Contrordine: in nome della competitività e sull’onda del negazionismo climatico la Ue mette in pausa il Green deal. Sul piatto la «flessibilità» nella riduzione di Co2 e il motore endotermico anche oltre il 2035. Meloni, soddisfatta, in Italia leva soldi anche alle metro
Scoppio ritardato Il Consiglio europeo certifica la frenata sull’accordo in nome della competitività, la nuova parola magica in voga a Bruxelles
La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, giunge all'Europa Building per partecipare al Consiglio europeo, Bruxelles, 23 ottobre 2025 – Ansa
L’Europa accelera sulla competitività per frenare sul Green deal. L’inversione di tendenza non è nuova. Ma, diversamente dei ricorrenti stop legislativi che hanno costellato gli ultimi anni, almeno da quando von der Leyen ha lanciato le prime proposte di riarmo, la frenata ieri è arrivata in forma di consacrazione politica, ufficiale e solenne, da parte del Consiglio europeo, che riunisce i capi di stato e di governo Ue. Il cappello sotto il quale si copre l’epocale inversione di tendenza è quello della competitività, parola magica già nobilitata dai riferimenti al rapporto Draghi, che quasi tutti i leader dei 27 paesi Ue traducono nella richiesta di meno vincoli per le imprese.
LA DISCUSSIONE sui temi ambientali è arrivata dopo la lunga mattina del vertice dedicata a Zelensky, presente a Bruxelles, e dopo la costatazione che per sciogliere i nodi dell’utilizzo degli asset russi congelati serve un supplemento di discussione in serata, quando ai leader si è poi unita anche la presidente della Bce Lagarde. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha convocato per il prossimo 12 febbraio un vertice straordinario dei leader proprio sul tema della competitività. È la risposta alla richiesta inviata mercoledì ai vertici Ue da 19 paesi – più di due terzi del totale – inclusa l’Italia. Precondizione della competitività, scrivono i 19, è la semplificazione legislativa: un «minimo indispensabile di regolamentazione» per arrivare alla quale bisogna accelerare i tempi e gli sforzi.
Gli obiettivi climatici ambiziosi, che l’Ue si era data un tempo per rispettare gli accordi di Parigi, ormai sono solo un’etichetta. Il target del 90% di riduzione delle emissioni rispetto al 1990 entro il 2040 resta sulla carta, ma le modalità del raggiungimento lo svuotano di valore. Le conclusioni, approvate ieri sera, mettono nero su bianco la necessità di utilizzare mezzi definiti pragmatici e realistici nel perseguimento degli obiettivi climatici. Si menzionano gli strumenti, naturali e non, di riduzione di carbonio, il conteggio dei crediti internazionali nel sistema Ets (Sistema di scambio delle quote di emissione) e la clausola di revisione «che tenga in conto l’evidenza scientifica e gli avanzamenti tecnologici». Si insiste infine sulla considerazione della «situazione della competitività globale».
Tra le modifiche richieste, un capitolo è dedicato all’automotive dove l’Italia, giocando di
sponda con la Germania, vede uno spiraglio sulla possibilità di considerare l’utilizzo dei biocarburanti. Bisognerà però convincere Francia e Spagna, esplicitamente contrarie a ogni deroga. Si chiede anche di rivedere gli Ets2, un nuovo sistema di conteggio delle emissioni di CO2 da applicare ai trasporti su gomma e agli edifici a partire dal 2027.
La Commissione quindi ha risposto all’appello dei leader, pronta a modifiche al ribasso rispetto agli obiettivi stabiliti, con lo spettro dell’aumento dei prezzi di carburanti ed energia. Nessun leader – a quanto si apprende da una fonte diplomatica – ha sollevato obiezioni durante la discussione del capitolo climatico. «Siamo di fronte al più grande attacco di sempre contro il Green deal», risponde Bas Eickhout, europarlamentare olandese e leader dei Verdi europei. Eickhout ragiona sui continui passi indietro per decisioni prese da tempo, come l’eliminazione del motore endotermico dal 2035 e la stessa agenda di deregolazione evidenziata da numerosi pacchetti omnibus dell’esecutivo Ue. Poi punta il dito contro i governi, primi fra tutti Germania e Francia, che «stanno creando insicurezza negli investimenti, mettendo a rischio l’industria europea e consegnando le chiavi del futuro delle tecnologie pulite alla Cina».
ANCHE L’EUROCAMERA ha reagito. Mercoledì nell’Aula di Strasburgo si sono coalizzati i malumori dei progressisti, messi alla prova dal flirt strutturale tra popolari e destre. Un voto ha respinto di misura il compromesso al ribasso sulla due diligence per le imprese, direttiva chiave per la transizione ecologica a tutela di ambiente e diritti umani. Ma i leader Ue lo considerano un capriccio degli europarlamentari, un intoppo alla corsa verso l’obiettivo competitività. La piccola ribellione è stata stroncata dal leader Ppe Weber e del cancelliere tedesco Merz, per cui lo stop alla due diligence è «inaccettabile». Così, dal Consiglio di ieri la presidente del Parlamento europeo Metsola ha promesso un voto di riparazione: «È nostro compito mantenere gli impegni».