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Manifestazioni a Rio contro la Cop – Ap
Con la Cop30 si ritorna in Brasile dove tutto era cominciato nel 1992 con la Conferenza di Rio de Janeiro, quando per la prima volta vennero affrontati in modo globale i temi dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. La Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che si svolge a Belém dal 10 al 21 novembre, ha il difficile compito di rilanciare la concertazione internazionale sulla politica ambientale.
LA SCELTA DELLA CITTÀ AMAZZONICA come sede della Conferenza ha un elevato valore simbolico ed è stata fortemente voluta dal presidente Lula da Silva con lo scopo di rilanciare il protagonismo del Brasile nella lotta al cambiamento climatico. Gli ultimi tre appuntamenti (Cop27 in Egitto, Cop28 negli Emirati Arabi, Cop29 in Azerbaijan), in tre Stati che basano la loro economia in gran parte sui combustibili fossili, si sono conclusi con risultati deludenti, senza che fossero varate misure efficaci e impegni vincolanti in grado di contrastare l’aumento di temperatura del pianeta. Siamo arrivati al paradosso di vedere aziende che hanno i loro maggiori interessi nella produzione di petrolio e gas candidarsi alla guida della transizione energetica. Le Conferenze per il clima sono, tuttavia, uno strumento importante per individuare azioni che impegnino gli Stati a contrastare il cambiamento climatico i cui effetti sono più evidenti nei paesi del Sud del mondo che hanno meno responsabilità nelle emissioni.
COSA CI SI PUÒ RAGIONEVOLMENTE attendere dalla Cop30? A dieci anni dall’Accordo di Parigi del 2015, che era stato firmato da 177 paesi e ha rappresentato il momento più alto nella concertazione globale sul clima, ci troviamo di fronte a una crisi della politica multilaterale. Tutti i settori sono stati coinvolti, dal campo commerciale con la guerra dei dazi alla gestione dei conflitti armati. Il 2025 segna anche la crisi del multilateralismo climatico con l’uscita dall’Accordo di Parigi degli Stati Uniti, il paese che in questi decenni ha maggiormente contribuito alla produzione di gas serra e al riscaldamento globale.
IL NEGAZIONISMO E IL DISIMPEGNO climatico dell’amministrazione Trump sono destinati a pesare in modo drammatico sul breve e sul lungo periodo, mettendo in discussione tutti gli obiettivi in campo climatico. Anche la marcia indietro dell’Unione europea in campo ambientale è destinata a incidere negativamente sugli accordi internazionali per fermare il riscaldamento e sulle misure necessarie per limitare gli effetti dell’aumento della temperatura. Il presidente della Cop30, il brasiliano Andrè Correa do Lago, ha dichiarato di puntare a un compromesso che impegni i paesi a definire nuovi piani climatici e a varare iniziative concrete per ridurre le emissioni entro il 2035, passando dalla fase negoziale a quella a quella attuativa degli obiettivi. La domanda che scienziati e ambientalisti si pongono è sempre la stessa: si continuerà a fissare obiettivi che poi non vengono raggiunti e ad annunciare misure che rimangono sulla carta?
L’ACCORDO DI PARIGI FISSAVA DI CONTENERE l’aumento della temperatura entro 1,5°C rispetto al periodo preindustriale. Sta di fatto che negli ultimi anni la crisi climatica ha subito una accelerazione che ha sorpreso gli stessi studiosi. Secondo l’IPCC, Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici, il riscaldamento del pianeta sta avvenendo ad una velocità superiore a quanto ci si potesse aspettare. Se nel 2021 si riteneva che la soglia di 1,5 °C sarebbe stata raggiunta nel 2040, due anni dopo si indicava nel 2030 l’anno del superamento. Ma l’Organizzazione meteorologica mondiale ha certificato che il 2024 è stato l’anno più caldo finora registrato e l’aumento della temperatura media globale è stata di 1,6°C.
