la prima consiste nel rifornire l’esercito ucraino nell’immediato per contrastare l’offensiva russa, la seconda nelle forniture a
medio/lungo termine per permettere a Kiev di «rispondere a un’eventuale nuova aggressione e di scoraggiarla con la forza della deterrenza», spiega Macron. Nessuna smilitarizzazione, quindi. Una delle richieste ufficiali russe per la fine delle ostilità viene così archiviata. Zelensky non solo non dovrà rinunciare al suo esercito, ma riceverà supporto «economico, logistico e commerciale» per rifornire i suoi arsenali, per ammodernare i sistemi d’arma di cui dispone e per continuare a produrre armi sul proprio territorio nazionale. «Circa il 60% delle armi che usiamo oggi sul campo sono prodotte in Ucraina» sottolinea il leader ucraino, «bisogna continuare così e aumentarne la quantità».
Macron si è soffermato soprattutto sui droni, che le aziende europee vogliono iniziare a produrre in collaborazione con gli ucraini, ormai esperti. «Ma per continuare ci servono soldi e un collegamento diretto delle nostre industrie manufatturiere» insiste Zelensky. In ogni caso, almeno sul piano retorico, si è tornati agli anni passati. «Pretendere, prima di qualsiasi discussione di pace, il ritiro degli eserciti ucraini da un territorio grosso modo equivalente a quello che è costato alla Russia circa 250mila morti e un milione di soldati nei combattimenti, significa formulare un’idea iniqua, immorale e impossibile». Insomma, il Donetsk non sarà ceduto.
IL PIANO che in mattinata è stato discusso con i vertici di Bruxelles e della Nato, oltre ai 33 rappresentati presenti o collegati, si dovrebbe articolare in tre punti. Primo: i negoziati non devono contemplare nessuna forma di ridimensionamento dell’esercito ucraino; secondo: i 26 paesi impegnati a inviare forze di rassicurazione di terra/mare/aria non hanno intenzione di scontrarsi con la Russia e non si posizioneranno a ridosso dei confini ma «in uno spazio geografico da definire». Quando? Chiedono i giornalisti. «Il giorno dopo che sarà firmato il cessate il fuoco, l’accordo di pace o l’armistizio».
È singolare che il Segretario generale della Nato Mark Rutte, da Praga, ha dichiarato che «la Russia non ha il diritto di decidere sulla possibilità che gli europei invieranno o no soldati in Ucraina». Strano, perché Rutte negli ultimi mesi si è mostrato sempre prono alla volontà di Trump (fino a chiamarlo «paparino») e non può non sapere che i soldati europei sono il punto sul quale la trattativa è destinata a saltare, dato che per il Cremlino la presenza della Nato ai confini della Federazione è uno dei motivi scatenanti dell’invasione. Forse il Segretario persegue un altro obiettivo – questo sì caro a Trump – convincere l’Europa della necessità del riarmo. E per farlo non ha paura di fomentare un contesto già infuocato.
Terzo: se Putin non accetterà di incontrare Zelensky (insieme a Trump o meno) a breve, scatterà un piano per sanzioni coordinate che includano dazi secondari su tutte le merci prodotte con materie prime russe. Su questo Trump al telefono si è espresso molto duramente contro Ungheria e Slovacchia che ancora acquistano idrocarburi russi e ha anche ventilato l’ipotesi di sanzioni alla Cina, «ma saranno i singoli Paesi a decidere» su Pechino, specifica Macron. Eppure, in contrasto con la presunta comunione d’intenti tra Washington e i Volenterosi, in serata il Financial times ha scritto che «gli Usa non intendono più finanziare programmi di addestramento ed equipaggiamento per le forze armate nei paesi dell’Europa orientale che si troverebbero in prima linea in un eventuale conflitto con la Russia».
«I PROSSIMI GIORNI saranno decisivi», ma lo sentiamo dire da mesi. Certo, se davvero le due decisioni prese a Parigi sono entrambe contrarie alle richieste russe potrebbero esserlo davvero. Ma in senso opposto: contribuirebbero ad affossare dei negoziati già precari invece che fornire elementi per continuare a trattare su proposte concrete. Del resto, è innegabile che Putin non voglia la pace. Non ancora almeno e non senza la resa totale ucraina. Chi resta? Sempre gli stessi, i civili ucraini, che dal 24 febbraio del 2022 muoiono, tremano e aspettano di poter ricominciare a vivere senza guerra, se mai chi detiene il potere lo permetterà.
