Palazzo Chigi Posizioni distanti sulle sanzioni, ma solo in apparenza. Sintonia sul green, progetto condiviso sulle armi
Giorgia Meloni accoglie Viktor Orbán a palazzo Chigi – foto Ansa
Viktor Orbán entra a palazzo Chigi per la terza volta da quando Giorgia Meloni vi risiede: nessuno è stato invitato e accolto più spesso di lui. In realtà l’ungherese è a Roma soprattutto per essere ricevuto dal papa, incontro che tutti al termine definiscono «cordiale», e ci è scappata pure una visita al Gran Maestro dell’Ordine di Malta John Dunlap. Il passaggio a palazzo Chigi, insomma, era indispensabile dati gli ottimi rapporti tra i due principali capi di governo di destra in Europa. Però non era particolarmente nevralgico e delicato.
L’AMICHEVOLE chiacchierata si è prolungata per un’oretta scarsa: impossibile quindi approfondire troppo le questioni sul tavolo. A incontro terminato, infatti, i due non si concedono alla stampa. Si limitano alle dichiarazioni ridotte all’osso, ufficiale quella di palazzo Chigi, affidata ai social quella di Orbán. «Scambio di vedute sui principali temi con particolare riferimento a Ucraina e Medio Oriente» per gli italiani. L’ungherese è più enfatico: «Un piacere rivedere la premier Meloni. Restando uniti e forti difenderemo le nostre nazioni». Oggi Orbán incontrerà Salvini.
Si può scommettere che il leghista sarà molto meno discreto della premier.
Orbán, per carattere, particolarmente sobrio non è mai. Ieri aveva inaugurato l’escursione romana chiarendo in un’intervista che sull’Ucraina «l’Europa è totalmente fuori dai giochi» e le sanzioni contro Putin sono un errore. Su Fb ha aggiunto qualche affondo in più: «Se vogliamo preservare la pace in Ungheria non possiamo nuotare con la corrente mainstream di Bruxelles».
LE POSIZIONI in apparenza non potevano essere più distanti: uno convinto che le sanzioni contro la Russia siano controproducenti, l’altra di parere diametralmente opposto. È il ministro degli Esteri Tajani a sottolineare che l’incontro, per quanto amichevole e cordiale, non implica riavvicinamenti di sorta sul fianco esposto della guerra in Ucraina: «Rispetto le posizioni del premier di un altro Paese ma quelle dell’Italia sono diverse. Non è che se uno incontra Ji Xinping la pensa come lui».
IN REALTÀ, LONTANO dai riflettori, lo scarto è meno clamoroso. Sul piano del freddo realismo l’uno e l’altra convengono sul fatto che due anni di sanzioni sono servite a ben poco e che casomai a incidere sulle scelte di Putin è la linea della Cina sull’acquisto del petrolio russo. Insomma, una cosa è la retorica da consessi ufficiali, un’altra il pragmatismo che spinge tanto il filorusso di Budapest quanto l’amica di Zelensky a puntare tutto su Trump e sul suo incontro di giovedì con Xi Jinping. In ogni caso Meloni si adopera per convincere l’amico a non porre veti, magari trattando sul altri dossier.
Sul Medio Oriente le cose stanno diversamente. Orbán è il leader europeo più vicino a Netanyahu e che vanta i rapporti migliori con il premier israeliano. Meloni segue a ruota. Se ci sono Paesi che possono provare ad avere qualche voce in capitolo, se e quando si arriverà alla famosa “seconda fase” del Piano Trump, sono proprio l’Ungheria e l’Italia.
SULL’IMMIGRAZIONE, la sintonia è piena ma con qualche piega meno armoniosa di quanto si creda. In linea di principio la pensano esattamente allo stesso identico modo. Nel concreto l’Ungheria non ha mai preso un solo migrante sbarcato in Italia e questo una certa ben celata tensione in realtà la crea. Dove l’intesa è perfetta e strategica è sul fronte dell’economia, non a caso definita da Orbán, alla vigilia, «il piatto forte dell’incontro». I due leader concordano sulla necessità di spingere all’unisono verso una maggiore competitività dell’Europa tutta e dei loro due Paesi in particolare. Un passo è abbattere le regole sulla transizione ecologica. Un altro, apertamente discusso ieri, è sfruttare i finanziamenti agevolati del Safe europeo per l’industria delle armi e della Difesa. Per accedere al Safe bisogna che i progetti siano condivisi da almeno due Stati. Come l’Italia e l’Ungheria.