GLI SCIENZIATI NON VOGLIONO TRARRE considerazioni affrettate, perché è necessario valutare se quello del 2024 è un valore isolato, ma se il dato dovesse confermarsi anche nel 2025 e negli anni a venire, saremmo di fronte agli effetti di un vero e proprio «collasso climatico». In ogni caso, per rimanere entro la soglia fissata dall’Accordo di Parigi sarebbe necessario tagliare le emissioni di gas serra del 65% entro il 2035, un taglio sei volte maggiore di quanto previsto finora. Quasi tutti i paesi, compresa l’Unione europea, sono in grave ritardo per quanto riguarda i piani nazionali di adattamento ai cambiamenti climatici e questo rende difficile una ulteriore accelerazione nel taglio delle emissioni. Nel frattempo la corsa al riarmo che si è scatenata in Europa e negli altri paesi è destinata ad assorbire ingenti risorse finanziarie, sottraendole in gran parte ai settori che dovrebbero operare per mitigare gli effetti della crisi climatica.
LA FINANZA PER IL CLIMA È UNO DEI TEMI CENTRALI della Cop30, perché da essa passa l’adozione di misure per una giustizia climatica che i paesi del Sud del mondo continuano ad invocare. Dalla Cop29 di Baku era uscita la proposta di stanziare 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035 per finanziare le misure di adattamento ai cambiamenti climatici nei paesi a basso reddito. Come questo potrà avvenire e in base a quali criteri dovranno essere destinate queste risorse è tutto da stabilire.
L’ALTRO TEMA CHE SCOTTA È QUELLO DELLO STOP dei sussidi ai combustibili fossili che vengono erogati in forma diretta e indiretta e che, secondo il Fondo monetario internazionale, ha raggiunto nel 2022 il valore di 7 mila miliardi di dollari. Tutti i paesi del G20, responsabili dell’80% delle emissioni di gas serra, continuano a sovvenzionare largamente il settore fossile, con in testa Cina, Stati Uniti, Russia, Unione europea e India. In nessuna delle Conferenze precedenti è stata indicata una data entro cui porre fine a questa forma di finanziamento. Vedremo se la Cop30 farà qualche passo in avanti in questa direzione.
I COMBUSTIBILI FOSSILI SONO LA PRINCIPALE CAUSA dei cambiamenti climatici, incidendo per il 70% sulle emissioni globali, ma si continua a puntare sull’espansione del settore petrolifero.
Si moltiplicano in tutto il mondo i progetti di nuove attività estrattive. E’ quello che sta avvenendo in Brasile, dove sono state concesse nuove licenze per l’esplorazione nel bacino amazzonico a 175 chilometri dalla costa, con l’obiettivo di aumentare la produzione petrolifera. Siamo di fronte alla più lacerante contraddizione nella politica ambientalista del presidente Lula da Silva, perché ogni nuovo piano estrattivo è incompatibile con l’obiettivo di contenere il cambiamento climatico. L’impegno di uscire dai combustibili fossili, comparso per la prima volta nella relazione finale della Cop28 di Dubai, è solo una dichiarazione d’intenti, senza aver fissato i tempi di questa uscita. In questi mesi, tuttavia, c’è una iniziativa che sta guadagnando consenso e che potrebbe entrare in discussione nella Conferenza: la proposta di un Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili.
Vedremo se comparirà nelle relazione finale. Ma a Belém è pronta a scattare la «trappola» dei biocarburanti, che vengono proposti come una soluzione ecologica per la decarbonizzazione dei trasporti.
GLI INTERESSI DEL BRASILE NEL CAMPO dei biocarburanti porterà alla ribalta questi combustibili. Tra le proposte ci sarà quella di quadruplicare la produzione a livello mondiale entro il 2035, inserendo nella relazione finale questo obiettivo. Sarebbe, invece, necessario fermare la loro espansione perché siamo di fronte a una strategia climatica fallimentare: il 90% di essi deriva da coltivazioni che entrano in competizione con la produzione di cibo e, se si considera il loro intero ciclo di vita (dalla coltivazione alla trasformazione e combustione), risulta che generano il 16% di emissioni in più dei combustibili fossili (come dimostra il report della Ong Transport & Environment).
LE COMUNITÀ INDIGENE BRASILIANE, che lottano per difendere la foresta amazzonica e la loro vita, vogliono avere un ruolo attivo in questa Conferenza, riaffermando che «non esistono soluzioni climatiche senza i popoli e i territori indigeni». Da qui nasce una proposta che dovrebbe essere presentata per la prima volta con il sostegno del Brasile: l’istituzione di un Fondo per le foreste tropicali per sempre da 125 miliardi di dollari per finanziare i paesi che salvaguardano il loro patrimonio forestale.
